I numeri che il potere preferisce non vedere

«Due milioni di caduti, l’Ucraina allo stremo»

Quando le cifre smentiscono la retorica umanitaria

Il Simplicissimus

Due milioni di caduti ucraini: un dato che non campeggia sulle prime pagine dei grandi quotidiani occidentali, ma che racconta con crudezza la realtà di una guerra combattuta per procura e pagata fino all’ultima goccia di sangue da un solo popolo. Secondo dati provenienti dallo stesso governo di Kiev e rilanciati da Deutsche Welle, un milione e mezzo di soldati risulterebbe ufficialmente morto, mentre circa mezzo milione è stato classificato come “disperso”, una categoria che maschera l’impossibilità economica e politica di riconoscere altre vittime. Numeri che smontano la narrazione edificante della “difesa della democrazia” e mostrano il volto spietato di un potere che predica diritti e umanità, ma pratica censura, rimozione e sacrificio di massa. Quando persino una voce ufficiale del sistema mediatico europeo è costretta ad ammettere l’entità della catastrofe, il silenzio dei giornaloni non è più distrazione: diventa complicità. (N.R.)


Non ho visto la notizia stampata sui giornaloni in vendita a qualche speculatore, eppure è di quelle che squadernano davanti a noi di che lacrime e sangue viva il potere, specie quello che si ammanta di umanità pelosa e di democrazia della censura: 2 milioni di soldati ucraini sono caduti nella guerra per procura della Nato. Un milione e mezzo sono quelli ufficialmente uccisi e alle cui famiglie è stato dato un modesto risarcimento, l’elemosina della morte, mentre mezzo milione sono i “dispersi “che rimarranno tali perché il regime di Kiev non ha più soldi. Prima che qualche ottuso grillo parlante salti su a dire che si tratta di propaganda russa, queste cifre, enucleate dai dati provenienti dallo stesso governo ucraino, sono state diffuse da Deutsche Welle, una delle emittenti che più si è spesa in questi anni per la guerra e per soffiare sul fuoco della russofobia. Per chi poi non lo sapesse DW è un network radiofonico pubblico, rivolto soprattutto all’estero, con notiziari in 30 lingue (salvo l’italiano, ça va sans dire), dunque può essere considerato la voce ufficiale del governo tedesco. Non c’è dunque ragione di dubitare di questi numeri, tanto più che il milione e mezzo di caduti era già presente in numerose stime.

Tra ieri e l’altro ieri sono stati colpiti e distrutti tre comandi Nato e immediatamente sono partiti aerei – ambulanza da Polonia, Germania e Austria (alla faccia della neutralità) che hanno fatto la spola tra i comandi colpiti e la base polacca di Rzeszów (gestita in realtà da tedeschi e americani) per portare via i numerosi feriti di lusso occidentali, tecnici e comandanti che forse in condizioni estreme e forse in fin vita potrebbero rivelare segreti e piani. Così li portano via subito a prescindere dalla volontà di salvare loro la vita.  Non è certo la prima volta che accade, ma con questo voglio sottolineare per l’ennesima volta che non ci troviamo di fronte a un conflitto tra Russia e Ucraina, che di per sé sarebbe finito già nel marzo del 2022, ma tra la Russia e la Nato che si è servita degli ucraini come carne da cannone. E che ancora spinge il regime di Zelensky a sacrificare inutilmente altre vite in una guerra già persa, ma la cui prosecuzione ad oltranza è ormai una questione vitale per l’oligarchia europea che in questa disgraziata guerra ha bruciato tutto, economia e libertà, oltre al futuro dei suoi cittadini sempre più impoveriti. Il bilancio potrebbe essere completato con i 70 mila prigionieri in mano alla Russia e con i feriti gravi che non possono più essere utilizzati nel carnaio. In realtà, al contrario di quanto normalmente avviene, si tratta di numeri più bassi perché spesso i feriti vengono abbandonati nella terra di nessuno e lasciati morire: così spesso entrano nell’elenco dei dispersi.

Non mi è del tutto chiaro perché Deutsche Welle abbia deciso di rivelare questi numeri catastrofici, mentre tutta l’informazione europea cerca di nascondere accuratamente la realtà delle cose  forse si vuole cominciare ad abituare l’opinione pubblica alla necessità di un intervento diretto o, al contrario, l’emittente ha voluto  in qualche modo dare seguito al grido di dolore della Confindustria tedesca che chiede a gran voce di ritornare ad avere rapporti con la Russia, soprattutto per via dell’energia a basso costo e che sembra quasi decisa a fare da sola se Merz continuerà a fare il guerrafondaio numero uno. Ma sta di fatto che queste cifre contrastano nettamente con il proposito di continuare la guerra per altri tre anni, espresso dai cinici idioti di Bruxelles e dintorni, oltre che dallo stesso Zelensky: non esiste più la base demografica per poterlo fare e ogni mese pur con la coscrizione violenta che viene attuata, Kiev riesce a mettere assieme che solo la metà degli uomini necessari per tamponare le perdite. E li manda in prima linea senza alcun addestramento. Senza dire che tante vite vengono sprecate in inutili attacchi che hanno solo un valore mediatico, ovvero quello di dimostrare, di fronte a un’informazione in pieno delirio che l’Ucraina può ancora fare qualcosa. Del resto anche i giornaloni che non perdono uomini, ma copie, non sono in condizioni migliori dell’Ucraina.

Ma francamente non è più possibile stare ad ascoltare le fandonie dell’informazione mainstream, che ripete pervicacemente, come un disco rotto, sempre le stesse cose, compreso il fatto che la Russia si troverebbe sull’orlo del collasso economico, balla che viene ripetuta un giorno sì e l’altro pure ormai da quattro anni. E fandonie mi sembra il vocabolo giusto, derivando per contaminazione dal latino effanda, che vuol dire notizie da proclamare solennemente e testimonia ovvero le testimonianze. Possiamo comprendere bene oggi come nei cosiddetti secoli bui l’unione di questi termini abbia assunto, nella forma arcaica di effandonia, un significato completamente contrario a quello delle parole da cui deriva. E noi siamo dentro un secolo buio nel quale l’Europa si è allontanata dai propri valori e dalla propria cultura orientandosi strutture di mercato, globaliste, consumistiche e americanizzate.

Redazione

 

 

 

 

 

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