Misteri dell’amore? È possibile amare qualcuno e nello stesso tempo, non stimarlo o perfino disprezzarlo? Gli adulti che non si vogliono bene sono degli adolescenti il cui sviluppo psicologico e affettivo si è bloccato 

   È  possibile amare qualcuno e, nello stesso tempo, non stimarlo o perfino disprezzarlo?

Nella LXXII poesia dei Carmina. Gaio Valerio Catullo opera una radicale distinzione fra il sentimento dell’amore, inteso in senso puramente passionale, e quello del bene velle, ossia il voler bene arricchito dalla stima e dall’affetto per la persona amata.

Gaio Valerio Catullo
  • Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
  • Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
  • Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
  • sed pater ut gratos diligit et generos.
  • Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror;
  • multo mi tamen es vilior et levior.
  • Qui potis est? Inquis. Qod amantem iniuria talis
  • cogit amare magis, sed bene velle minus.

Diamo qui la traduzione di Enzo Mandruzzato (in: Catullo, I canti, a cura di Alfonso Traina, Rizzoli Editore, Milano, 1982; Fratelli Fabbri Editori, 1994, pp. 314-15):

  • Una volta dicevi, Lesbia: «Per me non c’è che Catullo,
  • neanche Giove vorrei al posto suo».
  • A quel tempo t’amavo, non come la gente un’amante,
  • ma come un padre ama i figli, ama i generi.
  • Adesso ti conosco. Per questo, se brucio di più, 
  • mi vali molto meno. Mi sei molto di meno.
  • «È tanto strano». Ma un’offesa così ti costringe
  • ad amare di più e a voler bene meno.

Vorremmo pertanto riflettere su questo problema: se sia possibile amare una persona e, nello stesso, stimarla poco, non volerle più bene, o, addirittura, disprezzarla; problema che non è affatto

La guerra dei Roses (1989) Michael Douglas è Oliver Rose Kathleen Turner è Barbara Rose

teorico e astratto, ma che – lo possiamo vedere tutti i giorni e, forse, anche nella nostra stessa esperienza personale – riveste una immensa importanza pratica, nel contesto della vita affettiva.

Il lettore che ci abbia sin qui seguito negli ultimi anni, forse ricorderà un nostro articolo intitolato AMORE DEGRADATO A LIBIDO, nel quale sostenevamo, in buona sostanza, che l’amore passionale è, in larga misura, una creazione dell’Occidente moderno, eretta al rango di Moloch crudele, al quale vengono offerti sacrifici e tributati omaggi, pur mostrandosi ogni giorno lo spettacolo cruento delle vittime che esso esige, e di cui sono piene le pagine di cronaca e i notiziari del telegiornale.

Lawrence Alma Tadema: Catullo e Lesbia

L’amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione.(ndr)

E l’Occidente avrebbe fatto questo nel contesto della frustrazione, della rabbia repressa, dell’infelicità, che il modo di vita moderno produce, ossia come risposta – nevrotica e distruttiva – a un generale sentimento di angoscia e infelicità che ha, a sua volta, il prodotto dello spirito della modernità, i cui caratteri essenziali si possono ricondurre a questi cinque punti qualificanti:

  • 1)      la sete di conoscenza-dominio sul mondo naturale;
  • 2)      un aristocraticismo venato di profondo disprezzo per le masse;
  • 3)      una crescita ipertrofica dell’Ego individuale;
  • 4)      uno stravolgimento e una perversione della normale libido sessuale;
  • 5)      un pragmatismo e un utilitarismo ipocritamente mascherati da moralismo.

A nostro avviso, l’amore passione tanto esaltato e tanto sbandierato dalla letteratura e dal cinema non è affatto indice di amore per la vita, ma una sua segreta, violenta e radicale negazione. Coloro che oggi esaltano la «bellezza» dell’amore passionale e coloro che vi si gettano a capofitto, convinti di vivere esperienze uniche e, anzi, le sole capaci di dare un senso alla propria vita, non si rendono conto di comportarsi come quegli sprovveduti che, con giovanile incoscienza e per noia esistenziale, si baloccano con le sedute spiritiche e l’evocazione dei morti e dei demoni: scatenano, cioè, delle entità terribili, capaci di distruggerne le menti, di annullarne le volontà, di spegnerne per sempre ogni possibilità di pace e serenità. È un gioco pericolosissimo, che si sa come incomincia ma si ignora dove, quando e come avrà fine; un gioco al massacro dal quale non si ritorna mai indenni. 

Ma, se questo è vero; e se sono vere le tesi di Denis de Rongement.(1), secondo il quale l’amore, così come noi lo conosciamo in Occidente, è una invenzione dei trovatori medioevali e, in parte, del Catarismo, con il suo rigido dualismo e con l’idea di trasgressione che la ricerca dei piaceri terreni reca inevitabilmente con sé; allora come accade che Catullo, un poeta latino dell’età di Cesare, sia divenuto famoso proprio per il suo disperato amore passionale per la bellissima Lesbia, cui ha dedicato le sue più belle poesie?

 

Lesbia

Quando dico “ti amo” che cosa sto dicendo di preciso? E soprattutto, chi parla? Il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia dipendenza, il mio eccesso, la mia follia? Non c’è parola più equivoca di “amore” e più intrecciata a tutte quelle altre parole che, per la logica, sono la sua negazione (ndr)

In effetti, Catullo – come abbiamo precisato fin dall’inizio, e come si evince dal testo poetico sopra riportato – aveva una lucidissima consapevolezza che la dimensione passionale del suo amore era scissa dall’amore più vero e profondo, che è fatto di tenerezza, rispetto, stima e affetto per la persona amata; in altre parole, che era una furiosa tempesta dei sensi, ma non vero amore. E, da buon Romano, se ne vergognava non poco: perché innamorarsi a quel modo era considerata cosa poco virile e indegna di un uomo che sa stare al mondo. Né i Greci, maestri dei Romani, la pensavano diversamente: sia per quanto riguardava le relazioni eterosessuali, sia per quanto riguardava quelle omosessuali (a prescindere dal fatto di considerare queste ultime, come nel caso di Platone, superiori alle prime, o viceversa).

Non è un gioco di parole

Non vogliamo certo dire che, se l’amore-passione non è vero amore, allora il problema non esiste; il problema esiste ed esisterà sempre, finché ci saranno uomini e donne che ne subiranno il fascino. E non vogliamo nemmeno domandarci perché esso sia tanto magnificato dai moderni, mentre gli antichi lo tenevano in pochissima considerazione: crediamo, infatti, di avere già risposto, almeno in termini generali, a questo interrogativo.

La cosa su cui vorremmo riflettere è come possano coabitare l’amore passionale e la disistima o il disprezzo dell’altro, all’interno di un rapporto affettivo che sia, anche, ragionevolmente equilibrato e almeno parzialmente armonioso e gratificante.

Locandina. Il diavolo in corpo è un film del 1947 diretto da Claude Autant-Lara

Ora, il fatto che tale coabitazione, di fatto, si verifica abbastanza di frequente, ci sembra indicare che – sempre parlando in generale – i rapporti affettivi propri della modernità si vanno facendo sempre più spesso disarmonici e squilibrati: causa ed effetto, al tempo stesso, di una disarmonia e di uno squilibrio di fondo che sono costituitivi della modernità stessa. E l’esaltazione irresponsabile e compiaciuta dell’amore passionale – che lo scrittore francese Raymond Radiguet, nel 1923, ha così efficacemente descritto nel romanzo Il diavolo in corpo,(L.C.) e il regista Claude Autant-Lara ha trasposto sul grande schermo, nel 1947 – ne è la prova: visto che, in una società normale, le cose buone vengono celebrate, e quelle cattive sono oggetto di riprovazione.

Anche Alberto Moravia, nel romanzo Il disprezzo,(L.C.) ha descritto una relazione amorosa in cui un uomo insegue disperatamente una donna che non solo ha cessato di amarlo, ma finisce per disprezzarlo profondamente. Qui, però, la situazione è più semplice e più banale di quella descritta da Catullo (ed è la differenza fra un grande poeta e un romanziere mediocre ed enormemente sopravvalutato): non vi è nulla di particolarmente insolito, purtroppo,  nel fatto che una persona ne ami un’altra ma ne riceva, in cambio, solamente disprezzo; ben più strano è il fatto che una persona ne ami un’altra e, contemporaneamente, non le voglia bene, la disistimi o la disprezzi. Questa, sì, è una situazione esplosiva, potenzialmente schizofrenica: perché, se è vero che le nostre passioni ci spingono a immedesimarci, idealmente, con l’oggetto verso cui sono dirette, allora accade che una persona ami e disprezzi se stessa, nello stesso tempo. E ciò comporta una vera e propria scissione dell’io, una deflagrazione dell’unità della persona.

Torniamo, quindi, al problema di fondo; da qualunque punto della circonferenza si parta, sempre si ritorna al centro: la tendenza necrofila della civiltà moderna, la sua mancanza di amore per la vita, che impregna i singoli individui con il disamore verso se stessi. Se le persone si volessero un po’ più di bene, non avrebbero la predisposizione a infiammarsi d’amore per delle altre persone cui non vogliono bene, che in fondo disprezzano e dalle quali sanno che riceveranno solo sofferenze e umiliazioni (cfr. anche il nostro precedente scritto:) LA VENERE INFERNALE

Ma certo non possiamo tirare la comoda conclusione che, se le persone non si vogliono bene e, perciò, tendono a infliggersi sofferenze mediante rapporti affettivi sbagliati e masochisti, la colpa è tutta della società e, quindi, non c’è niente da fare e tanto vale rassegnarsi al destino. Nossignori: la società è fatta di uomini; e anche i caratteri distruttivi della modernità sono opera dei pensieri e dei comportamenti umani: pertanto, sono modificabili e migliorabili.

Inoltre, se ci si domanda perché tante persone, oggi, non si vogliono più bene, non si tarderà a rendersi conto che il fenomeno ha origine nell’adolescenza. Il bambino, in condizioni familiari normali, sta bene al mondo: ci si trova a suo agio, ci si muove con relativa disinvoltura; percepisce le cose, in linea di massima, come amiche. L’adolescente, invece, sta male con il mondo e con se stesso: non gli piace la realtà che lo circonda e, in fondo, non gli piace nemmeno se stesso. E questo fenomeno, pur se presenta tratti legati alla psicologia della crescita in quanto tale, si è enormemente accentuato, crediamo, proprio a partire dalla modernità; per poi prendere una piega pericolosissima, nel corso delle ultime due generazioni.

Strana contraddizione! Proprio nell’epoca in cui gli adolescenti sembrano essere al centro dell’attenzione della società, essi si trovano a vivere una crisi che non è soltanto fisiologica, ma storica: la crisi degli adolescenti della società «del benessere». E questa crisi, che al tempo dei nostri nonni rientrava gradualmente con l’ingresso nell’età adulta, oggi tende a cristallizzarsi e a prolungarsi artificialmente per tutto il resto della vita. Gli adulti che non si vogliono bene sono degli adolescenti il cui sviluppo psicologico e affettivo si è bloccato, e nei quali la crisi «di passaggio» dall’infanzia alla maturità è divenuta una condizione permanente e immodificabile.

Se questo è vero, allora possiamo incominciare a intravedere, forse, un po’ di luce nella buia galleria che, presentemente, stiamo attraversando. Sappiamo, per lo meno, da dove ha origine il disagio di molte persone; da dove si alimenta il loro disamore per se stesse, e il loro bisogno patologico di aggrapparsi a qualcuno cui non vogliono bene, ma che le attrae, come la luce della lampada attrae le falene che, su di essa, finiranno per bruciarsi a morte.

L‘adolescente si sente in distonia col mondo perché non lo trova all’altezza dei suoi sogni, dei suoi desideri e delle sue aspirazioni. Restituire fiducia in se stessi e gioia di vivere agli adolescenti, significa mostrare loro attraverso quali vie essi possono dare un senso alla propria vita, ristabilendo il legame incrinato con il mondo esterno e ritrovando motivi di autostima nell’agire in mezzo al mondo che è dato loro, per modificarlo con pazienza e con amore. Se l’adolescente riesce a ricostituire un dialogo con il mondo che lo circonda – che è poi, il mondo degli adulti – egli potrà elaborare una propria via personale verso la realizzazione di sé, divenendo a sua volta un adulto soddisfatto della propria vita (il che non significa, come vorrebbe certa psicologia pragmatista, pronto a dire di sì a tutte le forme dell’esistente).

Ecco, forse la crisi adolescenziale si è trasformata da fisiologica a storica negli anni intorno al Sessantotto, quando lo slogan di tanti cattivi maestri è stato: vogliamo tutto e subito. Poiché, ovviamente, il «tutto e subito» non è arrivato, molti giovani hanno cominciato a covare un sordo rancore contro la società, contro la vita e, in fondo, contro se stessi. Divenuti degli adulti disperati, hanno messo al mondo dei figli ai quali hanno trasmesso la loro sorda disperazione. Magari erano persone socialmente arrivate, economicamente benestanti e, in apparenza, perfettamente inserite nella società; ma, in fondo all’anima, erano dei disperati, i figli non meno dei padri.

questo terribile morbo, il morbo della disperazione – cioè, alla lettera, la mancanza di speranza nel futuro – si è trasmesso anche ai loro nipoti: ed essi sono gli adolescenti del terzo millennio, ricchi di oggetti materiali, ma affettivamente e spiritualmente poverissimi – e sempre più a disagio nel mondo in cui si trovano a vivere.(T.P.I.)

Se vogliamo interrompere la catena infernale, dobbiamo rimboccarci le maniche e insegnare ai giovani d’oggi che la filosofia del «tutto e subito» è una filosofia tanto sbagliata, quanto lo è quella dell’adattamento passivo (e, magari, furbesco) allo stato di cose esistente. L’una pecca di rivoluzionarismo velleitario, l’altra di fatalismo rinunciatario.

La saggezza della vita, in fondo, consiste in questo: nel comprendere che in tanto noi possiamo godere dalla vita, in quanto siamo disposti ad impegnarci per migliorare noi stessi, affinando le nostre potenzialità ed espandendo il nostro livello di consapevolezza, in un rapporto di dono reciproco con la realtà esterna. Chi non sa dare, non potrà ricevere; e chi vuol ricevere tutto e subito (e, magari, senza sforzo e sacrificio personale), non otterrà nulla. Imparare a vedere i lati belli della vita è cosa che nasce dalla soddisfazione del lavoro, dell’impegno e, più importante di tutto, dalla capacità di stupirsi e di vedere la bellezza, anche quando essa riveste gli abiti apparentemente umili delle cose d’ogni giorno.

Chi sa stupirsi, sa godere della vita; e chi sa godere della vita, la ama, e vuol bene anche a se stesso. Infine, chi vuol bene a se stesso vuol bene anche all’altro: non lo cerca per stordirsi in una passione travolgente che somiglia a una droga, ma per completarsi armoniosamente e per arricchirsi nel rapporto con lui.

Una persona così non farà l’esperienza schizofrenica di amare e disprezzare, nello stesso tempo, la persona amata.

Non la farà perché, volendosi bene, cercherà di unire la sua strada soltanto a quella delle persone che riterrà degne della sua stima, della sua tenerezza e del suo affetto.

Francesco Lamendola 

 

Note:

(1) Denis de Rougemont (Couvet, 8 settembre 1906 – Ginevra, 6 dicembre 1985) è stato uno scrittore, filosofo e saggista svizzero di lingua francese. Tra il 1938 e il 1939 si dedica alla redazione dell’opera che gli dona la celebrità, L’Amour et l’Occident, che trae spunto dal tentativo di una codificazione pessimistica del matrimonio, il quale piano piano stava perdendo la sua caratteristica religiosa per un’altra più laica, più passionale. Aspetto che poi enfatizzerà ancor di più nel 1954 quando la rielaborò per Thomas Stearns Eliot. Rougemont sottolinea il fatto che la società e l’amore hanno due canoni diversi, ed il secondo per sopravvivere deve trasgredire alcune leggi della prima. Il rapporto amore – morte, diventa quindi una scelta di vita, affinché l’amore possa sopravvivere, almeno idealmente. In questo modo non è più soggetto a canoni di critica arbitraria, ma rimane permeato in un’aura che lo rende, seppure impalpabile, vivo dal punto di vista della consistenza. Anche in questo caso si rende inalienabile profeta. Siamo a ridosso di un periodo di pura sensualità, con Herbert Marcuse, Norman Brown e i neofreudiani Lacan, Deleuze e Guattari, che spogliano definitivamente questo legame di ogni radice religiosa, il matrimonio come istituzione, esaltandone invece il solo legame passionale, a due, come radice primaria di sostentamento. Non più componente, ma elemento insostituibile. Esalando il suo pessimismo, Rougemont sintetizza la crisi del matrimonio, come la conseguenza dell’incompatibilità tra ciò che si prova e ciò che si può immaginare.

 

Libri Citati

 

  • Il diavolo in corpo
  • Raymond Radiguet
  • Curatore: M. Larocchi
  • Editore: ES
  • Collana: Biblioteca dell’eros
  • Anno edizione: 2005
  • In commercio dal: 17 marzo 2005
  • Pagine: 124 p., Brossura
  • EAN: 9788886534581Acquista. € 15,20

 

Descrizione

“‘Il diavolo in corpo’, prototipo dei best seller erotici del primo Novecento, che al suo apparire provocò un grande scandalo ottenendo un immenso successo, è ancora oggi un romanzo capace di suscitare nel lettore meraviglia e turbamento. Possiede, infatti, l’andatura aspra e lucidissima della cronaca di un brutto sogno. È l’inquietante analisi di un incubo sotteso al mito ancestrale della conquista della Donna-Dea proibita da parte dell’Eroe. Anche se qui, nel testo del ventenne Raymond Radiguet, la ricompensa per il protagonista adolescente, dopo il superamento delle prove iniziatiche di cui l’intreccio si complica, è costituita dalla perdita dello stato di natura e dall’ingresso nella condizione “adulta”, sottomessa alla legge del Padre.”

 

  • Il disprezzo
  • Alberto Moravia
  • Editore: Bompiani
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 468,44 KB
  • Pagine della versione a stampa: LI-262 p.
  • EAN: 9788858704325.  Acquista € 6,99

 

Descrizione

Protagonista è uno scrittore di sceneggiature i cui rapporti con la moglie si illuminano e si complicano a contatto con il mondo della produzione cinematografica, della carriera e del successo. Questo libro muove da un dato positivo, un caso di fedeltà matrimoniale, per chiarirne tutta la natura di illusione, di reale sconfitta e profonda, moderna contraddizione. “… È nel ‘disprezzo’ che la problematica centrale di Moravia trova la sua summa più precisa e complessa, quasi una unitaria enciclopedia della sua varia tematica.” (Edoardo Sanguinetti)

 

Copertina: La guerra dei Roses (The War of the Roses) è un film del 1989 diretto da Danny DeVito, basato sul romanzo omonimo di Warren Adler.  Michael Douglas è Oliver Rose Kathleen Turner è Barbara Rose

Fonte Accademia Nuova Italia del 24 febbraio 2018

 

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