Si dice spesso di chi muore, per rendergli omaggio, che lascia un vuoto incolmato…

DOPO BATTIATO IL VUOTO

Franco Battiato

Ora che si è concluso il “transito terrestre” Franco Battiato ha lasciato un vuoto pneumatico nella musica italiana e non solo. Si dice spesso di chi muore, per rendergli omaggio, che lascia un vuoto incolmato. Ma questa volta è la pura verità; e pneumatico viene da pneuma, spirito. Battiato era un’anomalia della musica, unico, senza eredi, perché spirituale.

Creatura ibrida, navigava a suo agio nel mondo pop e rock, cantava canzoni d’amore e perfino da discoteca; alcuni suoi motivi e parole, sono entrati come refrain nel gergo dei nostri anni. Eppure era Straniero, veniva da lontano, cantava l’Altrove. Nel tempo in cui l’unico messaggio “alto” dei cantanti è un modulo prestampato da compilare: niente confini, niente razzismo, siamo accoglienti e sradicati, diritti civili e umanitari, Battiato indica l’altra via: l’uscita dal mondo e dall’umanità, l’ascolto di esperienze superiori e l’apertura alla vita ulteriore, i percorsi dell’anima verso la Luce. Indistinta era la sua spiritualità o aperta a più percorsi, permeata da più esperienze, dal cattolicesimo materno al cristianesimo ortodosso, dall’Islam sufi al Buddismo Zen, fino ai Veda.

Ho definito il suo incrocio tra musica leggera e spiritualità come un esempio unico e paradossale di “mistica leggera”. L’essenza della sua musica è la spiritualità, di cui non si vede traccia nella canzone odierna: devi tornare ai grandi della musica sinfonica del passato o ripiegare all’opposto sugli spirituals afroamericani per avvertire almeno l’uso dell’espressione. Battiato invece era di casa nei mondi dell’altrove, negli stati spirituali ed era in solitudine siderale non solo rispetto al regno della musica leggera o “finto rock”. Ma anche rispetto ad altri saperi. Chi osa oggi un percorso spirituale nella filosofia o nella cultura, al di là delle confessioni religiose o della pura ricerca di studio? Lo spiritualismo pare un reperto di altre epoche o è confuso con l’idealismo e altre filosofie trapassate. O si fa spiritualità new age, all’ingrosso, quasi un rimedio psicanalitico per “stare bene con se stessi”.

Battiato non era un filosofo, e paradossalmente si accompagnava nella vita a un filosofo nichilista e cinico che era l’antitesi della sua visione metafisica: un apologeta dell’ateismo radicale e dell’empietà come Manlio Sgalambro. Ed era un sodalizio anche fruttuoso sul piano musicale, magari incrociando esperienze di confine tra i due mondi, come Baudelaire, doganiere tra l’inferno e il paradiso.

Franco aveva qualcosa del filosofo antico, presocratico: lo sguardo perso, in apparenza ebete, l’attitudine ai saperi vani e assoluti, l’indole giocosa e ironica, protesa al paradosso e alla maschera, per schermirsi e dire la verità nella pazzia e col sorriso. E un distacco dal mondo, una distanza dalla realtà profana, che i primi tempi poteva parere un atteggiamento ma che poi diventò la misura della sua vita, anzi – come dicono i maestri spirituali – la sua “equazione personale”. Ma la sua fu una ricerca dell’impersonalità; l’io scompare nell’Uno trascendente.

Eppure Battiato era lo stesso che aveva cantato l’amore, la nostalgia e perfino l’indignazione civile, per esempio con Povera Patria. Qui insorge la questione politica emersa anni fa: Battiato è di destra? Lui aveva il terrore di queste classificazioni e di queste appartenenze, non voleva farsi ingabbiare nelle etichette che fanno tanto male. Diciamo invece il contrario: che c’era un ambito, soprattutto culturale, della destra che si riconosceva nel suo linguaggio e nel suo amor del sacro e della sapienza, che frequentava Guénon e il pensiero tradizionale, andava oltre l’Occidente e attingeva ai Maestri della Metafisica. Era quel mondo a riconoscersi in lui e non viceversa; un po’ come accadde con Lucio Battisti, che forse qualche frequentazione di destra radicale invece ebbe. Ma in entrambi i casi è irrilevante per la musica, il marchio non serve, non giova e sminuisce. Il suo, il loro, resta un canto impolitico.

Battisti era un sublime “incantautore” che toccava i sentimenti, gli amori e le giovinezze perdute con quella voce da eterno adolescente, generando atmosfere fatate. Battiato puntava oltre l’anima, ai cieli della metafisica e della liberazione da ogni cura terrena, passando dagli amori per tendere infine all’Amore a cui ubbidisce l’universo, come cantava echeggiando Dante e il suo conterraneo Empedocle. Cercava aure e aurore spirituali nel tempo dell’imbrunire.

Perciò Battiato è stato per me un punto di riferimento e a lui ho voluto rendergli onore di recente dedicandogli la copertina di un libro che è stato scritto pensando anche a lui: La leggenda di Fiore, col suo derviscio con rosa in copertina. Un’opera firmata col suo nome orientale, Suphan Barzani. Volevo rendergli omaggio in vita, seppur ormai ottenebrato e ritirato dal mondo, tra ascesi e malattia. Di lui restano memorabili raccolte, indimenticabili concerti, perfino libri da lui curati, qualche sua pittura, molti esperimenti musicali e qualche scoperta. Dicevamo agli inizi della sua unicità; mai solitudine fu però più gremita di presenze sottili e di assenze vive, di voci lontane, di corpi invisibili e di mondi antichi. Nelle sue musiche risuonavano l’Oriente, il Sud infinito e luminoso, la Sicilia interiore e araba, le civiltà sepolte, il mondo degli dei. La via dei canti di Battiato continuerà ad accompagnarci in sua assenza; anzi, mai fu più irrilevante la vita terrena, di passaggio, nel determinare la presenza. Perché l’impronta di Battiato è spirituale.

 

 

 

Fonte: MV, Panorama n.23 (2021)

 

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