Dante Virgili era uno scrittore

 

DISCESE AGLI INFERI


Dante Virgili era uno scrittore. Un grande scrittore, capace di dominare come pochi una tecnica ardua, e pericolosa, come il flusso di coscienza. Quella di Proust, del Joyce dei Finnegan’s, della Woolfe… in Italia, Svevo. E il Giuseppe Berto de “Il male oscuro”. Ben pochi altri… e, soprattutto, ben poco altro.

Però di Virgili nessuno parla. Viene ignorato. Più che una congiura del silenzio, una sorta di profondo imbarazzo.

Il suo romanzo (se così si può chiamarlo) “La distruzione” fa male. E fa star male. I superficiali, i soliti analfabeti con smanie intellettuali, lo hanno liquidato, o meglio tentato di liquidare, come un libro nazista. Opera di un fanatico nazista…

Nulla di più sbagliato. E stupido. Il delirio del personaggio/autore del romanzo di Virgili non è volto a difendere, rivalutare, riscrivere la storia di Hitler e del Nazionalsocialismo. Non era, come si dice oggi, un “negazionista”. Anzi… l’esatto opposto. Fa proprie tutte le narrazioni più aberranti sulle politiche del regime hitleriano. Le accetta in pieno. E… le esalta. Addirittura, a tratti, le esaspera… sempre che ciò sia possibile.

È questo che lascia sconcertato il lettore non ottuso. Questo che, più che critiche, ha portato “La distruzione” ad essere avvolta dal silenzio. Non si sa come spiegarla. È… incomprensibile. Tutto qui.

In realtà Virgili non aveva nulla di politico. Era un nichilista. Ma un nichilista assoluto. Specie ben rara… che evoca il personaggio di Stavrogin, più che quello di Kirillov. Ne “I demoni” di Dostoevskij, naturalmente. La smania di distruzione. Il non senso dell’esistente e della esistenza. La vita come un brulicare di inutili parassiti.

Virgili rimpiange che Hitler non abbia potuto, o saputo, portare sino in fondo la distruzione del mondo. E sopravvive nell’attesa di un… atto finale. Un annientamento nucleare… guerre senza fine, sempre più spietate. È questa attesa che illumina di fiamme una esistenza grigia, monotona. Mediocre. E, a tratti, sembra avere – lui morto nel ’92, in piena sbornia ottimistica, il meraviglioso mondo nuovo, la fine della storia… – una sorta di precognizione di ciò che, realmente, sarebbe accaduto. Le Due Torri, guerre senza fine, terrore… sino al punto cui siamo giunti oggi.

A suo modo un veggente.

 

 

 

 

 

 

“Noi vediamo come coloro che hanno mala vista” dice Farinata nel X dell’Inferno, spiegando la veggenza chiaroscurale dei dannati. E Virgili, a suo modo, è un dannato. E un veggente.

La distruzione non è un libro rivolto al passato, una ricostruzione, personale della storia… È una attesa. Una proiezione nel futuro.

E qui sarebbe facile giocare con i nomi dello scrittore. Dante e Virgili. Una discesa agli inferi. Gioco non nuovo, tanto che vi è stato chi ha messo in dubbio addirittura la sua esistenza. Uno pseudonimo. Uno scrittore fantasma…

Strano… per certi aspetti psicologici Virgili mi fa pensare ad un altro Grande nichilista. H. P. Lovecraft. (1)Che, in Italia, viene troppo facilmente liquidato come narrativa dell’orrore. Uno scrittore di genere. Ma era tutt’altro. I suoi demoni mostruosi, i Grandi Antichi, che premono ai confini del nostro mondo per riportarlo nel Caos, emergono da una visione disperatamente materialista. Priva di ogni speranza. Incapace di riconoscere un qualche senso nella vita. Ed anche Lovercraft, in una lettera rimpiange che Hitler non sia andato sino in fondo. Leggete la biografia di Houellebecq. Vi scoprirete tante cose. Inquietanti.

La figura di Hitler in Virgili ha ben poco a che vedere con il personaggio storico. È… un mito. Un mito della discesa negli inferni della modernità. Come il ciclo di Cthulhu di Lovecraft.

E, nel suo romanzo, lo scrittore bolognese – ma naturalizzato a Milano – rappresenta la “cupio dissolvi” della nostra modernità. Quella sorta di febbre di autodistruzione che ci divora l’anima. E che tentiamo di reprimere, di negare, stordendoci in ogni modo.

Negazione inutile. Perché siamo come dei Lemming che corrono verso l’abisso. Incapaci di fermarci. Incapaci di vedere… oltre.

Oltre l’Inferno… il nostro inferno immanente, che Virgili vide nella sta lucida follia.

Andrea Marcigliano

 

 

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Descrizione

Un uomo repellente e luciferino, abbandonato a se stesso nell’orrore di un’estate milanese, sogna l’apocalisse nucleare e rimpiange il Terzo Reich. È stato interprete per le SS, ha amato e perduto una donna di nome Bianca. Adesso che la guerra è finita, lavora come correttore di bozze per un giornale, insegue giovani cameriere e garzoni spinto da un’ossessione sadomasochista e da ciò che resta di una turpe volontà di potenza. È il 1956, la crisi di Suez gli sembra il preludio alla Terza guerra mondiale, una guerra che agogna, igiene di un Occidente immondo che odia, come odia se stesso. “La distruzione”, primo romanzo italiano apertamente nazista, apparve per Mondadori nel 1970, mentre il mondo celebrava l’illusione di un futuro di pace e di palingenesi collettiva. Nei due anni precedenti, alcuni dei maggiori intellettuali italiani – tra loro Sereni, Giudici e Parazzoli – valutarono l’opportunità della sua pubblicazione. Doveva essere una bomba a orologeria, accendere polemiche, stanare benpensanti, rivitalizzare come un elettroshock la scena letteraria nazionale con l’irruenza di Celine o de Sade. Non se ne accorse nessuno. Da allora, però, l’opera di Virgili riemerge ciclicamente come un incubo, interrogando con le sue sinistre profezie, con la sua bruciante inattualità. Prefazione di Roberto Saviano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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