«Queste quattro donne, diverse tra loro, tessono una trama di grandi sentimenti e forti emozioni che va a incastrarsi perfettamente nel quadro storico e politico degli anni più intensi del Novecento».

Giulia Ciarapica, «Il Messaggero»

   Secondo capitolo della saga al femminile, iniziata con Figlie di una nuova era, per raccontare la Germania dal ‘900 a oggi. È il 1949 e siamo ad Amburgo ma è stato spiazzante fare la conoscenza di nuovi personaggi e nuove ambientazioni. La città non è più la stessa. Ci sono macerie, persone che vivono nelle baracche, un marcato bisogno di rinnovare, voltare pagina e pensare a un futuro senza guerra. Ritroviamo le quattro amiche che da ragazze si sono trasformate in donne continuando la via verso l’emancipazione. Henny è rimasta senza casa, ha accettato di sposare Theo e continua a cercare l’amica scomparsa Kathe. L’altezzosa Ida ha mandato all’aria il suo primo matrimonio, ma è scontenta anche del secondo marito. Lina ha aperto una libreria con la compagna. Poco dopo i loro figli sono pronti a diventare protagonisti di nuove storie, passando dagli Anni ’60 allo sbarco sulla Luna, dalla costruzione del Muro di Berlino all’arrivo della pillola anticoncezionale.

 

La trama del romanzo.

   È il 1949. La guerra è finita. I nazisti sono stati sconfitti. Come molte altre città, Amburgo è ridotta a un cumulo di macerie e in parecchi si ritrovano senza un tetto sulla testa. Fra questi, Henny, che ha finalmente accettato di sposare Theo e continua a cercare la cara Käthe, che risulta ancora dispersa nonostante l’amica sia sicura di avere incrociato il suo sguardo, la sera di San Silvestro, su quel tram… Nel frattempo, mentre Lina e la sua compagna Louise aprono una libreria in città, Ida si sente delusa dal modesto ménage coniugale con il cinese Tian, pur avendo mandato all’aria il suo precedente matrimonio per stare con lui, e ricorda con nostalgia la sua giovinezza di rampolla di una famiglia altolocata. Sono in molti ad aver perso qualcuno di caro, e sono in molti ad attendere il ritorno di qualcuno, giorno dopo giorno, alla finestra. Ma per i sopravvissuti tornare a casa non è facile, si ha paura di cosa si potrebbe trovare, o non trovare più.Gli anni passano, i figli delle protagoniste crescono e anche loro hanno delle storie da raccontare. Sullo sfondo, la ripresa dell’economia tedesca e le rivoluzioni sociali che hanno scandito gli anni Cinquanta e Sessanta: lo sbarco sulla Luna, la costruzione del Muro di Berlino, il riarmo e la paura del nucleare, l’arrivo della pillola anticoncezionale, l’irruzione della televisione nella vita quotidiana delle famiglie, l’inizio dei movimenti studenteschi e la musica dei Beatles.

Dopo Figlie di una nuova era, il secondo, attesissimo capitolo di questa fortunata e appassionante trilogia che racconta la vita di quattro amiche nella Germania del Novecento.

Come inizia. 

Marzo 1949

   Il guaito del cane sembrava così vicino che Theo Unger andò alla finestra a vedere. Nemmeno un accenno di primavera: erano i primi di marzo, ma quel gelido inverno non voleva saperne di cedere il passo alla nuova stagione. Solo i passeri saltellavano sui rami del grande acero spoglio, per nulla disturbati dai latrati secchi del cane.

   Ma forse disturbavano lui. Era l’alano del vicino, che si era trasferito nella casa accanto all’inizio dell’anno. Brava gente. Parenti del proprietario precedente, che era morto. Una bella fortuna di questi tempi, ritrovarsi un tetto integro sopra la testa. Per lui e per il figlio di Henny, Klaus, che viveva da lui. E anche per i vicini.

   Ma no, non era il cane coi suoi latrati a disturbarlo. Anche se lui di cani non ne aveva mai avuti, né a Duvenstedt, in campagna, dove aveva trascorso l’infanzia, né in quella casa sulla Körnerstraße, vicino alla riva dell’Alster. Certo, un bel cane dal portamento fiero avrebbe fatto la sua figura accanto alla regale ed elegante signora con cui era stato sposato per ventiquattro anni.

   Cominciava a germogliare in lui l’idea che forse non era troppo tardi per un nuovo inizio, per tornare ad avere in casa del rumore, della vita e, perché no, anche un cane. Ecco cos’era a disturbarlo: il silenzio. Il silenzio evocava le ombre dei morti, dei dispersi.

   Quel pomeriggio un altro rumore insolito venne a turbare la sua quiete. Un clacson dal suono acuto, quasi una fanfara. Theo posò il bicchiere sul tavolino da salotto. In corridoio per poco non si scontrò con Klaus, accorso anche lui dalla sua stanza al piano di sopra per aprire la porta. «Hai visto che macchina?», gli disse. «Da’ un’occhiata fuori, si è appena fermata».

   Theo non credette ai suoi occhi, quando vide chi scendeva dall’auto. Alessandro Garuti, invecchiato come tutti loro ma non privo del suo fascino.

   Posò una mano sul tetto della sua Alfa Romeo, quasi a ringraziarla di averlo portato da Sanremo a Nizza e di lì, passando per Lione e l’Alsazia, fino ad Amburgo.

   «Sorpresa!», esclamò nella sua lingua mentre andava incontro a Theo e lo abbracciava con calore. L’italiano rivedeva l’amico per la prima volta dopo la fine della guerra e trovò che era cambiato davvero poco. Certo, era strano non vedere Elisabeth al suo fianco. Dai loro contatti telefonici Garuti era al corrente del fatto che Elisabeth aveva lasciato il marito già nel ‘45 e si era trasferita a Bristol insieme a un capitano dell’esercito britannico.

   Adesso con Theo c’era un ragazzo, che alleviava la sua solitudine. Klaus. Un buffo nome monosillabico. Alessandro Garuti amava la lingua tedesca, ma certe volte la trovava un po’ troppo secca. Un nome come Rodolfo, pronunciato in quella lingua, sembrava il verso di una canzone. Rudi. Suo figlio, il suo erede.

   Garuti entrò nella bella casa a due piani, con gli abbaini che sporgevano dal tetto e i cespugli di rose abbarbicati sulle spalliere. Era bello ritrovare tutto questo. Aveva raggiunto la settantina già da un anno e sperava di vivere ancora a lungo, di godersi la pace. Aveva saputo di avere un figlio già grande solo nel ‘40. Rudi era sopravvissuto alla guerra, ma si trovava ancora in un campo per prigionieri di guerra in Russia, sugli Urali. Ormai era ora che tornasse.

   «Ed è una sorpresa davvero, Alessandro. Ti aspettavamo per maggio, non in questo gelido inizio di primavera!», gli disse Theo mentre entravano tutti e tre nel salone.

   «Non ne potevo più di aspettare. Forse da qui mi sarà un po’ più facile stabilire un contatto con Rudi».

   A Theo parve una speranza un po’ ingenua da parte di un diplomatico in pensione che aveva svolto servizio come addetto culturale presso l’Ambasciata italiana in Germania. Ma tenne per sé il suo scetticismo e andò a prendere una bottiglia di rosso della valle del Reno, un vino amabile e leggero con cui festeggiare il nuovo arri­vato.

   Ma l’allegria non tardò a guastarsi quando affrontarono gli argomenti che più gli stavano a cuore. Non solo Rudi ma anche sua moglie Käthe e la madre di lei, Anna, erano scomparse dopo la guerra. E sempre più spesso Theo si trovava a pensare che Henny avesse preso un semplice abbaglio, quando la notte di San Silvestro dell’anno precedente aveva visto o creduto di vedere la sua amica Käthe al di là del finestrino del tram 18. Käthe era introvabile.

   «Avete un cane», disse Alessandro, che si era avvicinato alla finestra a guardare il giardino sul retro.

   Anche Theo e Klaus si avvicinarono. L’alano se ne stava a fissarli da una delle aiuole. Doveva essere saltato sopra la siepe, che era piuttosto alta.

   «Goliath!». Una voce lo chiamò dal giardino adiacente.

   Il cane rivolse loro un’ultima occhiata e si avviò obbediente verso la siepe, dove si era aperto una comoda breccia destinata probabilmente a durare nel tempo.

   «Il cane ha sorriso!», disse Garuti in italiano.

   Henny era di turno in sala parto, quella domenica di marzo. Di bambini ne venivano al mondo tanti: un miracolo postbellico. O semplicemente gli uomini, reduci dai fronti di mezzo mondo e da indicibili privazioni, volevano recuperare il tempo perduto.

   Henny depose il piccolo tra le braccia della madre, perché potesse fare almeno conoscenza con lei prima di essere portato al nido. Spesso le puerpere erano troppo esauste per apprezzare quel momento; altre volte invece non volevano saperne di separarsi dalla creatura che avevano appena messo al mondo. Quando si partoriva in casa il legame madre-figlio si stabiliva più in fretta, ma il rischio di complicanze era maggiore.

   Sua madre, Else, l’aveva partorita in casa, e suo padre aveva atteso in cucina, rompendo per l’agitazione una zuccheriera. La levatrice, che era venuta a prendere una bacinella d’acqua scaldata sul fornello, aveva detto che allora sarebbe nata una femmina. Invece la prima figlia di Henny, Marike, era nata nel 1922, proprio lì alla Finkenau, che già in quegli anni era molto rinomata. E anche Klaus, nove anni dopo, era nato in ospedale. Ed ecco che stava venendo al mondo una nuova generazione, destinata, si sperava, a vivere in una pace duratura.

   Henny gettò un’occhiata al grosso orologio appeso al muro della sala parto. Il suo turno era quasi finito, poteva andare a prendere l’insalata di patate che aveva riposto nel frigo della cucina delle infermiere e raggiungere Theo e Klaus. Decise di non allungare fino alla Schubertstraße, dove viveva sua madre Else e dove viveva anche lei dal luglio del 1943, dopo che la sua casa era stata distrutta dai bombardamenti. Else le avrebbe messo il broncio, come faceva ogni volta che le capitava di passare una serata senza la figlia.

   Perlomeno Klaus, che aveva ormai diciassette anni, aveva una stanza tutta per sé. Theo avrebbe voluto che si trasferisse anche Henny, ma lei stavolta preferiva non agire precipitosamente. Era andato tutto troppo in fretta nella sua vita. In particolare con gli uomini.

   Vide Gisela prendere in braccio il neonato per portarlo al nido. La placenta era stata regolarmente espulsa nei dieci minuti successivi al parto, perciò era improbabile che ci fossero complicazioni, ma per sicurezza Gisela avrebbe vegliato sulla puerpera ancora per un po’.

   La giovane ostetrica le ricordava un po’ Käthe, anche se Gisela Suhr era rossa di capelli e aveva le lentiggini. Però era una testa dura, proprio come Käthe. “La rivoluzionaria”, l’aveva soprannominata un giovane dottor Unger tanti anni prima, quando insieme avevano cominciato da poco il tirocinio come ostetriche.

   Il giorno prima Henny aveva visto Gisela farsi scivolare nella borsa della spesa un pezzo di sapone. Proprietà della clinica. Gisela non si era accorta di essere osservata.

   Un tempo era Käthe a rubare il cacao in polvere o il burro in monoporzioni al reparto privato. Henny lo aveva sempre saputo ma non ne aveva mai fatto parola con nessuno.

   No, non si era sbagliata quella notte. Anche se Theo cominciava a crederlo. C’era proprio Käthe sopra quel tram, si erano guardate negli occhi. Henny però non era riuscita a salire sulla vettura, un po’ per la sorpresa un po’ perché il tram stava per ripartire, sentiva ancora l’eco del campanello che avvertiva i passeggeri. E ricordava bene la sua corsa disperata sull’asfalto bagnato. Il 18 aveva impiegato pochi secondi a sparire dietro Mundsburger Brücke.

   «Si è trattato di un’allucinazione. Dettata forse dalla speranza». Di questo aveva cercato di convincerla Theo. Henny però aveva incisa nella memoria l’espressione impaurita di Käthe quando l’aveva vista. Non era stato un inganno dei sensi. Perché la sua amica, quella con cui aveva condiviso tutto da quando avevano sette anni, ora la guardava con occhi colmi di paura? E dopo tutti quegli anni. Perché non le era corsa incontro? Perché si nascondeva? Era in città, ma era inafferrabile.

   Gennaio e febbraio erano passati, e anche i primi tredici giorni di marzo. La notizia che Käthe era sopravvissuta non solo a Neuengamme, ma anche all’evacuazione del campo di concentramento e alla marcia della morte, sulle prime l’aveva riempita di speranza. Adesso però era confusa e tormentata da un presentimento a cui non voleva dare corda.

   La porta si aprì ed entrarono in sala parto Gisela e il dottor Geerts.

   «Le do un passaggio, Henny? Vado a Winterhude e posso lasciarla all’angolo di Körnerstraße». Geerts era un medico della clinica da molto tempo, quasi quanto Theo, che da anni faceva parte della direzione medica, anche se non aspirava a diventare primario perché non credeva nelle gerarchie.

   «E come sa che vado da quella parte?», domandò Henny.

   «Una semplice supposizione», disse Geerts sorridendo sotto i baffi. 

   Henny camminò solo per un breve tratto, ma il vento freddo le arrossò le gote. Se non avesse approfittato del­l’offerta di Geerts, che l’aveva accompagnata fino all’angolo della strada con la sua Ford nuova, le si sarebbe formato il ghiaccio tra le ciglia. Fu Klaus ad accoglierla alla porta e toglierle di mano la ciotola. «Abbiamo un ospite, mamma. Niente meno che dall’Italia», annunciò. Anche Theo venne a salutarla nel vestibolo, l’aiutò a levarsi il cappotto, la prese per mano e l’accompagnò in salone, dove Alessandro Garuti si alzò in piedi per salutarla.

   Fu un momento un po’ imbarazzante: lui era stato un amico fedele di Elisabeth, che quanto a fascino ed eleganza era ben superiore a Henny. Il distinto signor Garuti però era il padre di Rudi, il suocero di Käthe. Questo l’aiutò a superare l’imbarazzo.

   Immaginò che, se ci fosse stata Elisabeth al posto suo, le avrebbe baciato la mano, ma con suo grande sollievo Garuti si limitò invece a una vigorosa stretta. Era un uomo cordiale che le ricordò subito Rudi.

   Si sedettero intorno al tavolo a mangiare e il discorso deviò quasi subito su Rudi, Käthe e Anna. Garuti era al corrente del fugace incontro di Henny con Käthe alcuni mesi prima.

   «Immagino non abbiate tralasciato nessun ufficio», disse ripensando al giorno in cui, all’anagrafe di Amburgo Neustadt, aveva consultato il registro delle nascite del 1900 ed era venuto a conoscenza dell’esistenza di suo figlio e della morte di Therese, la madre di Rudi.

   «Siamo stati praticamente dappertutto», replicò Klaus.

   «Non si trova da nessuna parte. Nemmeno nei comuni limitrofi», aggiunse Theo.

   «Vuol dire che non ha neanche la tessera annonaria», disse Henny. Come faceva Käthe a vivere?

   Guardò desolata il piatto che aveva davanti.

   «Lei era su quel tram», proferì con voce bassa e sicura.

   «Il comandante qui ad Amburgo è ancora Henry Vaughan Berry?», domandò Garuti.

   «Lo conosci?», chiese Theo sorpreso.

   «Un mio vecchio amico ha studiato con lui a Cambridge. Prima della prima guerra, ma sono ancora in contatto».

   «Come può aiutarci Berry?», disse Klaus.

   «Non lo so nemmeno io», replicò Garuti con un sospiro.

   Else Godhusen aveva letto con interesse i consigli della Saggia massaia, l’opuscolo che le avevano dato in drogheria. Non costava niente e conteneva un sacco di belle cose. Per esempio i consigli su come sopportare meglio la solitudine.

   Era fondamentale comportarsi come se si avesse ospite a cena l’imperatore della Cina: mettere una bella tovaglia, tirare fuori i bicchieri buoni o, per meglio dire, “il bicchiere buono”, levarlo in un brindisi solitario e gustare un uovo alla russa con accanto un generoso mucchietto di uova di lompo o caviale.

   “Il tutto da sola”, pensò Else indispettita perché si era macchiata di maionese la camicetta di seta. Non le era d’aiuto nemmeno la radio, che l’opuscolo consigliava di tenere accesa. La NWDR trasmetteva il varietà, ma non era abbastanza per migliorare il suo umore, con tutto che ci lavorava Thies, il marito di sua nipote Marike.

    Aveva settantun anni ed era vedova da quaranta. Vedova di guerra. Ce n’erano di nuovo tante in giro, di vedove come lei. Adesso poi c’erano anche le “spose di guerra”: che razza di definizione, come se quelle donne avessero voluto sposare la guerra e non un inglese oppure un americano.

   Else si alzò da tavola e andò a prendere il sapone sotto il lavello. Meglio togliersi la camicetta e indossare al suo posto il grembiule da casa. Gli altri consigli della Saggia Massaia però erano buoni: usare la corteccia di quercia contro i geloni, oppure le istruzioni per cucire un giubbotto da ragazzo. Peccato che ormai Klaus fosse grande.

   Le dieci erano passate da un pezzo e Henny ancora non si era fatta vedere. Un brav’uomo, quel dottor Unger, ma la relazione che avevano non poteva definirsi rispettabile. Un tempo si sarebbero sposati subito. Henny lo avrebbe preteso. Andava ancora bene che Klaus si fosse trasferito dal dottore invece di dormire sulla brandina nel suo soggiorno: i suoi voti a scuola ne avevano beneficiato, perché lì aveva una stanza tutta per sé. Else però era convinta che una famiglia dovesse stare unita: del resto c’erano intere famiglie che avevano dovuto adattarsi a vivere in una cantina e non si lamentavano.

   Else Godhusen si mise a strofinare la macchia e s’innervosì ancora di più. Forse un bicchiere era quel che ci voleva. Non per la camicetta, che adesso pendeva fradicia da una gruccia. Era lei che aveva bisogno di un conforto più sostanzioso di quello che poteva darle un po’ di vino. Else si spostò in soggiorno e tirò fuori una bottiglia di cognac, per non rinunciare anche all’ultimo piacere della serata. Se ne versò due dita e tornò in cucina.

   Chissà dov’era Käthe ora, se Henny l’aveva vista davvero. Nell’appartamento dei Laboe adesso viveva una famiglia di sfollati, le profughe che c’erano prima si erano trasferite altrove. Else scosse la testa. Le era venuto in mente Ernst, l’ex marito di Henny. Perché adesso tra marito e moglie ci si poteva anche separare.

   Ma se Käthe era in città, perché non si faceva viva? Sapeva bene dove trovare Henny. Si versò un altro po’ di liquore.

   E le venne in mente una scena del gennaio 1945. Ernst alla finestra, che fissava con insistenza la finestra delle Laboe. 

   La sinfonia di grigi il giorno dell’evacuazione. Le voci gelide delle SS. Datevi una mossa, porci! Colpi di pistola. Lo strascichio delle scarpe dei pochi che ancora le avevano, miseri pezzi di corteccia tenuti sopra la suola con dei pezzi di corda. La carovana di disperati che gradualmente si diradava, decimata dagli stenti.

   Per notti intere che sembravano non avere mai fine, Käthe aveva seguito il nastro grigio della strada che portava solo ad altra disperazione. Le sue ultime forze erano rimaste lì, l’anima l’aveva abbandonata da tempo.

   Eppure le era riuscito chissà come di allontanarsi da quel corteo di spettri. Era sgattaiolata a bordo strada e si era nascosta in mezzo ai cespugli. Poi, una volta che i prigionieri si furono allontanati abbastanza, diretti al centro di prima accoglienza di Sandbostel, si era rifugiata nel buio di un capanno, l’unica costruzione che si vedeva in quel tratto di campagna.

   E lì aveva cercato di sopravvivere. In un angolo dimenticato da Dio tra Brema e Amburgo.

   Käthe si ritrovò sulla faccia il ghigno amaro che ormai conosceva. Di colpo le erano tornati alla mente quei ricordi tremendi. Forse perché aveva perso il lavoro: il dottore era stato colto sul fatto e imprigionato. Il dottore che aiutava le donne a sbarazzarsi dei bambini indesiderati. Ma non aveva fatto il nome della sua assistente. Non ancora.

   Da ostetrica ad assistente di un procuratore di aborti. Se Rudi lo avesse saputo si sarebbe rivoltato nella tomba. Ovunque fosse, la sua tomba: in Russia? Alle porte di Berlino? Non nutriva più alcuna speranza che fosse vivo. Nella primavera del ’48 aveva fatto qualche ricerca. Nessuno sapeva niente di lui. L’avevano solo guardata storto perché non aveva voluto dare il suo nome e indirizzo. Käthe non voleva coltivare illusioni. Le illusioni facevano ammalare. E lei era già abbastanza malata.

   Rudi era morto.

   Anche se era sola nel capanno fece un gesto con la mano per sottolinearlo, e la tazza con un fondo di caffè surrogato cadde in terra. Si limitò a spingere i cocci da una parte col piede. Non valeva la pena raccoglierli. Non c’era più nulla da rimettere insieme, nulla da riparare.

   La faccia di Henny dal finestrino del tram. Chissà che ci faceva lì, su quel ponte, la notte di Capodanno. Forse pensava a Lud, che era stato investito anni prima proprio su quella strada. Ma lei aveva il suo Ernst con cui se ne stava al calduccio chissà dove. Ernst, il delatore. Henny lo sapeva, per forza. Käthe se lo ripeteva dal gennaio del 1945, come se quelle parole fossero i grani di un rosario.

   «Tu e io abbiamo chiuso, Henny». Lo disse a voce alta, sola nella sua baracca. E si proibì di lasciarsi andare alla nostalgia. La nostalgia di Rudi, di Anna e anche di Henny.

   Si alzò e si mise un altro maglione. Era un marzo freddo. Ma ce l’avrebbe fatta. Era brava a non morire congelata.

   All’inizio aveva abitato in un barcone ancorato sulla Dove, un affluente dell’Elba. Poco più di un relitto. Non lo reclamava nessuno, forse il proprietario lo aveva abbandonato oppure era morto. Per uno scherzo del destino, Neuengamme era poco distante. Ci avrebbero messo un niente a riportarla dentro.

   «Ho visto i panni stesi», le aveva detto un giorno una donna che aveva attraversato il prato fradicio per parlarle, all’inizio del primo inverno ad Amburgo. «Ho qualcosa di meglio per te. Un rifugio, intendo».«Perché io?», le aveva chiesto Käthe dopo che la donna le ebbe mostrato il capanno adiacente a un orto urbano. Non era distante dal fiume. Nella Moorfleet.

   «Perché io adesso vado a stare da Helmut», aveva risposto la donna. «Ma non voglio perdere il capanno. Tu non mi sembri il tipo che dà fregature». Aveva detto di chiamarsi Kitty. Dopo quel giorno Käthe non l’aveva più vista.

   E adesso il dottore era nei guai. Per lui c’erano la galera e il ritiro della licenza. E lei non avrebbe più avuto il suo magro compenso.

   Käthe proprio non sapeva come avrebbe fatto ad andare avanti. Non escludeva la possibilità di togliersi la vita. 

   L’ultima telefonata, all’inizio di gennaio, l’aveva fatta a Elisabeth, per augurarle buon anno e raccontarle dell’avvistamento di Henny. Anche se con lei era ormai in rapporti di serena amicizia, ebbe un tuffo al cuore quando la sentì sollevare la cornetta.

   «Dunque nessuna notizia di Käthe e Rudi?», domandò Elisabeth.

   «Nessuna. E voi come state?».

   «Molto bene. Soprattutto da quando abbiamo Jack».

   Jack?

   «Chi è Jack?», domandò Theo.

   «Oh, scusa, Theo. Non te ne ho ancora parlato. È qui con noi da un po’. Jack è un fox terrier».

   Cosa volevano dirgli tutti quei cani?, pensò Theo. Non c’era nemmeno bisogno che ne prendesse uno per sé. Goliath, l’alano dei vicini, quella mattina era tornato a fargli visita in giardino.

   «Un fox terrier», ripeté Theo. Accanto a Elisabeth si sarebbe immaginato meglio un levriero italiano, una creatura sottile e dalle zampe lunghe. «Quando eravamo sposati non hai mai detto che avresti voluto un cane».

   «Qui in Inghilterra è una cosa molto più comune. Inoltre, quando eravamo marito e moglie noi due, c’era altro a cui pensare».

   Sì, su questo aveva ragione. La vita di Elisabeth dipendeva da quel suo matrimonio ariano: solo grazie a lui non era finita in un campo di concentramento. Questo non aveva fatto bene alla loro unione.

   «Alessandro è qui ad Amburgo», le disse Theo. «Spera che da qui gli sarà più facile mettersi in contatto con Rudi».

   «Sì, me lo ha detto l’ultima volta che ci siamo sentiti».

   Perciò quei due erano in contatto. Garuti non ne aveva fatto parola. Forse gli sembrava una cosa ovvia.

   «Salutamelo tanto», disse Elisabeth. «Poor Alessandro. I hope so much that both of them will return».

   Non gli parlava spesso in inglese. Ma era chiaro che Elisabeth Bernard, ex Frau Unger, apparteneva ora a un altro mondo. 

   «Ti sei pentito, papà?».

   «Nemmeno un po’», disse Joachim Stein guardando con affetto la figlia.

   Aveva ottantun anni e malgrado l’età non aveva esitato a vendere la sua casa di Colonia, sulla Rautenstrauchstraße, adesso che il marco tedesco era tornato a essere una moneta stabile. La vendita aveva fatto di lui un uomo piuttosto benestante.

   «Vuoi davvero metterli nella libreria?».

   «Che ti prende, Louise? Non sei mai stata timorosa, né nel prendere né nel dare», disse sorridendo.

   Louise osservò il profilo del padre, il grosso naso che lei aveva ereditato. Aveva l’aria di un antico romano, la sua famiglia viveva a Colonia da molte generazioni. Capelli in testa ormai ne aveva pochi, il cranio splendeva lucido. Stein se ne stava dritto come un fuso affacciato sulla balaustra del ponte e osservava lo Jungfernstieg. Per un secondo un’espressione triste gli attraversò il volto.

   Non perché avesse pensato alla sua casa a Lindenthal dove aveva vissuto per tanti anni con la moglie, o a sua moglie, Grete, morta nei bombardamenti di Colonia. Si stava solo rendendo conto che gran parte del mondo era in macerie. Era contento di contribuire in qualche modo alla ricostruzione.

   «Forse non stai pensando abbastanza ai tuoi bisogni».

   «Sto agendo in base al più puro egoismo».

   Voleva molto bene a Lina, compagna di vita di Louise ormai da molti anni. E anche quel Momme, il loro socio, gli aveva fatto un’ottima impressione. La libreria Landmann era insomma un ottimo investimento, e lui era ansioso di vederla risorgere, più grande e moderna, dall’edificio bombardato di Gänsemarkt. Grete lo aveva sempre rimproverato perché viveva in cima a una torre d’avorio: adesso Joachim Stein, professore di Filosofia, poteva ben dire di aver fatto la sua parte nel mondo reale.

   Si era già affezionato al nuovo appartamentino in Hartungstraße, e Amburgo devastata non gli era più estranea di quanto lo fosse la sua Colonia devastata.

   Il suo vecchio amico nonché medico gli aveva detto che era tardi per un nuovo inizio. Che sciocchezze.

   «Tavoli di lettura», disse il padre di Louise. «Perché i clienti possano cominciare a leggere prima di comprare. Come in una biblioteca».

   «Non c’è lo spazio», rispose Louise.

   «Allora dei tavolini alti, dove appoggiare i libri».

   Non era una cattiva idea. Doveva sentire cosa ne pensavano Lina e Momme. Forse se ne potevano trovare nella cantina di qualche scuola, di quelle ancora da ricostruire.

   Louise però già sapeva cos’avrebbe detto in proposito Lina. Niente cose vecchie. Niente cose rattoppate. Era in preda a una smania di nuovo. Non vedeva l’ora che fossero demolite le vecchie facciate per far posto a nuovi edifici in clinker, tutti uguali tra loro.

   Le facciate delle case sulla Immenhof avrebbero facilmente tratto in inganno un osservatore frettoloso. Proprio dietro l’angolo aveva abitato prima del ’43 la cognata di Lina, Henny. Si vedevano ancora le scope sul balcone, qualche spalliera a reggere i rami di piante secche. Ma era un guscio vuoto, nient’altro. Louise tuttavia avrebbe preferito che si conservassero le vecchie facciate per costruire qualcosa di nuovo al loro interno.

   Louise si stupì dei suoi stessi pensieri. Non era mai stata incline alla conservazione. Non si era mai aggrappata al passato.

   «E adesso andiamo a bere un cocktail», suggerì Joachim Stein ritirando le mani dalla balaustra del ponte. «O ti sei tolta il vizio?».

   «Ma neanche per sogno», fu la risposta di Louise.

   «E allora dove andiamo?».

   «All’Arronge, in Dammtorstraße, se non ti pesa camminare».

   «Ho appena riscoperto il mondo», replicò suo padre. «Figurati se mi spaventano due passi». 

   Momme aprì la scatola di cartone e cominciò a estrarre i libri: altre ventiquattro copie di Hinter Gottes Rücken, alle spalle di Dio. Un libro molto autobiografico. Lo scrittore, Bastian Müller, aveva l’età di Momme. Era nato nel 1912. Un uomo ancora giovane. Il libro stava vendendo bene, era già alla terza ristampa e se ne attendeva una quarta. Aveva però generato polemiche. Alcuni recensori lo consideravano il libro contro la guerra per eccellenza, forse più ancora di quanto lo fosse stato Niente di nuovo sul fronte occidentaledi Erich Maria Remarque. I nostalgici invece ci vedevano una forma di tradimento. “Tradimento di che?”, si domandava Momme.

   Tanto andavano bene gli affari alla libreria Landmann a Rathausmarkt, tanto andava per lunghe il trasloco nel nuovo negozio a Gänsemarkt. Il palazzo a cinque piani di fine Ottocento era messo peggio di come era sembrato all’inizio. In mezzo a un paesaggio di rovine, aveva dato l’impressione di essere intatto.

   Il negozio a Rathausmarkt era una sistemazione provvisoria: il primo piano dell’edificio resisteva appena quel tanto da impedire alla pioggia di inzuppare i libri.

   Spazzate via le macerie, Amburgo era diventata una città di grandi spazi aperti, vuoti, in cui le baracche di legno davano un senso di solidità superiore a quello dei grossi palazzi. La Ferdinandstraße era stata sgomberata per prima, per permettere ai tram (il 16, il 18 e il 22) di transitarvi collegando così il quartiere di Gänsemarkt con il resto della città. Le varie attività che avevano trovato un ricovero di fortuna al pianterreno dei palazzi bombardati stavano venendo sgomberate un po’ alla volta, e presto sarebbe toccato anche a loro. La capottina colorata non bastava più a dare un’aria accogliente al negozio.

   Cos’è che aveva detto Max Brauer, il sindaco di Amburgo? Che la ricostruzione doveva avvenire anche sul piano spirituale, nel senso che alla parola aveva dato il famoso pedagogista e primo direttore della Kunsthalle di Amburgo, Alfred Lichtwark, l’idolo di Lina.

   Lina era rifiorita. Per la nuova libreria di Gänsemarkt progettava una sezione dedicata ai libri d’arte, che avrebbe gestito personalmente. Lei, che era stata un’insegnante così appassionata, ora non avrebbe messo più piede in una scuola per nulla al mondo.

   Il pensiero di Lina strappò a Momme un sorriso. Fosse stata interessata agli uomini, lui si sarebbe fatto avanti già da tempo, fin dal giorno in cui l’aveva conosciuta alla pensione di Guste. Momme la trovava bellissima nonostante i tredici anni di differenza. Ma erano anni ormai che lei e Louise stavano insieme.

   Momme non conosceva l’uomo che era appena entrato in negozio. Un signore molto distinto. Si rivolse al tavolino dove erano esposti i libri di poesia. Prese in mano un volumetto di Heine edito dalla Vier Falken Verlag e lo sfogliò.

   «La carta sembra presa dal bidone della spazzatura!», commentò con disprezzo Friedrich Campmann.

   Il dopoguerra è già finito, pensò Momme: la gente non si accontentava più di quel che passava il convento.

   Con grande stupore di Momme, il signore distinto comprò una copia del libro di Bastian Müller. 

   «Sempre a rimirarti allo specchio!», disse Ida avvicinandosi a sua figlia che la guardava incollerita. Florentine odiava quando le davano della vanitosa. Aveva gli occhi azzurri di Ida, senza il taglio tipicamente orientale di quelli di Tian. Mentre inconfondibilmente cinese era il colore corvino dei lunghi capelli lisci. Era di una bellezza inusuale ed esotica e, pur avendo solo otto anni, era consapevole dell’effetto che faceva agli altri. D’altra parte Tian non faceva che ripeterle quanto fosse bella.

   Se Ida non avesse avuto Florentine quando aveva già compiuto quarant’anni, madre e figlia sarebbero state rivali in una gara di bellezza. Almeno così, pensava Ida, la vita sarebbe stata un po’ più interessante. Per anni dopo la nascita della figlia, Ida sulla carta aveva continuato a essere la moglie di Friedrich Campmann. In effetti era molto grata a Campmann, che non aveva insistito per divorziare e non aveva rifiutato la paternità della piccola. Se i nazisti fossero venuti a conoscenza dalla loro relazione, Tian sarebbe stato cacciato dal paese o rinchiuso in un campo di concentramento.

   «Fatti abbracciare. Non voglio mica farti male». Ma Florentine si divincolò e scese di corsa le scale. Ida allora si affacciò alla finestra, a guardare il vasto giardino di quella grande casa a due piani in Johnsallee. I cespugli di ribes erano ancora spogli, così come il caprifoglio addossato al capanno. Solo l’altalena era pronta a fare il suo dovere. Presto Florentine sarebbe sgusciata in giardino, ci si sarebbe seduta e si sarebbe dondolata selvaggiamente fino a far sbollire la rabbia. Non ci avrebbe messo molto, vista la temperatura.

   E infatti eccola, ma si distrasse, lo sguardo attirato da qualcosa che la faceva sorridere. Guste doveva essersi affacciata anche lei dalla sua stanza: a parte Tian, solo lei era nelle grazie della bambina.

   Adesso stava rientrando in casa. Attirata da cosa? Un dolce fatto da Guste, oppure un taglio di stoffa appena tirato fuori da un cassetto prima di sedersi alla macchina per cucire.

   Guste cuciva gonne a campana, giacche a vita stretta e camicette per Ida. Poi cuciva camicie per Tian, che le voleva senza colletto, e per Momme, che invece il colletto lo voleva. Momme abitava ancora nelle due camere del sottotetto, ogni sera con una fanciulla diversa.

   Ma i tessuti più belli erano riservati al corredo di Florentine, perché la smorfiosetta potesse rimirarsi allo specchio con sempre maggior soddisfazione. Il grande salone, dove una volta si riunivano gli ospiti della pensione, adesso sembrava la bottega di una sarta. Da tempo ormai gli abitanti della casa mangiavano in cucina, nel seminterrato.

   Ida sospirò e confessò a se stessa di essere gelosa. Ripensava spesso al periodo della sua vita in cui era stata lei la creatura fresca e luminosa. A quel tempo tutto in lei era rosa e giovane. Poi suo padre l’aveva data in pegno a Campmann e Ida aveva passato diciassette anni a struggersi per Tian. Forse quel periodo, l’attesa, era stato il migliore della sua vita.

   Mentre entrava nella stanza, a Guste sfuggì un’imprecazione. Sotto l’ago meccanico giaceva ora un pezzo di organza, un tessuto difficile da lavorare. Era già la seconda volta che ricominciava da capo.

   «Ti annoi?», domandò Guste.

   Ida lanciò un’occhiata alla figlia, pensando che la domanda fosse rivolta a lei. Florentine era seduta sul tappeto e sfogliava una rivista di moda, «Constanze». Si chiese se anche lei, all’età di Florentine, s’interessasse già di quelle cose.

    «Sto parlando con te, Ida. Da quando Tian lavora sei giorni la settimana, non sai cosa fare di te stessa».

   «La bambina è pur sempre qui con me, quando non è a scuola». Avvertì il risentimento nel suo tono di voce.

   «A proposito, avremo un nuovo ospite, nella stanza accanto alla cucina», le disse Guste. «C’è ancora qualche mobile che apparteneva a tuo padre. Va’ a dare un’occhiata, se vuoi tenerti qualcosa».

   «E chi ci verrà a stare?».

   Guste alzò le spalle. «Lo deciderà l’ufficio alloggi».

   «Non hai idea di chi sia?».

   «Un reduce, probabilmente».

   «Di Amburgo? E non ce l’ha una famiglia?».

   «Ce lo racconterà quando arriva», disse Guste, e recise un pezzo di filo coi denti.

   «Speriamo sia un tipo simpatico», cinguettò Florentine. Poi saltò in piedi dal tappeto con la rivista in mano e corse da Guste. «Lo voglio così, il vestito!», annunciò.

   Guste lanciò una breve occhiata all’illustrazione. «Allora comincia subito a riempirlo, quel décolleté», borbottò. 

   Campmann tornò dalla pausa pranzo puntuale. Come facevano tutti gli impiegati della Dresdner Bank. Si sedette dietro la scrivania, col libro di Bastian Müller davanti. Non sapeva nemmeno lui perché lo aveva comprato: non era certo il suo genere.

   Non aveva nemmeno bisogno di rifarsi una verginità politica: la sua denazificazione era andata a buon fine. Era pulito, lui.

   Certe volte si ritrovava a pensare a Ida. Come adesso. Si ripromise di invitare la sua nuova segretaria all’Arronge, a bere qualcosa. Una vera scocciatura che gli inglesi non avessero ancora fatto riaprire al pubblico il Quattro Stagioni.

   La ragazza nuova, di là nell’anticamera del suo studio, gli piaceva. Aveva una certa classe. Alta, capelli biondi tagliati molto corti, contro la moda del momento che prevedeva invece chiome fluenti morbidamente ondulate.

   Chissà che fine aveva fatto Joan. Dopo la guerra non aveva avuto più notizie della sua amante americana. Lei sì che possedeva quell’asprezza, quella passionalità che a Campmann sembrava di intravedere nella giovane Fräulein von Mach.

   Campmann non aveva una donna da molto tempo. C’era stato qualche piccolo episodio, ma mai nulla di serio. Gli sarebbe piaciuto molto, adesso, avere una moglie al suo fianco, avrebbe fatto anche bene alla sua immagine, in banca. La carica di direttore ormai non l’avrebbe raggiunta più, in ufficio lo sapevano tutti, malgrado le sue conoscenze nell’entourage di Goebbels, ma il posto che occupava adesso era comunque molto prestigioso e a lui bastava.

   Alzò gli occhi quando la von Mach entrò nella stanza con un fascio di documenti da firmare.

   «Verrebbe a bere un piccolo aperitivo con me?», le domandò Campmann. Si aspettava che la giovane arrossisse. O che al contrario impallidisse. Invece quella sorrise, in modo alquanto irritante. Anette von Mach non sembrava per nulla stupita di quell’invito, il suo sorriso diceva chiaramente che la sapeva molto più lunga di lui. 

   Alex Kortenbach era un reduce, e non da una prigione ma dall’esilio. Sembrava più giovane di quanto fosse, e questo gli aveva creato dei fastidi nei suoi primi anni da adulto. Adesso invece era contento di non dimostrare gli anni effettivi che aveva alle spalle.

   Già nel 1933, quand’era un ragazzino di soli sedici anni, aveva avuto la certezza di non poter rimanere nel suo paese ed essere complice delle nefandezze che stavano avvenendo. Nessun altro nella sua famiglia aveva le idee così chiare. Forse aveva fatto loro un torto andandosene. Forse, se fosse rimasto, sarebbe riuscito a tirarli fuori in tempo da quella cantina.

   Quando Kortenbach aveva lasciato la Germania, lo aveva fatto con la certezza che un giorno avrebbe riabbracciato i suoi cari. Non gli era nemmeno passato per la testa che potessero bruciare tutti in uno scantinato. Sua sorella maggiore compiva gli anni il 24 luglio. Il giorno del suo trentesimo compleanno la famiglia si era riunita nella casa dei genitori a Hoheluft. C’era perfino il marito della festeggiata, in congedo per l’occasione. Di sicuro avevano bevuto del liquore al cumino, com’era uso in famiglia nelle occasioni di festa, accompagnato dalle tartine di sua madre.

   Alex Kortenbach era venuto a conoscenza del bombardamento e dell’incendio di Amburgo del ’43 con mesi di ritardo. Un marinaio svedese era entrato nel bar della Bahia Blanca, dove Alex suonava il piano, e gli aveva raccontato gli ultimi avvenimenti come se appartenessero a un mondo lontano.

   Finita la guerra aveva avuto la conferma che erano morti tutti quanti. Non aveva senso per lui tornare in patria. Eppure aveva voluto lasciare l’Argentina e trasferirsi ad Amburgo, per mettere fine alla sua vita. Aveva trovato un posto letto in una pensione e nelle prime settimane quasi non aveva messo piede fuori dalla zona del porto. Riconosceva a stento la città in cui era nato e cresciuto.

   Quel giorno, per la prima volta, aveva deciso di avventurarsi per le strade che portavano a Hoheluft e Eimsbüttel. Attraversando le macerie di Grindelberg si era ritrovato sul Rothenbaumchaussee e poi in Johnsallee, all’indirizzo scritto sul biglietto che si teneva in tasca da giorni.

   Alex Kortenbach aveva trentun anni quando mise piede per la prima volta in casa di Guste. Anche lei lo prese per un ragazzo molto più giovane e lo accolse con gioia sincera: un nuovo pulcino nel suo nido. 

   A che servivano le conoscenze in alto loco se poi le autorità ti deferivano alla Croce Rossa oppure al comando militare sovietico a Berlino Est? Si stimava che in Russia ci fossero ancora circa duecentomila soldati tedeschi, trattenuti come prigionieri di guerra.

   «Dicono che verranno rimpatriati entro quest’anno», aveva detto il comandante di Amburgo dandogli anche il nome del consigliere dei Soviet a cui rivolgersi, a Berlino.

   A proposito di Vladimir Semënov Garuti sapeva solo che stava facendo di tutto e di più per estendere il suo potere su Berlino Ovest. Semënov era tra i principali fautori del blocco che attanagliava la capitale dal 1948 e che l’aveva ridotta alla fame. Gli approvvigionamenti erano giunti solo grazie al ponte aereo, il flusso ininterrotto di velivoli alleati che riforniva quotidianamente la popolazione di derrate.

   Garuti vagava pensoso nel salotto di Theo. Si fermò davanti alla Natura morta con statuina africana di Maetzel.

   «I russi si faranno una gran risata quando andrò a chiedere il rilascio di Rudi».

   Theo faticava a immaginare un russo che si fa una gran risata, ma condivideva con Garuti l’idea che per quella strada era molto difficile riuscire a riportare a casa Rudi.

   «E che ne è di quel doppio ritratto che stava appeso qui?», domandò Garuti. «L’ha portato con sé Elisabeth?».

   «È suo. Le donne ritratte erano sua madre e sua zia».

   Garuti annuì. «E questo?».

   «Questo era di un mio collega e amico, il dottor Landmann».

   «Quello che si è ucciso?».

   «Sì. Nell’autunno del ’38. Dopo che i nazisti gli hanno vietato di esercitare la professione medica, perché ebreo».

   Garuti fece un gran sospiro. «Ce l’hai ancora quella cartolina?».Unger sapeva bene a cosa si riferisse l’italiano. La cartolina che era giunta nelle sue mani l’anno prima tramite Campmann, presso la cui casa la suocera di Rudi, Anna, lavorava come cuoca. 

   Sono stato incaricato da Herr Rudi Odefey di farle sapere che il suddetto si trova in un campo per prigionieri di guerra in Russia, per la precisione negli Urali, dove lavora in miniera. Io stesso sono stato prigioniero in quel campo fino ad aprile. Saluti.

 

   Era firmata con un nome evidentemente falso e non recava l’indirizzo del mittente. Il timbro postale era mezzo cancellato.

   «Immagino abbiate ottime ragioni per non informare il servizio di ricerca».

   «Sì. Siamo preoccupati che Rudi perda la voglia di vivere, quando saprà che non si hanno notizie di Käthe».

   Alessandro Garuti fece un cenno d’assenso, anche se non era mai stato d’accordo con quella decisione. «Devo farti una confessione», disse. «Contro il vostro parere ho contattato la Croce Rossa appena ho saputo di questa cartolina. Purtroppo non ho ottenuto nulla. Di campi di quel genere ce ne sono troppi».

   La confessione fu un sollievo per Theo. Era stato un errore non tentare subito un contatto. Andò alla scrivania, aprì un cassetto, tirò fuori la cartolina.

   Garuti se la rigirò tra le mani, come Theo e Henny avevano ormai fatto un’infinità di volte. La carta già sottile si era consumata ulteriormente.

   «Non è un brutto segno, che non abbia mai scritto?», domandò Theo.

   Alessandro Garuti non voleva soffermarsi troppo su quel pensiero. «Non hanno la possibilità di comunicare con l’esterno, nemmeno per posta», disse. «Ho sentito di campi isolati. Lì non entra e non esce niente».

   Unger intanto rifletteva che il compagno di prigionia di Rudi aveva lasciato il campo negli Urali ormai da circa un anno. Rudi poteva essere morto in un giorno qualunque di quei dodici mesi. Ucciso dal freddo, dalla fame, da una banale malattia non curata. Non disse nulla.

   Si voltarono simultaneamente quando si aprì la porta del salotto ed entrò Klaus.

   «Ci sono novità su Rudi?», domandò vedendo che i due avevano in mano la cartolina. «O su Käthe?».

   Unger e Garuti scossero la testa.

   «Perché non mettete un annuncio sul giornale?».

   I due uomini lo guardarono perplessi.

   «Poche parole: “Käthe, Rudi è vivo. Vieni a casa di Theo Unger”».

   «Perché non a casa di Henny?», domandò Theo.

   Klaus un’idea ce l’aveva. 

   Ma Käthe li leggeva, i giornali? Di tanto in tanto ne trovava uno abbandonato sul tram e allora lo prendeva. Una volta si era comprata una copia dell’«Hamburger Echo» in ricordo di Rudi, che presso quel giornale aveva imparato il mestiere di compositore tipografico. Una mattina, su una panchina dell’imbarcadero, aveva trovato una copia dell’«Hamburger Abendblatt» e se l’era ficcata nella borsa. Tornata al suo rifugio, si era messa a gambe in su e aveva cominciato a leggere.

   Era stata tutto il giorno in giro per Altona ed Eimsbüttel, nella speranza di trovare un impiego. Dall’altro lato della città si teneva alla larga, non oltrepassava mai l’Alster. Aveva ancora negli occhi l’immagine di Henny da quel tram, la notte di Capodanno.

   La baracca era stata una vera manna dal cielo. Due stanzette striminzite al margine di un appezzamento di orti urbani. Le costruzioni vicine erano state rase al suolo dai bombardamenti. Nessuno sarebbe mai venuto a cercarla lì.

   L’oggetto più prezioso della baracca era il fornelletto a spirito. Anche se lei non aveva proprio nulla da cuocerci sopra. La salsiccia in scatola che le avevano dato per compassione, in uno dei tanti posti in cui non c’era un lavoro per lei, non aveva bisogno di essere scaldata.

   Riuscì ad aprire la scatoletta ammaccata. L’apriscatole era un altro oggetto di non poco valore che aveva trovato nella baracca. E anche un mestolo, per tirare su una minestra che non c’era mai. Piatti, forchette. Un coltello. Un materasso buttato sul pavimento. Cuscino e coperta se li era comprati ai tempi in cui guadagnava ancora qualcosa.

   La salsiccia era un avanzo della Wehrmacht e puzzava di rancido. Käthe le diede un morso con diffidenza.

   Non pregava, non sapeva cosa chiedere a Dio. Di riempirsi la pancia non le importava. Forsa poteva pregare che Rudi fosse morto senza soffrire troppo.

   Un altro morso. Poi Käthe aprì il giornale. 22 marzo. Era di oggi. Fra quattro giorni sarebbe stato il compleanno di Henny. Cercò di scacciare il pensiero. Voleva solo dimenticare il passato.

   Avrebbe fatto bene a mangiare un po’ di pane con la salsiccia, sarebbe stato più facile mandarla giù. Il grasso non poteva farle male. Il grasso voleva direcalorie, che erano necessarie per sopravvivere. Si alzò per prendere del pane e sobbalzò sentendo un clangore metallico venire da fuori.

   Sbirciò fuori dalla finestrella e vide un trabiccolo di ferro a tre gambe proprio di fronte alla baracca. Non c’era, quando era rientrata.

   Dietro il vetro apparve una faccia e Käthe fece un passo indietro. Una testona bianca, molto bionda. Più bionda di come la ricordasse.

   Una voce stridula. «Ci sei?».

   Sì. Käthe c’era. E aveva una gran paura. Che cos’era venuta a fare Kitty? Rivoleva indietro la baracca?

   Käthe si rimise in sesto e le andò incontro.

   «Quest’affare era là fuori, in mezzo all’erba», disse Kitty facendo oscillare una ciotola arrugginita. «Per cucinare non serve più. È piena di ruggine. Ma per il carbone va ancora bene. Da farci un fuocherello». Kitty aveva del carbone?

   «Vieni dentro», la invitò. «Ho della salsiccia in sca­tola».

   «Mangiatela tu», rispose Kitty prendendo il giornale dalle mani di Käthe.

   «E che sei venuta a fare?».

   «A quanto pare Helmut e io dobbiamo prenderci una lunga pausa. Prima di Pasqua si è presentata una certa Trulla. Io non sapevo nemmeno che esistesse».

   «Trulla?».

   «È sua moglie».

   Käthe era comunista e ostile alle convenzioni borghesi, ma nel suo cuore trovò un po’ più di un briciolo di solidarietà per la povera Trulla.

   «E io che faccio?».

   «Be’, era una sistemazione provvisoria», disse Kitty. «Adesso però ci accendiamo un bel fuoco. Fa freddo». Appese la ciotola a uno dei ganci dell’appendiabiti e lo trascinò sotto il portico.

   Nella ciotola aveva messo rametti secchi, fogliame e il giornale. Poi il fiammifero nella mano di Kitty guizzò e si accese. Una fiammella viva.

   «È bello, il fuoco», disse Kitty.

   «Non dirlo a me», replicò Käthe. «Immagino che nel ’43 tu non stavi chiusa in una cantina o in un bunker».

   «No. Vengo dalla campagna, io».

   «E la baracca di chi è?».

   Kitty alzò le spalle. «Una mia cugina…», disse vagamente. «Vuoi farmi l’interrogatorio? Perché allora lo faccio pure io a te».

   «Vuoi del caffè? Forse ce n’è ancora».

   «Caffè vero?».

   «Surrogato… il giornale avrei voluto leggerlo, però».

   «In cambio ti scaldi».

   Ma il fuoco si stava già spegnendo.

   «Devi essere fuori di qui per Venerdì Santo».

   Käthe non fece obiezioni. Ancora ventidue giorni. Bisognava che andasse a dare un’occhiata al vecchio barcone. Le sarebbe toccato viverci ancora per un po’. Poi sarebbe arrivata la primavera. Magari il ritorno di Kitty era solo temporaneo. 

   Theo aveva invitato Henny, Marike, Thies e Klaus al Mühlenkamper Fährhaus, poco distante dalla Körnerstraße. Dopo la guerra era ancora possibile sedersi nella bella sala piastrellata, a gustare l’anatra o l’anguilla e rallegrarsi che, almeno lì, le ceramiche azzurre erano ancora tutte al loro posto.

   L’indomani sarebbe stato il compleanno di Henny. Una festa anticipata perché la sera dopo Theo aveva il turno in clinica. Ordinarono tutti l’anatra. Il vino veniva dal Palatinato e la cuoca era di Schwerin. «Sentirete che artista, la nostra Käthe!», disse gioviale il ristoratore. Henny s’irrigidì, Marike le strinse la mano, Theo e Klaus si scambiarono un’occhiata.

   Sedevano tutti intorno ai bicchieri pieni, il lampadario faceva brillare i calici colmi di rosso di Ingelheim, ma Henny stringeva nervosamente l’orlo della tovaglia. «Devo dirvi una cosa», disse. «Una cosa che mi pesa sulla coscienza da tempo. Un sospetto che nutro da anni ma di cui non ho mai avuto conferma».

   «Sei proprio sicura di volerne parlare stasera? Perché non brindiamo e basta? Alla tua salute, all’anno nuovo…». Theo cercava disperatamente di stemperare la tensione.

   «Si tratta di Käthe», disse Klaus. Non era una domanda, ma un’asserzione.

   Henny fece di sì con la testa. «Ho paura che nel ’45 Ernst sia andato alla Gestapo a denunciare Käthe e Anna».

   Klaus espirò lentamente. «L’ho sempre sospettato anche io», disse con amarezza.

   «C’è una cosa che Else mi ha raccontato solo dopo che Ernst se n’è andato. Pare che Ernst in quel periodo tenesse continuamente d’occhio la loro casa. Col binocolo che era sempre su quel mobile, accanto alla finestra. Da lì si vedeva bene quello che succedeva in casa di Anna. Deve essersi accorto che in casa c’era quel disgraziato, Fritz».

   «Perché me lo hai tenuto nascosto per tutto questo tempo?», domandò Theo.

   «Perché non voleva ammetterlo nemmeno lei», rispose Klaus.

   «Käthe non può sapere che ci siamo separati».

   «Probabilmente penserà che sappiamo tutto e vogliamo coprire mio padre», rincarò Klaus.

   «Rimane il problema di come abbia fatto a sapere che è stato Ernst a tradirla. Potrebbero averglielo detto quelli della Gestapo?».

   «Non mi stupirebbe», disse Thies.

   «Anatra croccante con cavolo rosso e canederli!», annunciò il ristoratore portando le ordinazioni.

   «Devi far parlare Ernst, Henny», disse Theo dopo che l’uomo se ne fu andato. «Solo lui può dirci se le cose sono andate davvero così. Lo deve a Käthe e a tutti noi».

   «L’anatra sembra deliziosa», disse Marike.

   Ma ormai l’atmosfera festosa era rovinata.

   Di lì a poche ore Henny avrebbe compiuto quarantanove anni. Käthe li aveva compiuti a gennaio. 

   Guardavano l’Alster sedute su una panchina sullo Jungfernstieg. Il sole splendeva debole e distante. Marzo era agli sgoccioli e faceva quasi più freddo di prima. Lina lanciava occhiate a sua cognata, ne studiava il volto familiare. Il loro legame durava da ventott’anni, anche se Lud era morto ormai da tempo.

   Lina aveva ascoltato con attenzione il racconto di Henny su quanto era successo la sera prima al ristorante, anche se non capiva come mai avesse scelto proprio la serata al Mühlenkamper Fährhaus per condividere i propri sospetti, rovinando la festa a tutta la famiglia. I momenti lieti della vita andavano preservati.

   Forse Henny aveva voluto fare pulizia. Alla vigilia di una nuova fase della vita. Questo Lina lo capiva. Una specie di riparazione, poi il rullo dei tamburi si sarebbe spento e sarebbe nato qualcosa di nuovo. Fare pulizia.

   La fortuna di essere sopravvissuta alla guerra insieme a Louise le dava un’energia nuova. Loro due si trovavano al sicuro a Dagebüll durante le notti terribili in cui il loro quartiere era stato messo a ferro e fuoco, mentre Henny e sua figlia Marike cercavano rifugio sotto gli edifici in fiamme. Klaus era a un campo estivo sul Tegernsee ed Ernst era con la sua classe evacuata nel Meclemburgo.

   Ma anche considerando tutto questo, Lina non sapeva spiegarsi la scelta di tirar fuori l’argomento proprio in quell’occasione.

   «Maledico il giorno in cui l’ho sposato», disse Henny, rigida.

   «Senza di lui non avresti Klaus», osservò Lina.

   «Sì», sospirò Henny. «È vero».

   «Lasciati invitare a colazione da Michelsen, per il tuo compleanno».

   «Mi hai già regalato le calze e la carta da lettere».

   Calze di nylon. Con quelle ci si poteva tranquillamente scordare di avere quarantanove anni. E la carta non aveva la solita patina giallastra. La compravano all’ingrosso per la libreria, in graziose scatole decorate a roselline.

   «Ci pensi mai a Lud?».

   «Sì, spesso. Era un’adorabile pesca».

   Lina rise guardando il fiume. «So cosa intendi. Era roseo e buono».

   «E poi tu devi tornare in libreria. Louise è da sola. A fare colazione da Michelsen ci andiamo un’altra volta».

   «Non mi preoccuperei troppo. Vende il doppio dei libri che vendo io».

   «Lina, sono contenta che siamo rimaste così legate», disse Henny.

   «Anche io». 

   Käthe se ne stava affranta sulla riva fangosa della Dove Elbe. Si vedeva solo una metà del barcone, perché il resto era sott’acqua. Andarci a dormire era fuori questione.

   «Non c’è più niente da fare, ragazza mia», fece una voce alle sue spalle. «Quest’affare sta andando a fondo».

   Un senso di casa si risvegliò nel petto di Käthe insieme al ricordo della voce di suo padre. Si voltò. Un omet­to basso e smilzo, proprio come era stato Karl Laboe. Questo però aveva i capelli rossi e gli stavano dritti in testa.

   Karl si sarebbe affrettato a incrociare le dita, se qualcuno gli avesse attribuito quel colore di capelli. In famiglia, casi di capelli rossi c’erano solo dalla parte di sua madre. Karl li aveva neri, come Käthe.

   «È di Herbert, il barcone. Ma lui non c’è più. Abitava con la famiglia a Hammerbrook. Hanno raso al suolo l’intera strada».

   Käthe restò in silenzio. Non c’era molto da dire. Chi aveva vissuto il bombardamento sulla propria pelle non era incline a lamenti o condoglianze di alcun genere.

   «Ancora alla ricerca di un rudere dove dormire? Credevo che ormai ti fossi sistemata nel capanno. Era di Minchen, quell’orto».

   «Minchen è sua moglie?».

   «Esatto. Siamo Wilhelm e Wilhelmine». Sorrise. «Mi faccio chiamare Willi. Willi Stüve».

   Se solo fosse potuta rimanere lì… si era sbagliata quando aveva pensato di essere ormai immune dalla nostalgia di casa. «Io mi chiamo Käthe. Käthe Odefey», aggiunse con un sospiro.

   «E perché sospiri, Käthe?».

   «Perché me ne devo andare. Entro Venerdì Santo. La baracca non è mia».

   «Se è per questo non è nemmeno di Kitty».

   A quanto pareva quel tale la sapeva lunga. Anche su Kitty.

   «È dei Klose, la baracca. E sono ancora vivi. Sono venuti una volta sola, dopo la guerra, a prendere della roba. Kitty li conosce».

   «Allora ha più diritto di me», disse Käthe.

   «Io la vedo in un altro modo». Scosse la testa. Era chiaro che non aveva molta stima di Kitty. «Mancano ancora un paio di settimane a Venerdì Santo. Vedrai che una soluzione la troviamo».

   Käthe si sentì riempire dall’inattesa speranza che la vita valesse ancora la pena di essere vissuta. 

   Momme stava trasportando su in mansarda una scrivania appartenuta al padre di Ida con l’aiuto della ragazza che viveva con lui. Ulla gli piaceva molto, forse era ora di rompere gli indugi e metter su famiglia con lei. Ad aprile avrebbe compiuto trentasette anni.

   A vedere Ulla, che era una ragazzona, si sarebbe potuto pensare che il suo mestiere fosse trasportare pianoforti e non suonarli. Invece insegnava pianoforte alla Scuola di musica e teatro, un’organizzazione itinerante che non aveva una sede fissa. Era imminente la fondazione di una scuola statale, comunque. Mancava ancora l’edificio che la ospitasse. Ad Amburgo le case erano diventate merce rara.

   Che razza di pensieri, mentre era lì che portava un pesante mobile di quercia nella stanza di Ida e Tian al primo piano. Bofonchiò un’imprecazione nel punto in cui la scala si restringeva. Gli facevano male le nocche, il giorno prima aveva montato decine di scaffali per la nuova libreria a Gänsemarkt.

   «Stai diventando vecchio», lo stuzzicò Ulla ridendo.

   «Tu lo sposeresti, un vecchio?».

   Dall’altro lato del mobile, Ulla si bloccò. «È una proposta?».

   «Potrebbe esserlo».

   «Davvero romantico».

   «Ce l’avete fatta, finalmente», proruppe Guste. In piedi in fondo alle scale aveva già contato due strappi nel tappeto, lasciati dalla grossa scrivania nel suo faticoso trasbordo verso il primo piano. Ma non disse niente. La felicità di due innamorati valeva bene un tappeto rotto.

   «Io al posto tuo direi di sì, Ulla», disse Guste. «Momme è un miscuglio perfetto di solidità e audacia».

   Ida non udì nulla di tutto questo. In piedi in mezzo alla stanza più grande del suo appartamento, si guardava intorno immersa in profonde riflessioni. La coiffeuse era con lei da trent’anni e anche le poltroncine gialle le aveva da una vita. Il comò era un regalo dei suoi genitori per il suo diciassettesimo compleanno e la poltrona veniva da Hofweg, l’appartamento lussuoso dove aveva vissuto con Campmann. E adesso, la scrivania di papà. Si cominciava a stare stretti in quell’appartamento al primo piano.

   «Il nuovo pensionante non giocherà con l’inchiostro e non rosicchierà il legno», le aveva detto Guste. Ida però era decisa a lasciare in quella camera nel seminterrato vicino alla cucina, dove si sarebbe sistemato Alex Kortenbach, nient’altro che il letto, l’armadio e il vecchio tappeto appartenuti a suo padre. Quelle cose erano la sua unica eredità, giacché il resto degli averi di Bunge si era volatilizzato già tempo prima della sua morte. Oltre alla mobilia le restava solo l’orologio da tasca, un Lange & Söhne.

   «Chi non lavora si faccia da parte», disse Momme quando i due furono arrivati al pianerottolo del primo piano. Ida era sulla porta e impediva loro il passaggio.

   Momme e Ulla depositarono il mobile sul pavimento con un tonfo. «Che ti prende, Ida? Dormi in piedi?», le disse Momme.

   «Scusate», disse lei facendosi da parte.

   «Dove la mettiamo?».

   «Vicino alla finestra, di traverso».

   «Non potrete certo dare un ballo, qui dentro», osservò Ulla.

   «Facevi meglio a lasciarla di sotto. Quel tizio non l’avrebbe rubata di certo», la redarguì Momme.

   «Non lo conosco», replicò Ida.

   «Lo conosce Guste. E domani lo conosceremo tutti». Momme aveva una fiducia incondizionata in Guste. Sapeva capire le persone. Ricordò con un sorriso il giorno in cui era arrivato in quella casa e lei aveva visto il suo potenziale: non aveva fatto in tempo a mettere giù le valigie, che lei lo aveva impiegato subito a sistemare festoni e ghirlande per una festa di carnevale.

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L’autrice.

 

Carmen Korn.

Carmen Korn, è nata a Düsseldorf nel 1952, il padre Heinz era un noto compositore. È cresciuta a Colonia, poi si è trasferita ad Amburgo per studiare Giornalismo. Dopo il diploma ha lavorato per il settimanale Stern, poi ha collaborato come freelance per molte altre riviste. Ha scritto libri per ragazzi e gialli, vincendo vari premi, e ottenuto il successo con Figlie di una nuova era(Fazi). È sposata con un giornalista, ha due figli e vive ad Amburgo.

 

 

 

 

  • È tempo di ricominciare
  •  Carmen Korn   
  • Traduttore: Manuela Francescon
  • Editore: Fazi
  • Testo in italiano
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 5,12 MB
  • Pagine della versione a stampa: 564 p.

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  • Figlie di una nuova era
  • Carmen Korn
  • Traduttore: Manuela Francescon Stefano Jorio
  • Editore: Fazi
  • Collana: Le strade
  • Anno edizione: 2018
  • Pagine: 500 p., Brossura
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