Quando la realtà bussa alla porta, anche le narrazioni devono arrendersi.

«E dirlo prima?»
La guerra che si poteva fermare e le verità che arrivano sempre dopo.
di Marco Travaglio
C’è una domanda che attraversa tutta la vicenda ucraina come un’accusa silenziosa: e dirlo prima? Mentre una parte della politica europea continua a sabotare ogni ipotesi di negoziato in nome di confini “sacri e intoccabili”, Zelensky prende atto dell’unico verdetto che conti davvero: quello del campo di battaglia. In pochi giorni cadono i due pilastri ideologici di undici anni di guerra — Donbass e Nato — rivelando ciò che era evidente da tempo e che nessuno voleva ammettere. Il Donbass è ormai perduto e la sua popolazione, ieri come oggi, è in larghissima parte russofona e filorussa. L’ipotesi del referendum, evocata come foglia di fico democratica, suona come una conferma tardiva di una verità scomoda: si è rischiata una guerra mondiale per “difendere” territori e popolazioni che non volevano essere difesi. Un bilancio impietoso di ipocrisie, doppi standard e verità negate fino all’ultimo. (Nota Redazionale)
Mentre Mattarella(1) si iscrive al club dei sabotatori del negoziato perché i confini ucraini sono sacri e intoccabili (mica come quelli di Serbia e Kosovo che da vicepremier bombardò per 78 giorni), Zelensky pare sempre più ragionevole perché conosce l’unico verdetto che conta: quello disastroso del campo.
In pochi giorni ha rimosso i due moventi fondamentali di questi 11 anni di guerra con la Russia: il Donbass e la Nato.
La pillola amara dell’addio al Donbass, peraltro quasi tutto perso, l’ha indorata con l’annuncio che “Trump ci impone di rinunciarvi” (dobbiamo obbedire agli Usa, come sempre) e col caveat del referendum in loco.
Ma tutti sanno che gli abitanti del Lugansk (tutto occupato) e del Donetsk (occupato all’85%) già prima della guerra erano quasi tutti russi o filorussi, e tantopiù lo sono ora, dopo 46 mesi di evacuazioni delle province occupate (in parte già ricostruite), dov’è rimasto quasi solo chi vuol restare russo o attende l’arrivo dei russi.
Se si votasse, l’esito sarebbe scontato, quindi è improbabile che si voti: sennò si certificherebbe che da quattro anni rischiamo la terza guerra mondiale per difendere dai russi una popolazione che vuole stare coi russi.
Ieri poi Zelensky, sempre con l’aria di chi fa un gran sacrificio, ha rinunciato anche alla Nato: bella forza, visto che Trump (come l’ultimo Biden) non perde occasione di fargli sapere che la Nato se la scorda, anzi nel nuovo piano di Difesa ha messo nero su bianco che l’espansione a Est è morta e sepolta.
Per chi, come noi, pensa all’inutile sacrificio di centinaia di migliaia di persone, le rinunce di Zelensky a ciò che ha già irrimediabilmente perduto ricordano la fiaba della volpe e dell’uva.
Ma anche ciò che si diceva subito prima e subito dopo l’invasione del 2022. Per scongiurarla, Macron e Scholz imploravano Zelensky di rinunciare alla Nato e promettere l’autonomia del Donbass promessa negli accordi di Minsk: parlavano con Putin e sapevano che con quei due impegni non ci sarebbe stata invasione.
Zelensky tentennò, poi su pressione Usa-Uk rifiutò e Putin invase.
Ma il negoziato russo-ucraino partì subito, in Bielorussia e poi a Istanbul. Putin chiedeva sempre le stesse cose: no alla Nato e sì a Minsk in cambio del ritiro russo, cioè di un’Ucraina tutt’intera (parola dei negoziatori ucraini).
E Zelensky ripeté due volte: “La Nato non è pronta ad accoglierci”, “Non possiamo entrare nella Nato”. Non solo: “Neutralità e intesa su Crimea e Donbass per la pace”.
Ma Usa e Uk si rimisero di traverso e Zelensky li seguì, alzandosi dal tavolo mentre si discutevano le garanzie per Kiev e le dimensioni del suo esercito. Sembrerebbe il film Il giorno della marmotta, se sotto quei ponti non fosse passato un fiume di sangue.

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Approfondimenti del Blog

(1)