Vi sono alcuni versi eterni che fanno parte della memoria collettiva della civiltà occidentale. Versi sublimi trasposti in opere d’arte. Fondano come radici salde, un sentire comune che ad oggi si cerca di sradicare

Fuga di Enea da Troia Federico Barocci (1598) olio su tela. Dimensioni 179×253 cm. Galleria Borghese, Roma

Vi sono alcuni versi eterni che fanno parte della memoria collettiva della civiltà occidentale. Versi sublimi trasposti in opere d’arte. Fondano come radici salde, un sentire comune che ad oggi si cerca di sradicare.

Immagine giovanile del poeta Virgilio, di profilo e con la corona di alloro, di autore ignoto

I versi in questione sono quelli di Publio Virgilio Marone(1) e narrano la fuga di Enea dalle fiamme della distruzione. Siamo a Troia, l’eroe con forza solleva il padre Anchise e per mano tiene il figlio. Dietro di loro il nulla, davanti a loro la speranza. Immagine quella descritta, registrata in quello che si può definire il nostro DNA culturale fondato sulla forza del sangue, dell’appartenenza.

La famiglia nella sua gerarchia atavica come fosse un filo indistruttibile: il padre, il figlio e la nuova generazione frutto del seme comune. Enea si fa carico del vecchio corpo di Anchise, poiché in lui dimora la tradizione, ovvero la sacra memoria familiare e quella culturale. La consegna (tradere) necessita della eco della stirpe. Il vecchio padre ne è sacro custode. Termine in disuso, come quello di patria eppure hanno la stessa origine poiché la patria è la terra dei padri. Luogo simbolico e fisico dove le umane creature fondano la loro identità. Altro termine preso a prestito dalla moderna opera di denigrazione dell’attuale società secolarizzata, per tacciarlo di antico, inopportuno poco inclusivo.

Cosa stanno facendo quindi ai nostri padri?

L’evidenza è talmente dolorosa che in pochi la vedono. Nell’attuale e caotica situazione che dal marzo scorso ci ha gettati nelle oscure trame del mondialismo sanitario, l’accelerazione degli eventi è funzionale alla mancata visione. Le trame sono appunto oscure.

Anziani corpi sono allontanati dai loro cari a causa del contagio. Vengono lasciati morire ai margini. Ed il margine è un luogo di solitudine nera dove il tocco risanatore delle persone amate, non è previsto. Mai l’umanità era arrivata a tanto. Questo è solo l’apice di quello che soprattutto nelle grandi città già avviene da anni.  Con la disgregazione della famiglia, gli anziani, un tempo i saggi custodi del patrimonio, sono deportati in case di cura. Il tempo corre, e non c’è tempo per loro. Gli ultimi cinquant’anni hanno portato fin qui. Eppure loro rappresentano l’asse portante. Ma si sa, per produrre confusione e schiavi, sono proprio le radici a dover essere divelte. Senza colonna portante, la casa crolla; senza la protezione del tetto-famiglia, siamo tutte monadi impazzite.

Abbiamo scordato che è proprio la mano che conforta l’altra, la salvezza. Il gesto della vicinanza affettiva, soprattutto in punto di morte è ciò che ci rende umani e divini. Poiché è l’amore che sana. Termine abusato e di etimologia ignota ai molti. La lingua madre ce ne mostra il senso originario: dal sanscrito MRTA participio passato del verbo morire, da cui A-MRTA ovvero, privato dell’essere morto. Durante il trapasso, l’essere accompagnati con amore è balsamo salvifico. I nostri padri sono morti senza quel conforto. I rigidi protocolli sono inumani. Impossibile pensare che chi abbia ordinato tali procedure resti impunito o possa dichiarare di avere ancora l’anima, di non averla venduta!

In ogni tradizione culturale questo è atto infamante e contro-iniziatico. Ce lo disse con forza Antigone, per mano di Sofocle. Lei, seppur provenendo da una tradizione familiare che aveva violato tutti i tabù, in quanto figlia di Edipo e di Giocasta, resta retta e con forza si scaglia contro Creonte.

Antigone condannata a morte da Creonte, Diotti Giuseppe, 1845, pittura a olio su tela

Vuole la sepoltura ed i giusti onori funebri per suo fratello Polinice; Creonte l’aveva vietata per decreto!

Suona familiare questa tragedia. E di tragedia si parla se pensiamo ai nostri anziani, ai padri dei nostri padri.

I loro corpi senza vita bruciati e per loro solo misere commemorazioni a distanza. Eppure la nostra civiltà nasce in tal senso, quando Enea solleva sulle spalle il padre e si fonda su questi versi: «

  • C’ha le sante ossa del mio padre Anchise
  • Demmo requie e sepolcro, e i mesti altari
  • Gli consacrammo   (Eneide, Libro V. Vv 69-71)

C’è da chiedersi quindi, quando torneranno o si risveglieranno gli eroi?

Valentina Ferranti

 

 Fonte: Il Pensiero Forte del 9 Dicembre 2020

Note:

(1) Publio Virgilio Marone (Andes (Mantova), 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.), è stato un poeta romano, autore di tre opere, tra le più famose della letteratura latina: le Bucoliche (Bucolica), le Georgiche (Georgica), e l’Eneide (Æneis). Al poeta vengono attribuiti anche una serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è oggetto di dubbi e di complicate controversie, che si è soliti indicare in un’unica raccolta, nota col titolo di Appendix Vergiliana (Appendice Virgiliana). Virgilio, per il senso sublime dell’arte e per l’influenza che esercitò nei secoli, fu il massimo poeta di Roma, nonché l’interprete più completo e più schietto del grandioso momento storico che, dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e dell’Impero ad opera di Augusto. L’opera di Virgilio, presa a modello e studiata fin dall’antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua Divina Commedia, nella quale Virgilio funge anche da guida dell’Inferno e del Purgatorio.

Fonte

 

 

 

Immagine: Fuga di Enea da Troia Federico Barocci (1598) olio su tela. Dimensioni 179×253 cm. Galleria Borghese, Roma

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