È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini

DRAGOCRAZIA

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia.

E noi cittadini dobbiamo essere contenti di questo, dobbiamo sentirci rassicurati di avere Draghi o dobbiamo allarmarci e temere di essere commissariati dall’Europa e da chi ne fa le veci? A prima vista sento di dire ambedue le cose: mi sento rassicurato perché i fondi sono gestiti da un uomo esperto, serio, autorevole, che non ha finalità elettoralistiche o demagogiche; ma mi sento inquietato perché Draghi fa parte non da oggi di quell’élite transnazionale che gestisce la finanza. Risponderà a loro o alla sua nazione che lo ha chiamato a farsi guidare?

Di quel Draghi inquietante ne scrissi già nel ’92 e da allora non ho cambiato idea ma non è cambiato neanche lui. È cambiata però la situazione. Ma faccio un passaggio ulteriore: se l’alternativa a Draghi era il governo Conte grillo-sinistro, rinato all’ombra dell’Europa (maggioranza Ursula), e non era possibile avere elezioni anticipate, penso che il rischio con Draghi ci sia, e forte; ma è sempre meglio di quello che ci aspettava col governo eurogrillosinistro. Perché con Draghi rischiamo di dipendere dall’Europa, con Conte saremmo finiti diritti dallo spreco delle risorse in regalie elettorali, per mietere consenso, allo sfacelo e poi probabilmente essere commissariati dalla troika. Preferisco essere governato da Draghi che è organico all’establishment euroatlantico, e ne è anzi esponente di spicco, piuttosto che da un mucchio di inservienti, incapaci e disposti a tutto pur di restare al potere. Pensate ai grillini diventati atlantisti, europeisti, moderati e liberali…

Nel merito apro una parentesi: gli sviolinatori contiani raccontano la favola che i “poteri forti” hanno fatto fuori il governo Conte, facendoci quasi credere che lui fosse “un pericoloso sovranista”. Tutti sanno che il governo Conte 2 nacque proprio per impedire che andassero al governo i sovranisti e che i grillini fossero tenuti a balia dal partito dei poteri forti, il Pd. E il Conte 3 stava nascendo con lo stesso proposito, con una dichiarazione esplicita d’europeismo e l’invocazione della maggioranza europeista di centro-sinistra, grillini inclusi, che portò all’elezione di Van der Leyen. E poi, avendolo visto scodinzolare davanti a tutti i potenti d’Europa e della Terra, sappiamo bene che Conte avrebbe accettato qualunque padronato e padrinato purché lo avessero lasciato a Palazzo Chigi. Figuriamoci se aveva problemi di sottomettersi agli eurocrati.

Sir Francis Drake, 1590, opera di Marcus Gheeraerts il Giovane. (Wikipedia P,d.)

Allora dico: ragazzi, in guardia con Draghi, con Sir Drake non si scherza, bisogna stare molto attenti. Ma preferisco che vi sia uno che possa trattare da pari a pari con gli altri big europei e magari riuscire a strappare un miglior trattamento, sapendo che siamo nelle sue mani, piuttosto che essere rappresentati da un venditore di tappeti e da un manipolo di piddini e grillini stesi a tappetino davanti ai potenti d’Europa e del mondo intero (a partire dalla Cina). Insomma, la guerra non è finita, le varianti del virus ci sono anche al governo; ma impariamo a distinguere, a capire, a trattare ogni cosa a suo modo.

 

 

Fonte: MV, La Verità 28 febbraio 2021

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