La tragedia shakespeariana dipinta da Millais diventa icona del Preraffaellitismo

Ophelia” Autore John Everett Millais (1851-1852) Tecnica olio su tela Dimensioni 76,2×111,8 cm Ubicazione Tate Gallery, Londra

DONNE NELL’ACQUA: L’ARTE TRA BELLEZZA E SIMBOLO

«Ophelia» di John Everett Millais (1851-1852)

Un capolavoro vittoriano che intreccia natura, letteratura e simbolo in una poesia visiva sulla morte e la bellezza

Redazione Inchiostronero


Primo capitolo della serie Donne nell’acqua: l’arte tra bellezza e simbolo, questo post è dedicato a «Ophelia» di John Everett Millais. Dipinta tra il 1851 e il 1852, l’opera raffigura l’eroina dell’Amleto di Shakespeare nel momento della sua morte, sospesa nell’acqua e circondata da fiori carichi di significato. Manifesto della Confraternita Preraffaellita, il dipinto unisce l’osservazione naturalistica dal vero a una sensibilità poetica e simbolica. In un’Inghilterra segnata dall’industrializzazione e dal moralismo vittoriano, «Ophelia» rappresenta la tensione dell’arte ottocentesca: cercare nel mito e nella natura un riflesso più autentico dell’animo umano.

In questa serie attraverseremo epoche e stili diversi: dalle altre versioni di Ofelia dipinte da Rossetti e Waterhouse, fino agli specchi acquatici di Monet e Renoir, passando per i corpi mitici di Klimt e le inquietudini di Munch. Ogni post racconterà non solo l’opera e il suo autore, ma anche il contesto storico in cui è nata, per mostrare come l’immagine della donna immersa nell’acqua sia diventata, di volta in volta, tragedia, desiderio, contemplazione o simbolo di modernità.

La storia

Millais aveva inizialmente progettato «Ophelia» come parte superiore di un lussuoso baldacchino imperiale: da qui lo sviluppo orizzontale della tela e i due angoli superiori smussati, un formato insolito per un soggetto tanto drammatico. L’idea non si concretizzò, ma questa origine spiega la composizione distesa, che sembra quasi voler trasformare il fiume in un lungo fregio naturale.

La realizzazione fu complessa e richiese mesi di lavoro. Millais dipinse prima lo sfondo direttamente dal vero, sulle rive del fiume Hogsmill, vicino a Londra. Qui studiò la vegetazione con occhio quasi scientifico, annotando ogni specie botanica con un’attenzione che ricorda quella di un naturalista vittoriano. Questo metodo, tipico dei Preraffaelliti, univa l’arte alla scienza, trasformando la pittura in un atto di osservazione rigorosa.

Successivamente l’artista si concentrò sulla figura di Ofelia. Per la posa scelse Elizabeth Siddal, modella e futura moglie di Dante Gabriel Rossetti. La giovane posò per ore in una vasca riempita d’acqua nello studio di Millais, riscaldata da lampade a olio. Un giorno, quando le lampade si spensero, l’acqua si raffreddò e Siddal prese un forte raffreddore che degenerò in malattia: l’episodio diventò quasi leggendario e contribuì ad alimentare l’aura tragica attorno al dipinto.

Al momento della sua esposizione alla Royal Academy nel 1852, l’opera suscitò un forte impatto. Alcuni critici furono colpiti dalla bellezza e dalla precisione naturalistica, altri lo giudicarono eccessivamente crudo e malinconico. Ma proprio questa tensione tra estetica e dramma decretò il successo di «Ophelia», destinata a diventare una delle immagini più iconiche dell’arte vittoriana e della pittura preraffaellita.

La descrizione

Ophelia (particolare)

Ofelia, appena caduta nel ruscello, galleggia a pelo d’acqua, le mani aperte in segno di resa. I fiori del suo mazzo si disperdono nella corrente, mentre la figura sembra non opporre alcuna resistenza, abbandonandosi al proprio destino. Millais costruisce uno spazio di impressionante autenticità: oltre alla ricchissima vegetazione, compaiono un pettirosso, un ratto d’acqua e persino un teschio semi-nascosto, simboli di fragilità e morte.

Per raggiungere questa fedeltà al vero, Millais dipinse per mesi sulle rive del fiume Hogsmill, studiando direttamente la flora locale. In studio, come abbiamo già citato, posava la giovane Elizabeth Siddal immersa in una vasca colma d’acqua, dettaglio che testimonia la volontà quasi scientifica dei Preraffaelliti di osservare e restituire la realtà con assoluta precisione.

Millais carica la flora dell’opera di un forte valore simbolico. Le specie floreali ivi presenti, infatti, sono incluse o perché sono state direttamente citate nella tragedia shakesperiana, o, soprattutto, per la loro pregnante valenza simbolica, atta a sottolineare la caducità della vita dell’infelice fanciulla.

L’opera raffigura Ofelia che, appena caduta nel ruscello, è distesa a pelo d’acqua con le mani aperte e i fiori del mazzo che vanno disperdendosi nel fluttuante elemento. La ragazza, inserita in uno spazio efficacemente autentico (che comprende anche alcuni animali, tra cui un pettirosso ed un ratto d’acqua, e persino un teschio) non oppone resistenza alla corrente, abbandonandosi completamente a quello che sarà il suo fangoso sepolcro.

Millais carica la flora dell’opera di un forte valore simbolico. Le specie floreali ivi presenti, infatti, sono incluse o perché sono state direttamente citate nella tragedia shakesperiana, o, soprattutto, per la loro pregnante valenza simbolica, atta a sottolineare la caducità della vita dell’infelice fanciulla.

L’autore e lo stile

John Everett Millais (1829-1896) fu un prodigio della pittura: ammesso alla Royal Academy di Londra a soli undici anni, divenne presto uno degli allievi più promettenti della sua generazione. Nel 1848, insieme a Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt, fondò la Confraternita Preraffaellita, un gruppo di giovani artisti che intendevano rompere con l’accademismo dominante e riscoprire un’arte più sincera, ispirata ai maestri medievali e rinascimentali anteriori a Raffaello.

La loro pittura si caratterizzava per l’uso di colori vividi e brillanti, ottenuti grazie a tecniche di stesura a olio particolarmente luminose, e per l’attenzione minuziosa al dettaglio naturale. L’obiettivo era tornare a una “verità visiva” che unisse realismo e spiritualità, in netta contrapposizione alla retorica idealizzata dell’arte accademica.

Ophelia rappresenta uno dei risultati più alti di questa ricerca. La composizione unisce la precisione quasi scientifica dello sfondo botanico con la potenza simbolica della figura centrale, in una sintesi che diventerà il marchio di fabbrica dei Preraffaelliti. L’acqua limpida e trasparente, i fiori descritti con cura maniacale e la posa estatica della protagonista creano un’immagine che è al tempo stesso documento naturalistico e allegoria poetica.

Dopo l’esperienza preraffaellita, Millais si allontanò progressivamente dallo stile iniziale, avvicinandosi a un linguaggio pittorico più convenzionale che gli garantì fama e riconoscimenti ufficiali: fu eletto presidente della Royal Academy e ricevette il titolo di baronetto. Tuttavia, Ophelia rimane l’opera che meglio incarna la sua fase più rivoluzionaria, quella in cui cercò, insieme ai compagni della Confraternita, di restituire all’arte un’autenticità capace di parlare al cuore e alla mente.

Il contesto storico

La metà dell’Ottocento in Inghilterra fu un’epoca di grandi contraddizioni. Da un lato, l’età vittoriana (1837–1901) coincide con l’apice della potenza dell’Impero britannico: Londra è la capitale del mondo industriale e finanziario, il progresso tecnologico corre veloce con le ferrovie, le fabbriche, le nuove scoperte scientifiche. Dall’altro lato, questo sviluppo porta con sé nuove forme di alienazione, squilibri sociali e un diffuso senso di nostalgia per valori spirituali e naturali che sembravano minacciati dall’avanzata della modernità.

In questo scenario, la pittura accademica celebrava eroi classici, allegorie idealizzate e scene storiche rassicuranti, sostenuta da una Royal Academy che dettava mode e gusti. I giovani preraffaelliti — Millais, Rossetti, Hunt — si ribellarono a questa visione, convinti che l’arte dovesse tornare alla sincerità, alla purezza dei maestri medievali e rinascimentali “prima” di Raffaello.

Ophelia nasce in questo clima di rinnovamento: non è solo un’illustrazione dell’Amleto, ma un manifesto culturale. La scelta di Shakespeare come fonte non è casuale: nell’Ottocento egli è visto come un genio universale, capace di dare voce alle passioni più autentiche dell’animo umano. L’acqua del fiume, resa con rigore naturalistico, diventa così specchio di una società che, pur immersa nel progresso scientifico e tecnologico, cerca nel mito e nella natura un linguaggio per esprimere la propria inquietudine esistenziale.

Allo stesso tempo, la figura femminile di Ofelia riflette le ambiguità dell’epoca: la donna è celebrata come simbolo di purezza e bellezza, ma anche sacrificata in un destino di passività e morte. Non è un caso che il tema della “donna nell’acqua” ricorra spesso nell’arte vittoriana e simbolista: essa diventa un archetipo culturale, specchio delle tensioni tra desiderio e moralità, vita e dissoluzione.

In questo senso, Ophelia di Millais non è soltanto un capolavoro pittorico: è anche un documento prezioso di un’epoca che, sospesa tra progresso e spiritualità, trovava nell’arte il luogo dove elaborare le proprie contraddizioni.

Chiusura riflessiva

«Osservando l’“Ophelia” di Millais non contempliamo soltanto la morte di una giovane donna, ma l’eco di un’intera epoca che, tra scienza e poesia, cercava nell’acqua il riflesso delle proprie inquietudini e dei propri sogni».

La figura di Ofelia, fragile e luminosa, continua a parlarci oggi perché incarna la tensione universale tra vita e dissoluzione, tra bellezza e caducità. L’acqua che l’accoglie è al tempo stesso grembo e sepolcro, specchio della natura e specchio dell’anima.

Non sorprende che questo tema ritorni ossessivamente nell’arte ottocentesca e novecentesca: la donna immersa nell’acqua diventa un’immagine archetipica, pronta a trasformarsi di volta in volta in eroina tragica, creatura mitica, simbolo di desiderio o di libertà interiore.

Con Millais apriamo dunque un percorso che ci condurrà, nei prossimi capitoli, dalle altre Ofelie preraffaellite alle ninfee di Monet, dalle sensuali serpentine acquatiche di Klimt fino alle inquietudini moderne di Munch. Ogni opera offrirà un volto diverso dello stesso specchio: l’acqua come teatro della condizione umana.

Dove si trova oggi

L’«Ophelia» di John Everett Millais è conservata a Londra, presso la Tate Britain, museo che custodisce una delle più ricche collezioni di arte britannica. Esposta per la prima volta alla Royal Academy nel 1852, l’opera suscitò reazioni contrastanti: alcuni critici rimasero affascinati dalla minuzia botanica, altri la giudicarono eccessivamente malinconica. Con il tempo è divenuta uno dei dipinti più amati e visitati della Tate, considerata oggi un’icona assoluta dell’arte vittoriana e della sensibilità preraffaellita.

La Redazione

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