Il sindaco PD di Cecina è stato pizzicato ad acquistare cocaina

Edgar Degas L’assenzio, 1875-76

DROGA DI MASSA, SCHIAVITÙ CONTEMPORANEA


Il sindaco PD di Cecina è stato pizzicato ad acquistare cocaina. Nessun reato: uso personale. Per questo non ha sentito il bisogno di dimettersi, redigendo un lungo pistolotto in stile progressista, con tanto di rivendicazione degli obiettivi della sua amministrazione. Probabilmente ha bisogno di “tirarsi un po’ su” con la polverina per meglio servire i cecinesi. In ossequio alla trasversalità, Gianfranco Miccichè, storico esponente siciliano di Forza Italia, ha ammesso di continuare a fare uso di coca. Era stato fotografato in atteggiamento da acquirente nel corso di un’indagine antinarcotici.

L’Italia è solo una remota periferia dell’impero: di recente è stata scoperta cocaina alla Casa Bianca. Non è dato sapere – l’invocata trasparenza non vale nella capitale d’Occidente – chi l’abbia introdotta e chi la usi, nell’entourage della presidenza americana. Numerose ammissioni di personaggi di primo piano dicono che Silicon Valley, sede dei giganti fintech, è un santuario della dipendenza da stupefacenti.

In Italia, la vicenda delle accuse di violenza sessuale al figlio di Ignazio La Russa, come quelle a un rampollo di Beppe Grillo, è legata a festini a base di pasticche e polverine. Meraviglie della classe dirigente. Esiste addirittura la “droga dello stupro” ed è notorio che molti luoghi di raduno giovanile – discoteche, locali notturni, pub – sono ambiti privilegiati di spaccio e consumo di stupefacenti. Non diversa è la situazione nei ritrovi delle classi dirigenti. Pastiglie, droghe chimiche, cocaina sono il comune denominatore di tanta, troppa gente. Le droghe sono un simbolo della contemporaneità. Nessuno stupore: sono lontani i tempi in cui chi scrive, all’ultimo anno di liceo, rimase sbalordito, come tutti gli studenti e i docenti, per l’arresto per droga di una compagna di classe di ottima famiglia.

La produzione, raffinazione e vendita di sostanze stupefacenti genera un giro d’affari enorme. Nell’era del mercato misura di tutte le cose, il calcolo del PIL ingloba i proventi stimati della criminalità e della droga. Rispetto ai decenni passati, il dibattito sull’argomento si è inaridito; si prende atto, ci si stringe nelle spalle come se una generazione – e una classe dirigente – di sballati sia un fatto normale, inevitabile, un prezzo da pagare al progresso, a un’idea malata di libertà, all’individualismo tossico. Pare una prevaricazione educare, sconsigliare, mostrare le conseguenze delle droghe: la sacra libertà individuale.(1)

Tutto sommato, è un invito al consumo anche la liberalizzazione dell’uso personale. È reato produrre e vendere (“spacciare”), non lo è acquistare. Ma se il prodotto fa male, perché esentare da sanzioni chi compra? Misteri del migliore dei sistemi possibili, l’unico.

Rispetto alla generazione precedente, la droga non è più il tragico rifugio del disagio sociale, degli sconfitti, degli emarginati. In alcuni ceti sociali è una sorta di status symbol: chi non si fa “una pista” di coca, nell’alta borghesia, nella moda, nella finanza, nei giri artistici metropolitani? Peggio, si è trasformata in normalità – la falsa trasgressione in un tempo in cui sono saltati tutti i punti di riferimento – presso le generazioni ultime. Pasticche, sostanze chimiche, intrugli con alcool punteggiano le serate giovanili e non solo. Non c’è messa in guardia che tenga, nessun timore delle conseguenze; il resto lo fanno l’emulazione, lo spirito gregario del gruppo, il desiderio di provare nuove emozioni. Soprattutto, la convinzione che la droga – molto spesso non più percepita come tale, ma addirittura considerata un tiramisù, un coadiuvante – aumenterà le percezioni e le prestazioni. Saremo più performanti, più capaci di vivere e godere emozioni forti, mordere qui e subito la vita, cogliere l’attimo. Vale per le prestazioni scolastiche e per le aspettative professionali, per la sfera sessuale, perfino per la serata in compagnia, tra musiche assordanti, luci accecanti, alla ricerca di andare oltre se stessi, oltre una normalità screditata, ritenuta banale, senza senso.

Anche qui, nessuno stupore: caduto ogni ancoraggio, freno comportamentale o morale, la vita si trasforma in una serie di puntini, una corsa priva di meta, un presente senza ieri e senza domani che può essere riempito, esaltato, sopportato, solo cercando paradisi artificiali. Forse si chiamano così perché nascondono, o interrompono, inferni concreti. Esistenze senza scopo – e quando un fine c’è, è la competizione, l’esaltazione dell’“io” – non possono che condurre al desiderio di uscire da se stessi, l’ultima, triste forma del trascendimento, nella speranza di vivere l’emozione totale, massima, quella promessa dalla pubblicità, dal circo del consumo, dal miraggio del “successo” misurato in denaro, abiti firmati, vacanze esotiche, sensazionali rapporti sessuali, bellezza, mode. Ansia da prestazione, alla fine.

Energizzanti naturali, i cibi contro la stanchezza 

Per questo, crediamo, le droghe hanno tanta presa in ogni ambiente sociale e oltrepassano le generazioni. Diciamolo con tutto lo stupore del caso: evidentemente polveri, pastiglie, siringhe e miscele tossiche fanno “star bene”. Solo per un po’, certo, poi svanisce l’effetto, si sta male e si deve ripetere l’esperienza. A ogni costo, senza riguardo per sé, per gli altri, per la dignità: si chiama dipendenza. Talvolta fa morire, quasi sempre cambia in peggio. Non importa: noi viviamo nel presente, vogliamo provare “emozioni”, sviluppare “energia”, andare al massimo, come in una canzone di Vasco Rossi. Il quale, almeno, ammetteva di volere una “vita esagerata”. Chi se ne frega di domani, degli altri, delle conseguenze. E poi io sto bene, posso smettere quando voglio, e comunque, ci saranno pillole, prodotti o pozioni per recuperare. Una fede grottesca, illusoria, un aspetto stupefacente (la parola giusta…) della religione della scienza.

Le droghe fanno “stare bene”, altrimenti non avrebbero la diffusione che hanno. Specie rispetto a una realtà quotidiana lontana anni luce dai modelli diffusi dal sistema, scambiati per la realtà in assenza di dibattito e di alternative, desiderati, perseguiti, rivendicati come diritti. Nel passato, la droga era una fuga dal sistema, oggi è un pegno di partecipazione, di adesione. A loro modo, i tossici di ieri erano ribelli; quelli del presente sono i migliori soldatini del mercato, della concorrenza, dell’individualismo, del consumismo. Un’altra delle tragiche vittorie del pensiero unico liberal libertario: così fan tutti.

Intendiamoci: in ogni tempo ci sono state droghe, sostanze allucinogene, prodotti consumati per stordirsi, dimenticare i problemi o darsi forza. Pensiamo al lete, la fonte dell’oblio della mitologia greca. Sherlock Holmes, l’investigatore “positivista” vittoriano usava praticarsi iniezioni di morfina quando non aveva casi da risolvere. Toccava al dottor Watson prendersi cura della sua depressione psicofisica successiva. Nel XIX secolo la corona inglese, socia maggioritaria della Compagnia delle Indie, scatenò due guerre dell’oppio contro la Cina che non intendeva farsi invadere e infettare dalla droga prodotta in India. Vincente, l’impero britannico continuò a lucrare sull’oppio e si fece anche consegnare Hong Kong.(2)

La differenza, immensa, è che mai la tossicodipendenza, aggravata dai progressi della chimica, capace di sintetizzare sostanze sempre nuove, è stata fenomeno di massa, ed era accompagnata dalla riprovazione istituzionale e popolare. L’uomo occidentale non vuole eccepire e odia giudicare: ciò che faccio di me stesso, pensa, sono solo fatti miei. Falso, per le immense ricadute sociali, etiche, economiche, comportamentali delle dipendenze. Negli anni 60 e 70 del secolo scorso, incubatori dei fenomeni che oggi deflagrano, moltissimi giovani insoddisfatti erano attirati irresistibilmente dal “trip” il viaggio allucinogeno definito liberatorio, favorito dall’assunzione di prodotti come l’acido lisergico (LSD).(1)

Si diffuse il termine “psichedelico”, ciò che porta alla luce i recessi della mente: certe droghe permettono a chi le assume di esplorare stati di coscienza normalmente inaccessibili. Fuga, ricerca di se stessi, subito vanificata dalla dipendenza, dall’estenuazione, dall’incapacità di riannodare il filo della realtà. Col tempo si seppe che l’LSD – prodotto in laboratorio- era stato diffuso con l’attiva complicità degli apparati riservati americani, preoccupati della ribellione giovanile. Hanno vinto loro: la società è diventata tossica e dipendente, in assenza di remore. Le droghe hanno stabilizzato il sistema capitalista e lo hanno arricchito. Le perdite umane, i morti, le vite spezzate, i danni sociali, la trasformazione di aree intere delle città in territori di illegalità, i timori del resto della società, i drammi umani, non sono che danni collaterali, come le vittime civili nella sprezzante definizione dei signori della guerra.

Oggi ci si “fa” per noia, per essere parte di un gruppo, per (credere di) migliorare le prestazioni professionali, intellettuali, sessuali, per reggere il ritmo di mestieri usuranti. Una disumanizzazione che lascia costernati e a cui non si sa più quali principi o valori opporre. Non vale neppure l’appello alla salute. Carpe diem, cogli l’attimo, pensano molti. Altri sono convinti che assumere antidoti o farmaci renderà senza conseguenze l’uso di droghe. La medicalizzazione della vita, rovesciata.

Altre generazioni sono in balia delle dipendenze, non hanno più la voglia, la forza, la fantasia per opporsi al sistema e neppure per giudicarlo. Si lasciano vivere nella precarietà esistenziale, nel vuoto valoriale e nell’indifferenza, chiedendo alle “sostanze” di farli diventare più performanti, più capaci di affrontare la competizione, lo stress, la giungla della vita. La bussola impazzita è una libertà insensata, l’abuso di se stessi e degli altri, la riduzione a oggetti usa e getta.

Qualcuno si arricchisce e sogghigna. Milioni di persone neutralizzate mentre un fiume di denaro entra nelle tasche. Quali tasche, infine? Non ci ha mai convinto la tesi secondo cui il vertice dell’economia delle droghe è la criminalità organizzata. Potentissima, senza scrupoli, certo, ma nella società della sorveglianza, in cui qualcuno è in grado di sapere tutto di tutti, se esistesse la volontà di sconfiggere il fenomeno, il problema sarebbe risolto da tempo. Non è così perché a qualcuno conviene.

Se potessimo tracciare le transazioni dei paradisi fiscali, i passaggi di denaro attraverso il “dark web”, la faccia più sporca della rete, se fosse chiaro il giro di mezzi di pagamento come diamanti, oro e altri minerali, probabilmente sarebbe evidente che i cartelli, i signori della droga alla Pablo Escobar rispondono a qualcuno. Sono il livello visibile, non la cupola di un fenomeno troppo grande per essere liquidato in termini di criminalità. Follow the money, segui il denaro, è la chiave per spiegare l’inspiegabile. Una società spappolata afflitta da dipendenze di massa elude la domanda decisiva: se si è dipendenti di qualcosa, si è inevitabilmente dipendenti di qualcuno, la filiera che fornisce. Chi è, chi sono? I cartelli, le mafie, gli spacciatori? Non scherziamo, in tempo di biopotere, biocrazia, sorveglianza digitale.

Nessuno è più servo di chi ha bisogno della pasticca, della dose, della polverina, del liquido avvelenato con cui riempire la siringa. Il drogato è uno schiavo e ogni schiavo ha un padrone. Una società tossica, narcotica e narcotizzata, è l’eldorado dei padroni universali. Ormai sappiamo chi sono. Possibile che non c’entrino nulla con le droghe e le altre dipendenze? Verosimile che i signori del denaro non conoscano provenienza e destinazione di flussi finanziari immensi? Possibile che siano vittime, o sottufficiali, di mafiosi e criminali comuni? Non ci possiamo credere. Intanto, perdiamo un’altra generazione. Fragili, sconvolti, sballati: schiavi.

Roberto PECCHIOLI

 

Approfondimenti del Blog

(1)

«LO SCIENZIATO PSICHEDELICO, IL PADRE DELL’ACIDO LISERGICO»

 

 

 

 

 

 

(2)

Guerre dell’oppio. La firma del trattato di Nanchino, 1842

Il trattato di Nanchino, che concluse la guerra nel 1842, garantiva ai britannici l’apertura di alcuni porti (treaty ports), tra cui Canton e Shanghai, il libero accesso dell’oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali e stabiliva la cessione dell’isola di Hong Kong all’impero inglese. Nei treaty ports gli inglesi potevano risiedere e godevano della clausola di extraterritorialità (potevano essere portati in giudizio solo davanti ai loro tribunali consolari). Il trattato prevedeva anche la “clausola della nazione più favorita”: se la Cina avesse accordato privilegi a un altro paese straniero, questi sarebbero stati estesi automaticamente anche agli inglesi. Pochi anni dopo, Francia e Stati Uniti avrebbero estorto accordi simili a una Cina ormai in declino. Era iniziata l’epoca dei cosiddetti “trattati ineguali” che sancirono la supremazia degli stati stranieri sull’Impero Cinese.

 

 

 

 

 

 

 

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