La diserzione si fa metafora di una ribellione esistenziale, di una fuga dalle responsabilità e dall’assurdità della condizione umana

 

DISERTORI DA HASCISC

NELL’ESERCITO DI NAPOLEONE

Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont(L.C.), L’Orma Editore, Roma 2021
Pur essendo a tutti gli effetti un romanzo storico, il libro si presenta come «la cronaca di una diserzione». Ma alla cronaca, rapsodica e intermittente, si alternano altri «materiali tratti dalle carte raccolte dal dottor Johan Cornelius Zomer», un medico di origini fiamminghe al seguito della spedizione di Napoleone in Egitto, ideatore di un singolare «esperimento sanitario» inteso a indagare gli effetti dell’hascisc sul comportamento dei soldati e, in particolare, il suo impatto sul fenomeno della diserzione.

Andrea Appiani, Louis Charles Antoine Desaix de Veygoux Wikipedia p.d.

L’attenzione di Zomer si concentra su tre soldati che, dopo l’avventura africana, prendono parte alla battaglia di Marengo: «la battaglia che alle cinque era persa» e che «alle sette è stata vinta». Grazie al provvidenziale intervento di Louis Desaix, di cui i tre militari rimasero tuttavia all’oscuro, giacché, profittando della confusione, si diedero alla macchia. Così, da sbandati che erano, divennero a tutti gli effetti disertori. Uno di loro, il tenente Gerard Henri Dumont, è «la fonte» della cronaca. Gli altri fuggiaschi sono il colto capitano Philippe Lemoine, che, avendo già una certa pratica della Liguria, fa loro da guida, e il rude soldato chasseur (cacciatore) Bernardo Gilbert Urruti, di origini basche. Il loro piano è di raggiungere Porto Maurizio, dove il capitano ha dei referenti ed anche qualche liaison sentimentale, e quindi imbarcarsi alla volta di Cipro.
Zomer, che – fatta eccezione per la “cornice” – è anche il narratore della storia, si avvale pure di messaggi, appunti e cronache da lui stesso redatti, nonché dei dispacci ricevuti dal suo uomo di fiducia, il solerte Victor Pangloss, ma si basa soprattutto sulle confidenze a più riprese attinte dalla «fonte», ed è lui ad organizzare l’assemblaggio degli eterogenei «materiali» in un intreccio, per così dire, contrappuntistico di voci e di punti di vista, spesso focalizzandosi sui personaggi, adeguandosi alla loro percezione dei fatti.

Già sulla via del ritorno in Europa, durante la navigazione, i tre soldati, per ingannare la noia, si concedono qualche assaggio di hascisc e intanto si scambiano impressioni, considerazioni, sospetti. Urruti si sente spiato, tenuto d’occhio. Il capitano, più attempato ed esperto, dà prova della sua erudizione. Ma tutti vivono sospesi tra un futuro incerto e un passato fatto di pericoli, di eccidi, di pestilenze, ma anche di “sogni ubriachi”, desideri di fuga, di evasione: di diserzione. Disertare dalla storia e dai suoi inferni è già un germe che essi segretamente coltivano. La presunta disfatta di Marengo sarà l’occasione che lo farà esplodere; del resto, «disertare è qualcosa che non finisce, diventa una missione, una carriera».

 

La Battaglia di Marengo, di Louis-François Lejeune. Wikipedia p.d.

La diserzione si fa in tal modo metafora di una ribellione esistenziale, di una fuga dalle responsabilità e dall’assurdità della condizione umana. Verso un’impossibile redenzione: una meta che si rivela un miraggio, come accade a volte a chi si avventuri nel deserto. Se ne renderà conto anche il tenente Dumont: «Il disertore, senza saperlo, lavora fino alla fine a qualcosa di impossibile, non c’è in effetti un sogno, niente potrebbe avverarsi, se non che si sta già facendo il possibile per allungare il tempo, tutto lì […]. Il sogno è non saperlo, la negazione di un destino segnato». Sì, perché quello del disertore è proprio un destino segnato. La diserzione nasce da una rivolta istintiva dinanzi all’insensatezza della vita, della storia. Lo aveva già intuito Albert Camus. Sulla stessa lunghezza d’onda sembra muoversi anche Zomer quando, in una lettera, si spinge a dire: «Osare l’eternità, visto che siamo nati e il mondo inizia sempre poco fa… La diserzione del disobbediente, un bisogno di restare senza mai esserci stati, di tornare senza mai essere partiti, di fare qualcosa quaggiù, su questo mare o sui moli di Haarlem [quelli della sua patria], per dire non me ne vado, non io». Non siamo lontani dal Caligola camusiano che, a compenso del suo gratuito ex-sistere, pretendeva la luna.

In realtà, la diserzione si rivela impossibile, perché – come dice Lemoine giocando sull’analogia tra deserto e disertore – «non si diserta […] dall’assoluto nulla». L’avventura dei tre compari, che devono guardarsi sia dalle ronde e dalle pattuglie di Murat in cerca di renitenti e di sfrosatori sia dai «barbetti» fanatici che si oppongono agli invasori francesi e ai loro empi misfatti, si consuma in una affannosa fuga dal consorzio umano, tra balze, forre, sterpeti, uliveti, lungo mulattiere e impervi pendii, in un continuo saliscendi tra fasce coltivate e pietraie assolate, tra creste e costiere, alla mercé del vento e della pioggia, del sole bruciante e del gelo notturno, del buio e della luce che potrebbe tradirli. Urruti è ferito, Lemoine consunto dalla tisi. La fame e la sete li tormentano ed essi stentano a placarle, abbeverandosi alle fonti e nutrendosi d’erbe, di bacche, dei magri frutti sottratti all’occhiuta vigilanza dei contadini. Hanno fretta di arrivare alla meta, ma le circostanze li costringono a rallentare, a sostare, a cambiare direzione, ad appiattarsi tra i cespugli, a mimetizzarsi nei canneti, a calarsi nelle gole dei torrenti, a celarsi negli anfratti. Sempre comunque esposti a pericoli, sempre con la sensazione di essere spiati, braccati, attesi al varco.
Le condizioni di Lemoine, al contrario di quelle del fedele Urruti, si aggravano ed anche i tentativi di contattare i suoi referenti vengono frustrati dall’intervento della polizia. Svanito il sogno di riparare a Cipro, subentra quello di Buenos Aires, ma ha vita breve: Lemoine muore e di lì a poco i due superstiti vengono circondati dagli uomini di Zomer. Urruti, invece di arrendersi, si getta da una scogliera; Dumont viene catturato e incarcerato nella Prexiùn dei Molini di Prelà. Qui lo segue, sotto mentite spoglie, il dottore, intenzionato a interrogarlo al fine di portare a termine la sua missione. Egli vuole sapere dell’hascisc, dell’uso che ne hanno fatto, nel tentativo di lenire i disagi della loro odissea, e Dumont gli dice di avere «imparato a odiarlo»: «in fondo» aggiunge «la cosa più bella dell’hascisc è quando riesci a liberartene e a guardare di nuovo le cose coi tuoi occhi, come questa purezza…» E qui la mente del tenente va alla scena che li aveva colpiti quando, nel corso della loro peregrinazione, erano capitati ad un lazzaretto nei pressi delle Viozene, «in località Baracùn», dove una donna molto bella, di nome Angiolina, curava gli ammalati, tenendo a bada dei bambini che la «facevano disperare». Quella era stata «una visione» che si era impressa a fondo nella sua memoria di «sognatore senza più sogni». Come certi ricordi infantili, come il sogno che anche il dottor Zomer spera ad un certo punto di risognare: «Le gare degli aquiloni sulle spiagge olandesi di Zandvoort», dove lo portava suo padre.

Morto il capitano, Dumont va con la memoria a quando «provavano a dirsi le cose: la buona e miserabile vita di un valligiano di questi che porta a casa il suo tronco e obbedisce al sole e alla luna, al padrone, a un re. Lasciare tracce con una matita su queste rupi selvagge, forse imparare a pregare… Passando accanto a certi conventi circondati da orti e loggiati, Dumont è riuscito persino a provare nostalgia per una vita da monaco». È in questo provare “a dirsi le cose” e nel continuo lasciare tracce di sé e del proprio passaggio incidendo legni e pietre, disseminando dappertutto segni e disegni, che Dumont ribadisce, con la sua pietas, la propria fede nell’arte, nella scrittura, contro la fatale entropia della memoria. Contro l’effimera consistenza di un’esistenza insensata.
Nel libro ha grande importanza il guardare. «Guardare» leggiamo ad un certo punto «è un compito che non si esaurisce, trasforma le cose, come in un delirio». E quanto al cannocchiale, a lungo utilizzato dai tre fuggiaschi per evitare amare sorprese, viene a noia a Dumont, che finisce per detestarlo, al pari dell’hascisc, perché «gli ricordava una contemplazione forzata» e perché «il rumore dell’occhio» finisce per «storpiare» le cose. Per questo, egli si ripromette di usarlo «solo per guardare le cose senza metterle a fuoco», e di «pitturare come si fissava la lente venata quando le cose non sono ancora a fuoco». Ma il senso della vista non è l’unico ad avere spazio nella cronaca, dove pure l’osservazione si fa minuta e minuziosa, appuntandosi sul paesaggio, sulla flora e sulla fauna della Liguria di Ponente, sul tenace operare degli uomini e delle donne che cercano di trarre sostentamento da una terra ostica e avara.

Jean-Simon Berthelemy (cerchio) Napoleone nella battaglia di Marengo. Wikipedia p.d.

La ripetitività della vita, che ha qualcosa di tragicomico nella sua insignificanza, sembra trovare riscatto (e senso) nel «sogno religioso» dei «contadini-architetti», per i quali la vita non è altro che «compimento delle stesse cose severe e sofferte, un’unica attesa». Dumont ravvisa in loro «un forte desiderio di sacrificio» che gli sembra «la più disciplinata delle missioni e delle diserzioni». Ai colori cangianti della macchia mediterranea, all’alternarsi di luci ed ombre, si mescolano gli olezzi, i profumi, i rumori, le sensazioni tattili, le mille impressioni che, chi sa perché, si stampano nella memoria. La poesia del paesaggio, insomma, colta ed esaltata da una prosa che a tratti si accende di metafore incandescenti, da un lessico che spesso trafigge la realtà come uno spillo da entomologo, con inesorabile precisione, tanto che non di rado le peripezie dei disertori passano in secondo piano. Allora nella scrittura si sente soprattutto vibrare la carità del natio loco, che è propria di Magliani. E che molto deve alla lezione di un maestro come Biamonti.
Al tenente Dumont sembra infine arridere sorte migliore che ai compagni, grazie a un escamotage del dottor Zomer, il quale lo sottrae al patibolo propinandogli un intruglio dagli effetti apparentemente letali, assimilabili ai sintomi del colera. È il pretesto per farlo condurre al lebbrosario delle Viozene, dove ad accoglierli è proprio Angiolina, nomen omen. Pronta a dare la vita per i suoi bambini e i suoi malati, burbera all’apparenza nella sua «ira gioconda», ma animata sempre da «una gran voglia di scherzare, forse per ridere in faccia alla morte». «C’era qualcosa di disumano in quella figura che non si ammalava mai e pregava come i santi e la sera ricordava i morti».
Mentre Dumont, una volta ripresosi, si ferma lì, con lei, ad aiutarla nella sua opera misericordiosa, il dottor Zomer se ne torna a Lione, a rendere conto degli esiti del suo esperimento e lì verrà giustiziato «con l’accusa di tradimento e favoreggiamento alla diserzione». Là dove un tempo sorgeva il lebbrosario, a fine ’800 restavano solo casolari in rovina e un edificio utilizzato dai pastori durante l’alpeggio. Della lebbra, più nessuna traccia. Ancora a metà del secolo, però, circolavano voci sull’esistenza del lebbrosario e, stranamente, la popolazione ivi vissuta era alfabetizzata: «tutti i bambini che si erano salvati avevano imparato a parlare correttamente il francese, nonché a disegnare e a scrivere, una cosa certamente fuori del comune per gente vissuta ai margini, nella miseria, e in precarie condizioni di salute».

Carlo Prosperi

 

Libri Citati

 

 

  • Il cannocchiale del tenente Dumont 
  • di Marino Magliani (Autore)
  • L’orma, 2021

Acquista € 19,00

 

Descrizione

Estate 1800. Tre soldati napoleonici stanchi della guerra. Alle loro spalle la campagna d’Egitto e i suoi inferni, leniti appena dalla scoperta di una nuova, dolce droga: l’hascisc. Travolti dalla baraonda di Marengo – «la battaglia che alle cinque era persa e alle sette era vinta» -, disertano e si danno alla macchia. Sulle tracce dei tre si mettono gli emissari del dottor Zomer, un medico olandese che ha orchestrato un singolare «esperimento sanitario» per indagare gli effetti della nuova sostanza. Smarriti in un paesaggio ligure che pullula di spie e uniformi ormai tutte indistintamente nemiche, Lemoine, Dumont e Urruti – un capitano erudito, un tenente sognatore e un rude soldato basco – incontrano sulla propria strada amori difficili, illusioni perdute e la gioia del sole. Scopriranno così la libertà di scrollarsi di dosso la Storia per inseguire una vita fatta di attimi e di scelte. Forte di una prosa di precisa bellezza, Marino Magliani dirige una narrazione mossa e visionaria, alternando la velocità della grande avventura all’ampio respiro della pittura di paesaggio.

 

 

Fonte: ElectoMagazine del 10 ottobre 2021

 

 

 

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