Dalla crisi dell’io alla dissoluzione del mondo: Pirandello e Rovelli davanti al vuoto del fondamento.

DOPO LA FRANTUMAZIONE DELL’IO: NIETZSCHE, ROVELLI E LA TRAMA INVISIBILE DELL’ESSERE
Dal crollo dell’identità pirandelliana alla fisica delle relazioni: come la morte del fondamento si trasforma in un nuovo modo di esistere
Redazione Inchiostronero
Il pensiero di Carlo Rovelli in Sull’eguaglianza di tutte le cose prosegue idealmente la traiettoria aperta da Pirandello: la perdita del centro, la dissoluzione dell’identità, il mondo come insieme di prospettive mutevoli. Ma se in Pirandello la crisi dell’io è ancora umana, esistenziale, in Rovelli diventa cosmica: non è più solo l’uomo a perdere consistenza, è la realtà stessa che si scopre priva di fondamento, fatta di eventi e di relazioni. A fare da ponte tra i due sta Nietzsche, il pensatore che annunciò la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni certezza. Rovelli non la nega, ma la oltrepassa: là dove il nichilismo vede il nulla, egli riconosce una rete viva di connessioni, un universo senza centro ma non senza senso. Questo intermezzo riflette sul passaggio dal soggetto pirandelliano al cosmo relazionale di Rovelli, per mostrare come il pensiero moderno, attraversando la frantumazione e il vuoto, cerchi ancora un nuovo modo di abitare la realtà — non più come identità, ma come legame.
Se Pirandello mostrò l’uomo smarrito nella molteplicità delle sue maschere,
Rovelli ci mostra l’universo dissolto nella rete delle sue relazioni.
Tra i due, la voce di Nietzsche continua a domandare:
cosa resta quando tutto vacilla?
Il cuore della visione di Rovelli
Realtà come rete di relazioni
Nel mondo di Carlo Rovelli non esistono oggetti isolati, ma eventi che accadono l’uno in funzione dell’altro. Come scrive, «elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa»: sono nozioni che si illuminano a vicenda, frammenti di un’unica rete che si sostiene reciprocamente.
La realtà, secondo Rovelli, non è una collezione di cose, ma una trama di relazioni. Ogni cosa è il risultato di ciò che accade attorno ad essa, e nulla ha un’esistenza autonoma. Il mondo non vive in uno spazio e un tempo dati, ma costituisce spazio e tempo nel proprio accadere.
Da qui l’idea centrale del libro: l’eguaglianza di tutte le cose. Nulla ha un privilegio ontologico, nulla è “più reale” di altro: ogni frammento dell’universo è ugualmente partecipe della relazione che lo genera.
È questo lo sfondo su cui risuona la frase più radicale:
Alla fine, cosa resta di tutto? Un pugno di mosche, tutte uguali, ma in quel pugno e nell’interrelazione tra le mosche ci siamo noi, anzi c’è l’universo intero.
Dietro l’immagine ironica e vertiginosa del “pugno di mosche” si nasconde una verità profonda: la realtà è un intreccio di presenze effimere, eppure proprio in quell’effimero pulsa il tutto. Non è il vuoto a definire l’universo, ma la relazione che unisce ciò che non ha consistenza propria. Ogni essere è evento, ogni evento è legame.
L’assenza di fondamento ultimo
Rovelli spinge questa intuizione fino a negare ogni fondamento stabile. Non esiste un “primo principio” o una sostanza eterna che regga il mondo: la realtà è flusso, mutamento, interazione. Cercare un fondamento, per lui, significa bloccare il divenire della conoscenza.
Ma la sua negazione non è nichilista, è un invito a vivere dentro l’incertezza, a considerare il non-sapere come parte stessa del sapere. L’universo non ha un centro, e proprio per questo diventa un luogo di continua esplorazione.
La consapevolezza che nulla è definitivo — che il mondo non “sta”, ma “accade” — ci libera dal bisogno di stabilità e ci costringe ad abitare il provvisorio. In questa prospettiva, la meraviglia prende il posto della certezza.
Il senso e il non-senso
Rovelli afferma che la scienza del Novecento ha cambiato per sempre la nostra idea di realtà, ma non ci ha dato un “senso” ultimo. Il senso non è una proprietà del mondo: è un atto della mente.
Se non lo costruiamo, resta il vuoto apparente. È qui che il suo pensiero si fa più vertiginoso: la realtà non ha uno scopo, non tende a nulla, ma continua a esistere nella sua pura relazione.
In questa visione, la domanda “perché” si dissolve, e al suo posto emerge la domanda “come”: come tutto si connette, come il mondo si intreccia, come la vita accade.
Il “pugno di mosche” non è dunque un gesto di disperazione, ma un modo per dire che la sostanza del reale è il legame stesso tra le cose.
Implicazioni e riflessioni per la vita umana
Il soggetto e la coscienza
Se nulla esiste in sé, anche la coscienza non è un’entità separata, ma un effetto delle relazioni che la costituiscono. L’“io” non è un centro, ma un nodo della rete.
Essere, in questa prospettiva, significa partecipare: non possedere un’identità, ma attraversarla.
La stabilità che cerchiamo — l’illusione di un sé autonomo — si scioglie come il concetto stesso di sostanza. La coscienza diventa un fenomeno relazionale, un evento che accade solo nel mondo e con il mondo, non contro di esso.
Il tempo, lo spazio, la stabilità
Anche il tempo e lo spazio, per Rovelli, non sono contenitori ma conseguenze.
Non esistono prima degli eventi: sono gli eventi stessi a dar loro forma.
Vivere “adesso” non significa quindi trovarsi in un punto stabile del tempo, ma abitare un flusso, un continuo riformarsi di relazioni.
Il mondo che emerge da questa visione non è solido, ma mobile, fragile, transitorio — e tuttavia coerente nella sua instabilità. Accettare il mutamento non è un cedimento, è un atto di conoscenza.
Uguaglianza e valore
L’eguaglianza di tutte le cose non è livellamento ma parità ontologica: tutto ciò che esiste, esiste in virtù delle stesse leggi relazionali.
Questo sposta la questione etica su un nuovo piano: se nulla è superiore, il valore nasce dal modo in cui le relazioni si tessono.
Ogni frammento di realtà — una pietra, un pensiero, un atto — ha la stessa dignità di esistenza.
È un invito all’umiltà: non siamo il vertice dell’universo, ma una delle sue interconnessioni.
Possibili resistenze e interrogativi critici
Una tale visione può sembrare nichilista: se tutto è relazione, dove si colloca il senso, la responsabilità, la differenza?
Rovelli non offre risposte consolatorie. Il suo universo è disabitato di dei e di sacro, privo di storia e di metafisica.
È la scienza, oggi, ad accompagnarci in questo spazio vuoto ma coerente. Gli scienziati sono diventati i nuovi interpreti del mistero, portatori di rigore ma anche di un sapere che non salva.
Naufragati ormai i teologi e i sacerdoti, esauriti i filosofi e gli artisti, discreditati i politici e i rivoluzionari, da tempo ci affidiamo agli scienziati…
La loro parola non promette eternità, ma lucida consapevolezza.
La conoscenza diventa così una forma di stupore senza redenzione, ma non per questo priva di bellezza.
L’universo, nella sua assenza di senso, rimane una trama viva di relazioni, e noi — piccoli nodi di quella trama — siamo parte di essa.
Intermezzo filosofico – Attraversare il nichilismo
Rovelli sembra parlare da scienziato, ma la sua è anche una risposta implicita alla più grande domanda di Nietzsche:
che cosa accade al mondo quando Dio muore, quando il fondamento scompare?
Nietzsche aveva colto la tragedia e la vertigine di quell’evento: il venir meno del senso assoluto, il crollo dei valori, l’impossibilità di un ordine metafisico. In una parola, il nichilismo. Ma per lui il nichilismo non era solo una malattia, era una condizione di passaggio, una soglia da attraversare per liberare la vita dalla menzogna del fondamento.
Rovelli, pur senza il pathos tragico di Nietzsche, abita esattamente quella soglia.
Nel suo pensiero non c’è il vuoto come negazione, ma come rete di relazioni. Dove Nietzsche gridava “Dio è morto”, Rovelli risponde silenziosamente: “ma l’universo respira ancora, e noi in esso”.
La fisica quantistica — nella sua versione relazionale — diventa così una nuova ontologia del divenire, in cui tutto è effimero ma connesso, instabile ma coerente, privo di senso ultimo ma colmo di relazioni significative.
Nietzsche chiedeva all’uomo di creare nuovi valori, di farsi misura del mondo; Rovelli, al contrario, dissolve il soggetto, lo reintegra nel tutto.
Non più il superuomo al centro del caos, ma un essere relazionale, un frammento tra frammenti, un’onda tra onde.
Se il primo reagiva al nichilismo con la volontà di potenza, il secondo lo attraversa con la volontà di comprensione: non dominare, ma capire la trama che unisce.
Così la fisica si fa metafisica, ma senza proclami: mostra che la realtà, anche privata di un fondamento, non è priva di ordine. È un ordine senza centro, una geometria senza asse, un canto che continua senza un solista.
Rovelli, in fondo, ci consegna un pensiero che non smentisce Nietzsche, ma lo completa sul piano cosmico:
il mondo non ha un senso dato, ma ha ancora un ritmo, un respiro, un logos che si manifesta nel suo continuo intrecciarsi.
E in quel “pugno di mosche” che sembra tutto e niente, si nasconde la danza dell’essere dopo la morte del fondamento.
Conclusione
Alla fine, cosa resta?
Resta la relazione, l’interazione, il divenire. Non un fondamento, non un “io” isolato, ma il movimento stesso della realtà.
Questa visione non chiede di disperarsi, ma di accogliere.
Di vivere poeticamente in un mondo che non ha centro, ma ha infinite connessioni.
Di riconoscere che anche un pugno di mosche — nel suo confuso vorticare — può contenere l’universo intero.

Nota dell’autore
Proseguendo la riflessione iniziata con L’Io pirandelliano di “Uno, nessuno e centomila”, mi sono trovato, leggendo Rovelli, a riconoscere un movimento simile ma su una scala più vasta. Là dove Pirandello frantuma l’identità dell’uomo, Rovelli dissolve la consistenza del mondo; in entrambi si consuma la fine delle certezze, ma anche la nascita di un nuovo sguardo.
Quel “pugno di mosche” che sembra riassumere la sua visione non mi appare come il simbolo del nulla, bensì come la figura di una realtà viva, che si tiene solo nell’incontro e nella relazione. L’essere non è più una roccia immobile, ma un respiro che attraversa le cose, un ritmo che ci unisce al resto dell’universo.
Scrivere di Rovelli, dunque, non è per me un esercizio di fisica teorica o di filosofia astratta: è un modo per comprendere come l’uomo, perduto il suo centro, possa ancora ritrovarsi nella trama invisibile dell’esistenza.
Forse il senso non è più da cercare “fuori”, ma nel modo in cui partecipiamo — come scintille di coscienza — al grande gioco delle relazioni che chiamiamo vita.
Gancio tra i due articoli
Dopo il viaggio nell’identità smarrita di Vitangelo Moscarda, protagonista de L’Io pirandelliano di “Uno, nessuno e centomila” (pubblicato il 18 novembre), il percorso prosegue con una nuova tappa ideale: Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli.
Se in Pirandello l’io si disgregava sotto lo sguardo altrui, in Rovelli è l’essere stesso a dissolversi nel reticolo delle relazioni, perdendo ogni consistenza autonoma. Dal frammento umano si passa al frammento cosmico: il primo interrogava la molteplicità della coscienza, il secondo la molteplicità della realtà.
È una continuità di sguardo: dalla crisi del soggetto alla crisi del mondo, dall’illusione dell’identità all’illusione della materia. Eppure, in entrambi, resta un gesto comune — il desiderio di comprendere cosa significhi ancora “esistere” in un universo che non offre più certezze, ma solo relazioni.
Bibliografia essenziale:
– Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane, Adelphi, Milano 2025.
– Friedrich Nietzsche, La gaia scienza (1882); Così parlò Zarathustra (1883–85).
– Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Treves, Milano 1926.
– Martin Heidegger, Che cos’è metafisica?, Klostermann, 1929.
– Nāgārjuna, Mūlamadhyamakakārikā (trad. it. I fondamenti della via di mezzo), Laterza, Roma–Bari 1997.