La contraddizione della donna moderna nasce dal fondamentale oblio di se stessa. La “superdonna moderna” vuole stravincere la sfida col maschio e far impazzire di desiderio tutti i maschi giovani e vecchi? 

 


Malèna è un film di coproduzione Italo-Tedesca del 2000 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore. Monica Bellucci è Maddalena “Malèna” Scordia

La contraddizione della donna moderna nasce dal fondamentale oblio di se stessa

La donna moderna, e con l’aggettivo “moderna” intendiamo “liberata” ed “emancipata” nel senso che la cultura femminista ha attribuito a queste parole, si dibatte, con se stessa e con gli uomini, in

Paola Iezzi e Myss Keta nel video di LTM

una contraddizione fondamentale, dalla quale non sa come uscire.

Come vi sia giunta, attraverso quali mutamenti socioculturali e per quali meccanismi psicologici, sarebbe cosa lunga da esaminare; del resto, abbiamo cercato di farlo in una numerosa serie di articoli, per cui daremo come sufficientemente lumeggiato questo punto; vediamo, invece, quale sia lo stato attuale delle cose e come, eventualmente, se ne possa uscire.

Semplificando al massimo i termini  della questione, potremmo dire che la donna moderna, sempre meno interessata ai figli e alla famiglia e tutta protesa, invece, a fare carriera o, comunque, ad affermarsi a livello sociale, in concorrenza col maschio e, possibilmente, trionfando su di lui, vorrebbe essere apprezzata per le sue doti decisionali, per la sua forza di carattere, per la sua determinazione e la sua grinta, per la sua intelligenza, per la sua cultura: insomma, per tutte le qualità che, secondo lei, dovrebbero portarla ad eccellere e a mostrare quanto fosse ingiusto ed esecrabile il vecchio ordine sociale che, a suo dire, la discriminava gravemente a vantaggi del maschio, anche se di lei meno dotato e meno meritevole.

Operaie della Zanini anni ’60

Al tempo stesso, però, essa vuol mostrare che l’ambizione di affermarsi socialmente e culturalmente non esclude affatto la femminilità, intendendo quest’ultima quasi esclusivamente nel senso della dimensione erotica e sensuale; pertanto, ella si è posta il duplice obiettivo di mostrare al maschio che è professionalmente più brava di lui e, contemporaneamente, che è una superdonna e non una brutta copia di lui e, pertanto, che può essere desiderabile e seducente quanto e più della donna di due o tre generazioni fa, la quale si limitava a cercar di piacere al marito.

La superdonna moderna, invece, vuole stravincere la sfida col maschio e, quindi, vuole far impazzire di desiderio tutti i maschi, giovani e vecchi, restando però sempre padrona della situazione: il che significa che non è disposta a concedersi mai, limitandosi a godere (anche sessualmente) della loro eccitazione o, tutt’al più, concedendosi con sussiego a qualche maschio che non la metta troppo in ombra e che non ponga in discussione la sua superiorità.

Lo sceglie, dunque, più giovane, a volte molto più giovane di lei, diciamo dell’età del proprio figlio; bello e palestrato, per goderne come di un giocattolo sessuale (magari dopo averne ammirato le grazie in qualche locale di spogliarello maschile); non troppo intelligente e decisamente ignorante, perché non vuol correre il rischio che la situazione le sfugga di mano.

Ieri, oggi, domani è un film del 1963, diretto da Vittorio De Sica. Qui Sophia Loren è Anna Molteni Marcello Mastroianni è Renzo

In breve, lo sceglie – se pure lo sceglie – puntando al massimo del piacere fugace (esattamente come facevano e fanno i maschi stupidi ed egoisti) e, d’altro canto, al minimo del coinvolgimento emotivo e sentimentale, in modo da avere il controllo totale del gioco e da potere usare e gettare lo sprovveduto maschietto in qualsiasi momento, a proprio talento.

Bisogna aggiungere che molte donne che seguono questo indirizzo nei rapporti con l’altro sesso sono già talmente bramose di successo e di potere che, per esse, il fatto sentimentale in se stesso e, sovente, anche il fatto sessuale, passano decisamente in secondo o terzo piano; si tratta di donne sostanzialmente anaffettive, che considerano i legami come una forma deprecabile di debolezza e che, nella loro marcia verso l’affermazione sociale, disdegnano qualunque possibile intralcio e sono pronte a disfarsi di qualsiasi cosa possa somigliare a una zavorra, capace di ostacolare e ritardare i loro disegni.

Molte di queste donne hanno sostituito il rapporto sentimentale con l’uomo con un rapporto “freddo”, cameratesco, asessuato, con colleghi ed amici maschi, più spesso con dipendenti e sottoposti, dai quali sanno di non aver nulla da temere (o da sperare) quanto a intraprendenza e spirito d’iniziativa.

Attrazione fatale (Fatal Attraction) è un film del 1987 diretto da Adrian Lyne. Michael Douglas è Dan Gallagher Glenn Close è Alex Forrest

Con siffatti uomini esse intrattengono anche rapporti scherzosi, si scambiano consigli di carattere estetico, mostrano loro senza imbarazzo parti intime del proprio corpo, per far vedere quanto si sono abbronzate durante le vacanze  o come si sono depilate audacemente: tanto, sanno di poter mantenere la confidenza entro limiti assai precisi, più o meno come se avessero a che fare con delle amiche: ciò che, sia detto fra parentesi, getta una luce abbastanza significativa sul grado effettivo di virilità di questi loro simpatici amichetti.

Al tempo stesso, la loro ambizione indirizza tali donne, irresistibilmente, verso uomini che, ai loro occhi, rappresentano il successo, vuoi sul piano economico, vuoi su quello politico, vuoi, infime, su quello culturale: di costoro cercano la compagnia, puntano ad attrarre l’interesse, si propongono come ammiratrici o come amiche disinteressate verso le cose banali delle persone comuni e tutte protese, invece, verso le regioni “alte” degli affari, del potere o del pensiero.

Non c’è cosa che le lusinghi di più che riuscire a richiamare l’attenzione e conquistarsi la stima e la fiducia di tali uomini; però, non potendo soffocare del tutto la loro natura femminile, ecco quest’ultima rientrare dalla finestra, dopo essere stata cacciata dalla porta.

E così, come per caso, ecco uno spacco generoso della gonna che si apre sul più bello di una dotta conversazione, oppure un movimento casuale del busto in avanti (ma certo, casuale, bisogna essere ben maliziosi per pensare altrimenti!), che fa abbassare la maglietta ed offre un colpo d’occhio a dir poco conturbante sulle meraviglie del décolleté.

È quasi inutile aggiungere che, quando l’uomo mostra di accorgersi di tali panorami corporei e di provarne un evidente compiacimento, la donna si sente profondamente inorgoglita; un po’ meno semplice da spiegare, dal punto di vista della psicologia maschile, è come tale orgoglio tenda a mutarsi bruscamente in fastidio e persino offesa, se agli sguardi ammirati fanno seguito parole o gesti espliciti, dai quali traspaia un robusto desiderio sessuale, che non si accontenta della contemplazione platonica.

E questa è la contraddizione

La donna moderna e neo-femminista, infatti, senza rendersene conto, desidera, nello stesso tempo, due cose che non sono conciliabili, se non in certi film di Hollywood, che trasudano finzione dal principio alla fine: farsi ammirare e, se possibile, invidiare dall’uomo sia per le doti dell’intelligenza e della cultura, sia per quelle del corpo, sottolineando queste ultime con espedienti vistosi e senza disdegnare il ricorso al repertorio più classico della seduzione; però, poi, si sdegna e si risente se, nell’uomo, questo secondo aspetto, che ella ritiene puramente sussidiario, viene alla fine apprezzato più di quell’altro e suscita un desiderio esplicitamente sessuale.

Rivelazioni (Disclosure) è un film del 1994, diretto da Barry Levinson e tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton. Michael Douglas è Tom Sanders Demi Moore è Meredith Johnson

Se ciò accade, lei vede la conferma del teorema femminista secondo il quale ogni uomo è un energumeno senza alcuna sensibilità, una bestiaccia perennemente in calore, incapace di pensare ad altro che a quella cosa lì; e non si rende conto, più o meno in buona fede, di aver fatto molto perché le cose prendessero quella tale piega, proprio con il suo contegno, con il suo linguaggio, con il suo abbigliamento, con gli sguardi assassini e le parole allusive.

Di fatto, moltissime donne, a causa dei postumi dell’ubriacatura femminista, sono piombate in un  autentico stato confusionale e non si rendono conto di mandare dei segnali che significano tutt’altro da quello che esse pensano: non si vedono ogni giorno, ad esempio, delle vergini studentesse e delle timorate signorine di buonissima famiglia, andarsene fuori, la sera, vestite in una maniera che potrebbe fare invidia alle ragazze di vita, in attesa di abbordare i loro clienti sui viali di periferia e sulle circonvallazioni extraurbane?

In pratica, esse non si rendono conto che esiste un divario enorme, incolmabile, tra l’immagine che vorrebbero dare di se stesse e l’immagine che realmente danno; e questo significa che hanno perduto il rapporto con il loro corpo, con la loro naturalezza, per rinchiudersi in un mondo di fantasie deliranti e di aspettative allucinatorie, nel quale sono vittime e tiranne di se stesse.

A questa prima contraddizione se ne aggiunge una seconda: perché vorrebbero, sì, essere apprezzate dagli uomini soprattutto per le loro doti intellettuali, ma senza rinunciare a farsi apprezzare anche per quelle fisiche; e loro stesse, in realtà, non sanno bene in quale dei due ambiti vorrebbero riportare i maggiori successi: perché se ciò accade nel primo, allora si sentono mortificate nella loro fisicità; se nel secondo, si sentono disistimate nella loro intelligenza.

C’è, infine, una terza contraddizione, che è la conseguenza diretta e inevitabile delle prime due: se la loro bellezza non viene notata o se, comunque, non suscita reazioni di palese interessamento da parte dell’uomo, si ritengono offese e ferite nella loro stessa femminilità; ma se quelle reazioni essa le suscita, magari con l’aiuto di un abbigliamento e di un trucco decisamente provocanti, allora si risentono, perché l’uomo non sa stare nei “giusti limiti” di un rapporto di amicizia o di lavoro e, abituate come sono alla frequentazione con degli efebi dalla scarsa o nulla sessualità, che le complimentano senza desiderarle, reagiscono davanti alle più normali “avances” press’a poco come se improvvisamente venissero aggredite da un maniaco sessuale.

Come se ne viene fuori?

La donna dovrebbe tornare a se stessa, alla propria autentica natura, liberandosi – questa volta sì, è il caso di adoperare un tale vocabolo – dalle assurde e irrealistiche aspettative ingenerate in lei dalla cultura femminista.

Una segretaria anni ’60

Non si può avere tutto; non si può desiderare tutto; non ci si può proporre di essere sempre i primi della classe, in ogni ambito della vita.

O si punta sull’intelligenza e sulle doti dell’anima, oppure sulla bellezza fisica e sul proprio potenziale seduttivo: non si può incantare il prossimo con entrambe le cose; e, soprattutto, bisogna chiarire a se stessi quale sia la propria parte più vera, quella in cui si ripone la propria giusta fierezza e da cui ci si aspetta di ricavare riconoscimenti e gratificazioni.

Inoltre, se si punta sull’intelligenza, non ci si può dare un aiutino con le proprie doti fisiche, e poi stupirsi e magari offendersi se queste ultime attirano l’attenzione più di quell’altra; e non si può far consistere l’aiutino in strategie di vera e propria provocazione sessuale, a scapito della naturalezza e della semplicità, salvo poi sentirsi umiliate se ciò induce l’uomo a interpretare il tutto come un invito sessuale più o meno esplicito.

Qui vi sono delle contraddizioni fortissime, che trovano la loro radice in una incapacità, da parte della donna moderna, di guardarsi dentro lealmente e di decidere che cosa desidera essere e su che cosa intende concentrare il proprio progetto di vita, adeguando le proprie aspettative al tipo di scelte che lei stessa decide di fare.

Non si può giocare contemporaneamente su due tavoli e poi decidere opportunisticamente, di volta in volta, su quale dei due si vuole vincere; né si possono cambiare le regole del gioco in corso d’opera, secondo la propria convenienza.

Al fondo di simili comportamenti vi è la solita, vecchia tendenza a voler manipolare gli altri e le situazioni, a voler esercitare un controllo e, possibilmente, un dominio; insomma, a voler fare sì che gli altri pensino, dicano e facciano esattamente quel che la donna desidera, quando lo ha deciso lei e nei termini che a lei sono graditi.

Ma questo è un giochetto che può riuscire, appunto, con gli efebi, non con gli uomini veri; un uomo vero non accetterà mai di essere manipolato e, al contrario, farà vedere ben presto che la donna, battendo queste vie traverse, non riesce ad esercitare alcun potere sui di lui, semmai a perdere tutto il proprio fascino e la propria desiderabilità.

Bisogna essere chiari, sempre: e questo vale per tutti, donne e uomini indifferentemente.

Il nascondimento, la dissimulazione, le astute strategie per far cadere l’altro in nostro potere, non sono indice di chiarezza, né di lealtà; chi li adotta come normali strategie nei rapporti con l’altro, non potrà che ricevere in proporzione: vale a dire che farà colpo sulle persone di poco valore, ma si squalificherà automaticamente davanti a quelle che possiedono fierezza e personalità.

È sempre meglio essere se stessi e mostrarsi apertamente per quel che si è: anche se si andrà incontro a qualche delusione, prima o poi si faranno gli incontri giusti e si troverà il proprio equilibrio; e quest’ultima è la premessa per vivere una vita serena, autentica, piena.

Francesco Lamendola

 

Immagine: Monica Bellucci nel film Malèna

Per gentile concessione:  [/btn

Fonte Accademia Nuova Italia del 6 gennaio 2018

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