La seduttrice è una povera creatura che è costretta a dissimulare la propria miseria. La sua figura si è caricata di un languido e irresistibile fascino erotico come se ella concentrasse in sé tutte le delizie della femminilità

 

 

Marilyn Monroe, Quando la moglie è in vacanza un film del 1955 diretto da Billy Wilder

 

Nella società post-moderna lo stravolgimento del senso morale, o anche semplicemente del senso estetico, è arrivato ad un punto tale che, nell’immaginario collettivo, la figura della seduttrice è circonfusa da un’aura gloriosa – un po’ come lo è, ma evidentemente in un altro senso –, quella dell’uomo cinico e senza scrupoli, disposto a tutto pur di far soldi e conquistare il successo.

Non solo: la figura della seduttrice si è caricata di un languido e irresistibile fascino erotico, come se ella concentrasse in sé tutte le delizie della femminilità; quasi che lei, e lei sola, incarnasse degnamente il prototipo dell’eterno femminino, e a lei sola spettasse, nel senso più pieno della parola, l’appellativo di donna.

Che le cose stiano in tutt’altro modo; che la seduttrice sia solo una povera creatura debole e nevrotica, sopraffatta da un perenne sentimento della propria inadeguatezza e miseria, e tormentata da una radicale mancanza di autostima, pare che siano in pochi a sospettarlo; anzi, per dirla tutta, pare che  solo pochi abbiano intuito l’intimo dramma di questo tipo umano: che non è affatto quello che

Eva Green seduttrice in rosso per Campari

vorrebbe sembrare; che non è affatto, nel vero senso della parola, una donna, ma piuttosto una caricatura e un tradimento del tipo femminile più vero ed autentico.

L’equivoco, del resto, comincia già dalla parola che adoperiamo per indicarla: troppo nobile e sofisticata la parola «seduttrice», che suggerisce qualche cosa di raffinato e di estremamente intelligente, qualche cosa che attira l’attenzione dei veri intenditori; in breve, qualche cosa che è degno di essere ammirato e imitato.

Mary Pickford, 1920

Fino a qualche decennio fa, si usava – e si usa tuttora, ma ormai quasi a livello dialettale – una espressione molto più franca e diretta, assai meno pomposa e letteraria: si diceva, semplicemente, «civetta». Oppure, alla francese, si diceva «coquette»: espressione resa celebre dal film omonimo del 1929, diretto da Sam Taylor e interpretato dalla diva del momento, Mary Pickford, tutta fronzoli e sguardi assassini.

Ma il destino delle parole è quello di piegarsi al mutare delle ideologie vigenti in una data società; per cui, al plebeo e biasimevole «civetta», che sa tanto di società pre-industriale ancor legata ai valori forti – e sorpassati – della famiglia patriarcale, valori in odore di maschilismo, si è gradualmente sostituito il più mondano ed elegante «seduttrice», che fa venire in mente Sharon Stone che siede con le gambe accavallate davanti agli inquirenti di un caso di omicidio, lasciando intravedere che, sotto la minigonna, non indossa proprio niente; e intanto fuma con voluttà la sigaretta e provoca con lo sguardo coloro di cui dovrebbe – in teoria – aver timore.

Sharon Stone nel film Basic Instinct

Certo sono stati proprio il cinema, e poi la televisione, a contribuire così potentemente al mutamento del clima morale della società odierna; perché è piuttosto evidente che una povera contadina siciliana o polacca, che gioca con l’eros maschile, non è che una misera civetta, una donna da niente, tutt’al più una figura patetica, oggetto di una riprovazione sociale generalizzata; mentre una signora di Londra o di Parigi, che fa le stesse cose, ma nell’ambiente patinato dell’alta borghesia e vestendo abiti simili a quelli delle dive di Hollywood, ebbene quella è proprio una seduttrice, una specie di Cleopatra del mondo contemporaneo: creatura rara e fatale che, se non esistesse, bisognerebbe inventare, per mettere un pizzico di sale nella prosaicità della vita d’ogni giorno.

Scriveva il dottor I. Klug nel suo strano, a volte irritante, ma nel complesso ricchissimo libro «Le profondità dell’anima», che tanti boriosi psicologi odierni, magari di tendenza freudiana, farebbero bene ad andarsi a leggere e a meditare a fondo (titolo originale: «Die Tiefen der Seele»; Torino, Marietti, 1951, p. 159):

«Una forma differenziata particolare di erotismo femminile è quella che si incontra nel tipo della “coquette”. La coquette è la donna che gioca con l’eros e, coscientemente o incoscientemente, eccita nel suo avversario non soltanto l’eros ma anche il sesso, ed accade certo assai più spesso che lo faccia coscientemente che non incoscientemente. Il Simmel distingue tre specie di “coquette” la lusingatrice, l’intrigante e quella che al tempo stesso eccita e disprezza il suo avversario nel gioco d’amore. La lusingatrice lascia intendere: “Tu potresti vincermi, ma io non mi lascio prendere”. Quella che eccita e ad un tempo disprezza pare che dica: “Io vorrei lasciarmi vincere, ma sei tu che non ci riesci, non sei uomo da tanto”. L’intrigante mette in gara l’uno contro l’altro tutti i suoi spasimanti, nel segreto compiacimento o, forse meglio,  pregustando la gioia di poter dire: “Voglio vedere chi di voi saprà vincermi, ma in ogni caso io non vi renderò facile questa vittoria”. Nessuna “coquette” merita l’onorevole qualifica di “vergine” o di “donna”, per quanto possa essere rispettivamente l’una e l’altra in senso fisiologico. La “coquette” è, se si vuol essere sinceri, sempre in pericolo di diventare una prostituta della fantasia.»

Giambattista Tiepolo, Angelica e Medoro si congedano dai pastori che li hanno ospitati, affresco nella Sala dell’Orlando Furioso di Villa Valmarana

Tre sottotipi, dunque, caratterizzano la donna che ama giocare con l’eros maschile: la lusingatrice; l’intrigante; e (se così vogliamo chiamarla) la sadica sostanzialmente frigida e, forse, con una grossa componente di omosessualità inconscia; tipi che – è quasi superfluo aggiungere – possono trovarsi di frequente variamente mescolati.

Simone Peterzano, Angelica si innamora di Medoro

Al primo tipo appartiene Angelica dell’«Orlando Furioso»: eterno oggetto del desiderio, che sfugge continuamente ai suoi corteggiatori; e che, quando smette di fuggire (perché s’innamora nel modo più banale di un fante qualsiasi, Medoro) esce di scena, perché non potrebbe più svolgere l’unico gioco di cui era maestra, né più incarnare quel tipo di miraggio.

Al secondo tipo appartiene la protagonista de «La locandiera» goldoniana, che ama mettere in competizione i suoi spasimanti e non tollera che alcuno si sottragga al suo gioco monotono e ossessivo.. (T.P.I.)

Al terzo tipo appartiene la protagonista del romanzo di Pierre Loüys «La donna e il burattino»; ma vi appartengono anche numerosi personaggi femminili di una galleria ideale che va da Baudelaire a Dostojevskij, a Ibsen, a Strindberg.

La donna e il burattino

Si tratta del sottotipo femminile più complesso e più patologico (tutto il tipo della civetta è patologico, come dicevamo all’inizio, per quanto lo si voglia adornare di orpelli letterari o cinematografici); e, quel che più conta, del sottotipo che oggi – a nostro parere – si sta maggiormente diffondendo, a scapito dei primi due e anche, probabilmente, di molte donne che, in un diverso contesto culturale, avrebbero saputo gestire diversamente la propria femminilità nelle relazioni con l’altro sesso.

È evidente che ci troviamo dinanzi a una patologia grave, e più precisamente del tipo schizoide; non occorre essere esperti psicologi, infatti, per rendersi conto, di primo acchito, che un individuo il quale strutturi la propria vita sociale e affettiva intorno a una doppia esigenza assolutamente contraddittoria, quella di eccitare e quella di respingere – anzi, di respingere disprezzando – soffre di una pronunciata distorsione della struttura psichica ed è destinato ad infliggere continuamente le più gravi sofferenze a se stesso e agli altri (per quanto possa camuffare un tale tormento dietro la facciata di «vittorie» strepitose).

Si tratta, dunque, di un povero essere, miseramente insicuro e intimamente incompleto, perfino mutilato; un essere sciagurato il quale, come il cane idrofobo, brama ardentemente, con tutto se stesso, proprio quel sollievo del dissetarsi che gli è negato da una invincibile ripugnanza nei confronti dell’acqua.

Non c’è proprio niente di romantico, a guardarlo da vicino; non c’è niente di ammirevole o di invidiabile in una persona che cerca di realizzarsi solo al prezzo di far soffrire gli altri e che gode soltanto dello sterile piacere di misurare la propria potenza, di cui alla fine non sa che farsene, dato che ella è la prima e più tormentata prigioniera di se stessa.

Vale la pena di chiedersi da dove provenga il dilagare di questa infezione, di questa patologia, di questa folle maniera di dissipare nell’infelicità il tesoro della propria anima.

Le cause del fenomeno sono certamente varie e complesse, né ci sarebbe possibile, in uno spazio così angusto, esaminarle tutte in maniera adeguata. Riteniamo, tuttavia, che due spicchino sulle altre; e su di esse vogliamo soffermarci a riflettere.

La prima è l’estrema frustrazione con cui l’uomo e la donna vivono la relazione reciproca nella società odierna; conseguenza, a sua volta, di fattori sociali, economici e culturali sempre più invasivi e spersonalizzanti, tipici della società di massa.

L’individuo alienato non riconosce i termini della realtà in cui si muove e non è in grado di elaborare strategie costruttive per uscire dal proprio disagio; tutto quello che sa fare è di prendere a bersaglio un nemico illusorio e di prendere a modello un amico altrettanto illusorio. Così, l’uomo e la donna alienati, frustrati e infelici, tendono a riversare la propria aggressività l’uno contro l’altra, anziché unire le forze nella lotta comune per liberarsi.

In questo modo, la dialettica fra i due sessi (che da sempre, intendiamoci, è fatta anche di competizione e di lotta) si impoverisce e si appiattisce su di un’unica dimensione, quella del gioco per il potere, in cui ciascuno dei due fa a gara per sottomettere l’altro, per ridurlo all’impotenza, per averlo alla propria mercé e trarne un misero surrogato di quel benessere interiore, che solo la liberazione effettiva da ciò che comprime e avvilisce le potenzialità dell’anima, è in grado di arrecare.

Nel caso della donna, ella si sente spinta ad accentuare e ad esasperare oltre ogni limite quella componente aggressiva, sadica e sprezzante che, nella donna normale, esiste, ma viene mantenuta entro limiti accettabili da altri fattori; e che, soprattutto, non diviene mai una forza autonoma e fine a sé stessa, ma rimane costantemente al servizio di altre e più nobili funzioni (ad esempio, mettere alla prova il reale valore del maschio, per verificare fino a che punto la donna possa trovarvi un compagno che sia degno di lei).

La seconda causa crediamo abbia a che fare non con il potere (di un sesso sull’altro), ma con la paura.

In un mondo che corre sempre più in fretta, al puto che alcuni psicologi parlano apertamente, e ormai da anni, di un vero e proprio «shock da futuro», gli esseri umani si sentono sempre più scavalcati dalla fatalità di un preteso progresso che va per la sua strada, senza guardare in faccia a nessuno e che demolisce, dall’oggi al domani, stili di vita, certezze consolidate, valori e punti di riferimento d’ogni genere.

Come nel caso dei passeggeri di una nave che, sballottata dai marosi, appaia in procinto di affondare, così i membri della società post-moderna cercano istintivamente qualche cosa cui afferrarsi, qualche cosa che serva ad esorcizzare, e sia pure solo in forma immaginaria, i pericoli reali contro i quali le loro vite paiono destinate ad infrangersi. Ciò li rende spasmodicamente bisognosi di identificarsi con qualcosa che li faccia sentire un po’ protetti, che conferisca loro un senso di sicurezza, e sia pure relativa.

Ebbene, nel caso della donna, questo bisogno nevrotico di sicurezza si riduce, sovente, alla misura dell’indice di apprezzamento che gli altri le riservano nella sfera sociale e affettiva; e quale maniera più certa ed evidente di verificare un tale indice, che mettere alla prova il proprio potere di seduzione sull’altro sesso?

L’etimologia di «sedurre» non viene, come si potrebbe pensare, da «condurre con sé», ma da «sviare» e ha quindi, fin dall’origine, una forte componente negativa. Significa innanzitutto condurre fuori strada, cioè condurre al male; in secondo luogo, attrarre in senso sessuale, ma con l’ausilio di allettamenti e lusinghe, cioè –  ancora –  in maniera non limpida e onesta; e solo da ultimo attrarre e basta, senza implicazioni di valore.

Pertanto, chi seduce persegue deliberatamente una strategia fondata sul male dell’altro; e chi si lascia sedurre facilmente, o addirittura lo desidera con tutto se stesso, non è che un’anima persa, in attesa del primo padrone che lo voglia comprare.

Ma la cosa più triste è che la donna seduttrice – o la donna civetta, come forse è il caso di tornare a chiamarla, spogliandola di una gloria che non le compete – non mira a sedurre per esercitare un potere effettivo, ma solo per inebriarsi di un potere teorico: rimane, cioè, inappagata ella stessa dopo ogni «conquista», come un miliardario che si ostini a vivere in completa povertà, pur dopo ogni nuovo acquisto di ricchezza.

Non è solo una cosa triste, ma una cosa demoniaca: demoniaca è la condizione di chi impiega ogni suo tempo e ogni energia per combattere una battaglia che, oltre ad arrecare molto male al prossimo, non potrà mai recare un sollievo effettivo a se stesso.

Tale è la condizione della civetta con tendenza sadica: si eccita mediante la capacità di eccitare il maschio; ma poi è respinta dai suoi stessi demoni nella propria solitudine, in uno sterile regno senza luce e senza gioia, perché impossibilitata a realizzare la comunione con l’altro e l’armonia con il proprio autentico sé.

Non vi è nulla di ammirevole, nulla di grande nella sua condizione; al contrario, vi è molto da compatire.

Ma senza disprezzo: questo tipo di donna è, in primo luogo, una vittima, e sia pure di se stessa: delle sue frustrazioni e delle sue paure. La sua salvezza sarebbe quella di trovare un uomo che le faccia capire quanto sia sbagliata la strada che ha deciso di percorrere, credendo di trovarvi un sollievo al proprio disagio esistenziale.

Un tipo d’uomo del genere, però, non è oggi frequente da incontrare; molto più frequente è il tipo meno nobile, meno virile, che non ha alcun sostegno da offrire alla donna, perché, in fondo, è lui che segretamente aspira ad essere dominato, sottomesso e perfino umiliato.

Ed è così che le due solitudini e le due frustrazioni, quella femminile e quella maschile, invece di incontrarsi e di donarsi aiuto reciproco, finiscono per alimentare la spirale perversa che le allontana sempre di più l’una dall’altra; visto che non basta un letto disfatto per creare unione, ma è necessaria la profonda intesa di due anime che non abbiano smarrito l’incanto del mondo, oltre che il rispetto dovuto a se stesse.

Francesco Lamendola

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia del 7 gennaio 2018

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