Ho tenuto in serbo la tua ombra, spero non si sia sgualcita. Va cucita, lo faccio io, è un lavoro da donna. (Peter Pan, James Matthew Barrie)

Immagine Grey’s Anatomy (2005) Ellen Pompeo: Meredith Grey e Patrick Dempsey: Derek Shepherd

 

Ho tenuto in serbo la tua ombra, spero non si sia sgualcita. Va cucita, lo faccio io, è un lavoro da donna”.

I personaggi di Peter Pan e Wendy – qui in un’illustrazione del 1924 – molto prima del riadattamento Disney sono presi come esempio nella teorizzazione della sindrome della crocerossina.

Con queste le parole Wendy si rivolge a Peter Pan la prima volta che lo incontra. Le avventure di Peter Pan sono state scritte all’inizio del 1900 dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie. Wendy è una bambina che incarna perfettamente lo stereotipo femminile dell’epoca, la cui massima aspirazione è sposarsi, possibilmente con Peter e dedicare ogni minuto del tempo alla famiglia e alla casa. Peter Pan è una figura diametralmente opposta: eterno fanciullo, spensierato, immune dai  legami, profondamente immaturo e incapace di costruire una relazione stabile.

È per questa ragione  che la “Sindrome della Crocerossina” è anche conosciuta come “Sindrome di Wendy”.

Accudito dalla sua crocerossina

«La sindrome della crocerossina» dice il dottor Fabrizio Monteverde psicologo e psicoterapeuta «definisce una configurazione identitaria e una modalità relazionale tipica di persone, di solito donne, che appaiono protettive nei confronti del partner o, meno frequente, di altre persone significative.» Di fronte a uno, due, dieci appuntamenti in cui ogni volta con lo stesso verdetto: un uomo con un passato difficile, poco propense ad amare qualcuno che non sia se stesso. Di fronte a queste difficoltà molte donne se la danno a gambe; ma non per tutte suona il campanello d’allarme. È lei, l’eterna crocerossina. «La crocerossina è una sorta di principe azzurro al femminile» dice Monteverde «Ciò che muove la crocerossina nel suo amore assoluto è dunque, a mio avviso, un modello analogo, incentrato sulla pretesa delIo ti salvo, quindi mi amerai!”». Di chi si innamora una crocerossina?

«Di un uomo sfuggente, incapace di costruire legami. In genere ripropone perfettamente quelle figure del passato che la crocerossina non è riuscita a trattenere a sé. La crocerossina lo percepisce subito come partner misterioso, inafferrabile, problematico: insomma, il “bello e dannato” che solo lei potrà salvare» dice Monteverde.

Le donne che si comportano così, specie nella relazione di coppia con il loro partner, hanno il tipico atteggiamento di chi si sente imprescindibile, insostituibile. Ambiscono alla perfezione e alla felicità del prossimo anche con un tipo di protezione eccessiva. Un modo di fare che ricorda, appunto, quello delle crocerossine dedite al 100% alla vita degli altri.

Queste cure sono rivolte a chiunque: figli, genitori, amici, fratelli, conoscenti, colleghi, sconosciuti. Tuttavia il “paziente” privilegiato è molto spesso il partner, che spesso è una persona a sua volta succube, fragile o semplicemente immatura, ma comunque bisognosa di cure, materiali e spirituali.

Le donne sono culturalmente e socialmente le più predisposte a sviluppare questo schema relazionale disfunzionale, sono portate a “servire ed accudire” portando all’eccesso opposto il loro spirito materno, nel tentativo di rendersi  indispensabili per l’altro e mettersi così al riparo da un’eventuale abbandono e separazione. E’ chiara l’influenza socio-culturale che per secoli ha visto la donna come angelo del focolare, educata al servizio e al sacrificio e che realizza se stessa solo nel compimento del suo “dovere” di figlia, moglie e madre, prendendosi cura dell’altro con smisurato spirito salvifico.

È davvero altruismo o ossessivo bisogno di controllo? La sottile linea tra il bene e il male.

Ci sono donne che incappano sempre in uomini bisognosi di affetto, cure, attenzioni e ci sono uomini sfuggenti che finiscono sempre al centro delle attenzioni di chi soffre della “Sindrome della Crocerossina”.

In una canzone di Battiato, “La cura”, si descrive bene l’energia che è possibile imprimere nell’azione di cura:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te […]

 

Che cosa c’è di male nel volersi rendere utili alle persone in difficoltà, nel volersi mettere a disposizione di chi è meno fortunato di noi?

Assolutamente niente, ci mancherebbe altro: ce ne fossero di più, di persone sensibili e altruiste, capaci di spingersi un poco al di fuori della propria dura corazza, per portare qualche conforto e per offrire consolazione a coloro che soffrono, che non ce la fanno, che disperano.

E dunque?

Uomo narcisista

Il punto è che esistono due tipi di persone altruiste, assolutamente diversi e quasi antitetici: quelle che desiderano aiutare gli altri per sovrabbondanza del cuore, per generosità autentica, per trasparente spirito di servizio; e quelle che non sanno vivere la propria vita, non sanno affrontare e neppure guardare in faccia i propri problemi, e tuttavia pretendono, anzi, appunto per questo pretendono, di farsi carico di quelli altrui.

Non è una metafora casuale. I due personaggi di James Barrie sono quelli che nel 1983 hanno ispirato lo psicologo Dan Kiley a teorizzare la sindrome di Peter Pan, nel libro The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up, e la sindrome di Wendy, nota anche come sindrome della Crocerossina, l’anno seguente nel testo The Wendy Dilemma. Cosa significano è presto detto: la sindrome di Peter Pan è la condizione psicologica di quegli adulti che rifiutano di accettare le regole e le responsabilità che età e ruolo sociale portano con sé, rifugiandosi in comportamenti e mentalità dell’adolescenza. Il Peter Pan è sostanzialmente un narcisista, incapace di porsi nei panni degli altri e convinto nella propria immaturità, e in quanto tale il suo concentrarsi su se stesso gli impedirebbe di instaurare relazioni durature. A meno di trovare una Wendy disposta ad assecondarlo.

È possibile che Kiley abbia tratto ispirazione per i suoi saggi anche da un articolo di ricerca di Carolyn Quadrio datato 1982: in The Peter Pan and Wendy Syndrome: A Marital Dynamic, la

Una donna depressa

psichiatra australiana prendeva ad esempio un modello di coppia che prevedeva un marito infedele ed egocentrico e una moglie depressa e sofferente, osservando come i disturbi di entrambi autoalimentassero la loro relazione tossica: lui trovava una fonte inesauribile di attenzioni a sostegno del suo ego, lei un paziente bisognoso a cui rivolgere le proprie cure e amore ossessivo. Ma cosa succede esattamente nella mente di una persona affetta da sindrome della Crocerossina?

Solitamente i partner ‘soccorsi’ hanno la caratteristica di essere persone un po’ complicate, per qualche motivo inafferrabili o problematiche; con i quali si instaurano relazioni che inizialmente vengono percepite come difficili. Ma è proprio in queste situazioni che la Crocerossina da un senso alla sua mission: io ti aiuterò, tu starai meglio, mi sarai riconoscente e mi amerai.

Gli amici e i parenti osservano la scena, costernati, ma anche commossi, e non possono fare a meno di pensare: «Guarda fino a che punto lo ama, fino a che punto si sta sacrificando per lui!»; poveri sciocchi, non hanno capito niente: l’Eterna Crocerossina non ama le persone a dispetto della loro sofferenza, del loro disadattamento, della loro abiezione, ma proprio a motivo di essi; e, se non li trovasse già belli e pronti sul proprio cammino, andrebbe a cercarli con la lanterna, come Diogene faceva per le vie di Atene, sebbene fosse pieno giorno.

Che il Cielo ci scampi e ci protegga da simili forme di sollecitudine: esse equivalgono a un genere larvato di schiavitù, a una transazione poco pulita, in cui si riceve aiuto e conforto in cambio di una totale e definitiva sottomissione.

Nella “Sindrome della Crocerossina” l’intenzione è sempre quella di salvare l’altro e di emanciparlo, finalmente, da tutte le sfortune che ha incontrato nella sua vita, che vanno dall’infanzia difficile, la perdita dei genitori, in padre assente, una madre che non l’ha saputo amare, molte sfortune lavorative, l’essere incompreso nelle relazioni.

Alcune volte la vita è stata così avara con lui da riservargli addirittura una moglie che non lo capisce, che non dorme con lui, che si occupa solo dei figli.

Naturalmente la sindrome non coinvolge solamente il partner essa si rivolge anche ad altri soggetti.

C’è un ragazzo, per esempio, che beve, che si droga, che frequenta pessime compagnie, insomma che sta buttando via la sua vita? Ecco che l’amica o l’amante affette dalla sindrome dell’Eterna Crocerossina volano letteralmente al suo soccorso, bramose di redimerlo sopra ogni altra cosa. E si martoriano, si esauriscono, si massacrano nell’improba fatica, non di rado fino ai limiti, e magari oltre i limiti, dell’autodistruzione.

Lo psicoterapeuta Enrico Faggiano spiega come mai siano le donne le più colpite dalla sindrome della crocerossina.

Sono certo – spiega l’esperto e studioso – che il motivo sia da ricercare nell’educazione della donna, oltre a uno spirito materno innato. Una volta, ad esempio, il ruolo del medico era riservato all’uomo, oggi in ambito sanitario e sociale le donne sono in forte maggioranza e questo si rileva a livello internazionale. La donna è da sempre più propensa a prendersi cura di chi le sta accanto. Nel bene e nel male.

Una dottoressa alla fine di un intervento
Se la sua situazione è veramente grave, allora bisogna impegnarsi per “salvarlo” fino allo stremo delle forze; e, così facendo, si viene dispensati dal dovere di rimanere sempre umani

Nella “Sindrome della Crocerossina” l’intenzione è sempre quella di salvare l’altro e di emanciparlo, finalmente, da tutte le sfortune che ha incontrato nella sua vita, che vanno dall’infanzia difficile, la perdita dei genitori, in padre assente, una madre che non l’ha saputo amare, molte sfortune lavorative, l’essere incompreso nelle relazioni.

Medici in sala operatoria

Alcune volte la vita è stata così avara con lui da riservargli addirittura una moglie che non lo capisce, che non dorme con lui, che si occupa solo dei figli.

Avete mai notato quanto poca umanità ci sia nelle situazioni ospedaliere più difficili, dove si lotta letteralmente per strappare alla morte il paziente? Tutti, medici e infermieri, sono spasmodicamente impegnati a fare quello che deve essere fatto per salvare quella vita; e lo fanno come macchine, non come esseri umani. Questa non è una critica, è la realtà. Le macchine agiscono più in fretta, con più freddezza e con maggiore efficienza di un essere umano, per quanto quest’ultimo sia un bravo medico o un bravo infermiere.

E adesso proviamo a trasportare questa situazione nel contesto della relazione tra l’Eterna Crocerossina e l’essere umano che ella ha deciso di salvare, di riscattare, di strappare agli artigli del Male, per donargli quasi una seconda vita. Quale obiettivo ammirevole! È chiaro che, se ci riesce, tutto le verrà perdonato: anche la mancanza di umanità con cui avrà agito; anche l’atteggiamento puramente meccanico; anche l’aver tenuto dentro di sé, ben chiuso a doppia mandata, il segreto del proprio cuore, delle proprie emozioni, dei propri sentimenti.

Ha scritto Olivier Cotinaud nel suo libro «Elementi di psicologia per l’infermiera» (titolo originale: «Elements de psychiologie pur l’infirmiere»; traduzione italiana di Marialusisa Cairssoni, Milano, Editrice Ancora, 1972, pp. 208, 209-10):

«Non abbiamo più tempo sufficiente per occuparci veramente dell’ammalato (contatto personale, conforto). Sovraccariche di lavoro, preoccupate soprattutto di effettuare le cure, non troviamo più i momenti necessari per parlare con lui. L’ammalato talvolta si rende conto di non essere considerato come persona umana, e tuttavia egli aspetta simpatia, conforto e non vuole essre curato da un robot (macchina che distribuisce le comprese). Da parte nostra, ci troviamo a disagio perché noi abbiamo scelto di curare l’uomo nella sua totalità.

Si ha talvolta l’impressionme che l’uomo sia messo a servizio della scienza e della tecnica e ciò è per noi un motivo di conflitto interiore. […]

In questi reparti si verifica un processo di disumanizzazione dei rapporti umani; la lotta per mantenere in vita questi malati richiede l’impegno di un grande numero di persone; le équipes sono numerose, i loro compiti spesso si intersecano. In un groviglio di fili elettrici, aiutanti e infermiere si incaricano ogni quarto d’ora di misurare il polso, la pressione arteriosa, le temperature, un drenaggio ogni mezz’ora; mentre anestesisti e rianimatori cambiano continuamente il contenuto delle fleboclisi, gli specialisti dell’E. E .G. aspettano il turno per le loro registrazioni Per evitare disagi e per assicurare un efficace lavoro  d’équipe è assolutamente necessario delimitare  i compiti di ciascuno;: ma non è molto semplice.

Il lavoro impone un ritmo di vita troppo rapido, troppo estenuante, perché ci si possa dedicare ad una altra attività  all’infuori di qualche svago più o meno passivo. L’amministrazione non ha seguito lo sviluppo della nostra professione e non conosce per es. le nuove qualifiche professionali (aiuto anestesista, rianimatrice).

La tecnica e l’organizzazione dell’ospedale ignorano assai spesso la vita umana dell’infermiera, mentre desidereremmo che si tenesse conto della vita personale di ognuno. Il lavoro è divenuto faticoso, esige una tensione psicologica più grande…»

Il paziente inglese (The English Patient) film del 1996 diretto da Anthony Minghella. Ralph Fiennes- conte László Almásy e Juliette Binoche- Hana

Ebbene, le stesse identiche osservazioni che qui vengono fatte per le vere infermiere che lavorano in un vero complesso ospedaliero, si possono estendere alle persone, maschi e femmine, affette dalla sindrome dell’Eterna Crocerossina.

Con una aggravante, però: che quest’ultima non solo ha poco tempo per ascoltare VERAMENTE il suo protetto, dal momento che è troppo impegnata a cercare di salvarlo; ma ha anche pochissimo tempo, o forse non ne ha affatto, per parlare di se stessa, per aprirsi, per mostrarsi come realmente è e non come a tutti i costi vuole apparire agli altri.

Uno degli aspetti che è importante svelare rispetto alla sindrome della crocerossina, ha a che fare con il meccanismo proiettivo che nasconde: la fortissima identificazione con la persona che soffre. Questo meccanismo apre la strada a fortissimi sensi di colpa nel caso non scatti il meccanismo di aiuto e a un forte senso di appagamento e benessere nel caso contrario. Quest’ultimo senso di appagamento e la sensazione di essere utili “annebbia la vista”.

Con tutto quel daffare, con tutta quella responsabilità sulle spalle, con tutta quella fatica che si sta sobbarcando, l’Eterna Crocerossina viene ad essere dispensata da ciò che, normalmente, costituisce la premessa di qualunque relazione umana che non voglia restare su un livello meramente superficiale: il fatto di mostrarsi, di confidarsi, di rivelare i propri pensieri intimi, le proprie speranze e anche le proprie debolezze ed i propri timori.

E, se è dispensata dal farlo con l’altro, a maggior ragione si sente dispensata dal farlo con il giudice più temuto ed esigente: se stessa.

Mi esime solo in apparenza, però: tutto ciò che non facciamo di bene a noi stessi, di bene nel senso spirituale della parola e non nel senso edonistico, prima o poi ci chiederà conto del nostro comportamento, sotto forma di disturbi, di malesseri, di angoscia, di depressione: non ci servirà a nulla dire: «Ma io ho fatto del bene ad altri!»; una parte profonda di noi, che non si lascia incantare dalle nostre stesse chiacchiere, ci risponderà con durezza: «Ipocrita! Il bene che facevi agli altri, lo facevi perché non avevi il coraggio di farlo a te stesso».

Perciò possiamo dire che la sindrome dell’Eterna Crocerossina è, fondamentalmente, una strategia per non doversi confrontare con se stessi, ciò che metterebbe in pericolo i propri deboli equilibri, la propria vacillante autostima, le proprie traballanti certezze; insomma è una strategia contro la fatica di adattarsi al cambiamento.

Queste donne, quasi sempre di donne si tratta, raramente hanno goduto di amore gratuito, ma spesso di amore condizionato: ti voglio bene solo se ti comporti in un certo modo. In età adulta, perciò, l’approvazione e la valorizzazione diventano indispensabili per la loro autostima e non possono non attivare relazioni orientate a questo.

Il rischio che si corre nel fare la crocerossina sono il totale invischiamento nella relazione: più lui sta male, più il senso della vita di lei sarà il salvarlo. Molte donne sopportano condizioni di maltrattamenti, dipendenza e sociopatie molto serie perché offuscate dal senso di utilità che deriva loro da quella relazione.

Si riesce a malapena e con tanta fatica a cambiare se stessi, voler cambiare l’altro e il suo destino è uno straziante miscuglio tra mission impossible e pericolosa illusione.

Se ne può uscire da una tale dipendenza?

Se fra le tante crocerossine pronte al sacrificio, ce ne sono altrettante che hanno capito di essere cadute in una specie di dipendenza e vorrebbero disintossicarsi.

È stato allestito, qualche anno fa, un seminario dal titolo: “Io Mi salverò: come uscire dalla dipendenza affettiva e smettere di fare la crocerossina” il seminario parlava degli amori tossici, malsani, disfunzionali. Perché di amore ci si può ammalare e le conseguenze possono essere devastanti.
Ma in questi casi si può parlare di vero amore? Con quale tipo di amore abbiamo a che fare?
Spesso si tratta di un rapporto nel quale uno dei due partner svolge in maniera non corrisposta un ruolo soccorevole, dedito alla “riparazione” e alla “salvezza” dell’altro. Una relazione di coppia con dinamiche ben precise: da un lato, il partner “crocerossina”, accogliente, accudente, sempre pronto a dimostrare il proprio amore, a mostrarsi all’altezza delle aspettative e a dirimere i suoi dubbi; dall’altro, il partner “da salvare”, abitualmente manipolatore, narcisista, risentito, dall’umore mutevole, capace solo di instillare insicurezza e dispensare “briciole” d’amore.
Queste storie, inizialmente caratterizzate da momenti brillanti, vivaci ed appaganti, si trasformano pian piano in un vortice di abbandono, rifiuto e disprezzo che fa precipitare la persona svalutata nella convinzione di essere inadeguata e indegna d’amore.

Individuare ed intercettare in anticipo i meccanismi disfunzionali che si celano dietro a queste relazioni può permettere alla persona “crocerossina” di non cadere nella trappola del carnefice e di iniziare ad intraprendere quel percorso di auto-cura e di rispetto di Sè che le permetterà di essere libera di vivere in maniera autosufficiente e di riappropriarsi della propria autostima senza farla dipendere dal giudizio dell’Altro.

“È così dolce essere amati, che ci accontentiamo anche dell’apparenza” (E. d’Houdetot)

Non possiamo non ricordare la crocerossina Agnes von Kurowsky una storia d’amore vissuta febbrilmente tra il 1928 e il 1929 dall’allora giovane Ernest Hemingway. Dove nel 1996 fu tratto il film “Amare per sempre”. Hemingway come assistente di trincea – aveva chiesto espressamente di assistere alla guerra da vicino – così fece domanda per essere trasferito.

Da “Amare per sempre”, (1996) di Richard Attenborough, Chris O’Donnell nei panni di Ernest Hemingway e Sandra Bullock nei panni di Agnes von Kurowsky.

Fu mandato sulla riva del basso Piave, nelle vicinanze di Fossalta di Piave e Monastier di Treviso, come assistente di trincea. Aveva il compito di distribuire generi di conforto ai soldati, recandosi quotidianamente alle prime linee in bicicletta. Cercò di mettere in salvo i feriti ma, mentre stava recandosi al Comando con un ferito in spalla, fu colpito alla gamba destra da proiettili di mitragliatrice che gli penetrarono nel piede e in una rotula. Si salvò anche perché le schegge della bombarda austriaca che lo ferirono gravemente gli arrivarono indirettamente, avendo colpito in pieno un soldato italiano che, avendogli fatto involontariamente da scudo umano, gli salvò così la vita. Il 17 luglio venne trasferito all’Ospedale della Croce Rossa Americana a Milano, dove fu operato. Lì rimase tre mesi, durante i quali conobbe e si innamorò, di un’infermiera statunitense di origine tedesca, Agnes von Kurowsky. La Kurowsky, contrariamente alle altre crocerossine, non mantenne la promessa di sposarlo, perché considerava il rapporto con lui una relazione giovanile, fugace e platonica. Una volta dimesso e decorato con la medaglia d’argento al valor militare italiana, ritornò al fronte a Bassano del Grappa; quando l’esercito fu smobilitato, il 21 gennaio del 1919 Hemingway fece ritorno a Oak Park, dove venne accolto come un eroe. La vicenda ispirerà qualche anno dopo A Farewell to Arms (Addio alle armi).

Infine voglio citare una frase della scrittrice Oriana Fallaci, frase su cui vorrei che ci si fermasse a riflettere per aprire una piccola crepa nel proprio pensiero… chissà se da quella crepa potrà magari entrare la luce di una maggiore consapevolezza di quello che giorno dopo giorno viviamo.

  • L’amore da una parte sola non basta. Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua.
  • Chi non fa regali, non apprezza regali.
  • Tu cerchi Dio in Terra, e sei disposta a qualsiasi menzogna pur di inventarlo.
  • Ma Dio non si inventa, e neppure l’amore.
  • L’amore è un dialogo, non un monologo.

(O. Fallaci)

 

 

Immagine Grey’s Anatomy (2005) Ellen Pompeo: Meredith Grey e Patrick Dempsey: Derek Shepherd

 

Bibliografia

 

  • Donne che amano troppo
  • Robin Norwood
  • Traduttore: Enrica Bertoni
  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: Universale economica. Saggi
  • Edizione: 62
  • Anno edizione: 2013
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 25 settembre 2013
  • Pagine: 300 p., Brossura
  • EAN: 9788807882661.  Acquista € 9,02

 

Descrizione

Con simpatia e competenza professionale Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti. Perché amare diviene “amare troppo”, e quando questo accade? Perché le donne a volte pur riconoscendo il loro partner come inadeguato o non disponibile non riescono a liberarsene? Mentre sperano o desiderano che lui cambi, di fatto si coinvolgono sempre più profondamente in un meccanismo di assuefazione. “Donne che amano troppo” offre una casistica nella quale sono lucidamente individuate le ragioni per cui molte donne si innamorano dell’uomo sbagliato e spendono inutilmente le loro energie per cambiarlo. Con simpatia e competenza professionale Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti. Prefazione di Dacia Maraini.

  • La dipendenza affettiva. Come riconoscerla e liberarsene
  • Daniel Pietro
  • Traduttore: T. De Rosa
  • Editore: Paoline Editoriale Libri
  • Collana: Psicologia e personalità
  • Edizione: 10
  • Anno edizione: 2005
  • In commercio dal: 1 giugno 2015
  • Pagine: 112 p., Brossura
  • EAN: 9788831527675.  Acquista € 9,02

 

Descrizione

In che modo e per quali motivi si diventa affettivamente dipendenti? Come si vive questa realtà nella vita quotidiana? Come si può uscirne e vivere serenamente? Attraverso queste domande l’autore, D. Pietro, sviluppa il tema della dipendenza affettiva, di cui egli stesso ha fatto esperienza (ferite psicologiche, alcool, senso di abbandono, mancanza di autostima). Egli ritiene che la causa della dipendenza affettiva sia da ricercare nella carenza d’affetto verificatasi durante l’infanzia. Uscirne è possibile, a patto che si prenda coscienza del problema, si cerchi un aiuto psicologico adeguato e si abbia davvero la volontà di dare alla propria vita un corso diverso.Il volume si articola in dieci capitoli. Nei primi tre, l’autore espone la propria storia (padre “assente” e madre autoritaria, dipendenza dall’alcol, psicoterapia individuale e di gruppo, ritiro spirituale, presa di coscienza delle proprie possibilità, uscita dalla dipendenza). Nei capitoli successivi, indaga sulle cause e su alcune manifestazioni della dipendenza affettiva, come: l’amore-passione; la depressione; i problemi causati da separazione e divorzio; il lutto; l’alcolismo e la tossicomania; la compulsione alimentare. Chiude il volume una breve Bibliografia.

 

  • Amori altamente pericolosi. Gli otto stili affettivi dei quali è meglio non innamorarsi: come identificarli e difendersene –
  • Walter Riso
  • Traduttore: G. Cecchini
  • Editore: Mondadori
  • Collana: Strade blu. Non Fiction
  • Anno edizione: 2009
  • In commercio dal: 28 aprile 2009
  • Pagine: 191 p., Brossura
  • EAN: 9788804591368.  Acquista € 17,00

 

 

Descrizione

Un rapporto di coppia comporta per sua natura rinunce e compromessi, ma quando vengono messe in discussione la serenità e la dignità si è vittime di personalità patologiche, di “stili affettivi disfunzionali”. Walter Riso, psicologo clinico, analizza otto diverse forme di affettività patologica. La galleria degli “amori altamente pericolosi” comprende realtà molto diverse tra loro: dallo stile istrionico-teatrale, soggetti che riducono l’amore al solo desiderio e puntano tutto sull’esteriorità, all’amore ossessivo-compulsivo, in cui il soggetto assume i panni di un intransigente perfezionista pronto a stigmatizzare con la massima severità la più insignificante sbavatura. Se con un profilo narcisistico-egocentrico il partner sarà costretto a considerarsi una sorta di “satellite affettivo” e dovrà sacrificare i suoi desideri e i suoi bisogni al culto fanatico di un megalomane innamorato solo di se stesso, con la personalità schizoide-eremita l’altro sarà vittima di una totale mancanza di affettività, di un’apatia esistenziale, di un’indifferenza così radicale da annichilirlo nella sua stessa dimensione umana. Perché molti continuano a cadere nella rete di queste personalità, avventurandosi in relazioni che si trasformano in un calvario? Comprendere i motivi per cui questi soggetti riescono a rendersi così pericolosamente attraenti è il primo passo per imparare a riconoscere il vero volto dell’amore, fatto di equilibrio, reciprocità, rispetto dell’altro.

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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