Decolonizzare l’immaginario dalla dittatura del profitto. Il circuito mortale “Produci Consuma Crepa”: esiste ancora sul pianeta un bene comune, qualcosa di puro, gratuito, privo di codice a barre non compravendibile sul mercato?

 

Parte Seconda

 

Ha sostenuto qualcuno che abbiamo molte più cose in comune con un albero che con un transistor. Anche il neomarxista francofortese Ernst Bloch(1) ha una lezione da impartire: la nostra tecnica sta alla natura come un esercito straniero di occupazione. Non c’è dunque che da seguire il consiglio di Martin Heidegger(2): colui che rispetta l’ambiente salva la terra, non la padroneggia né la assoggetta. Armati di questi principi basici, tentiamo do orientarci individuando un corpo di idee a sostegno di un’agenda ambientalista fondata sull’uomo.

Werner Karl Heisenberg nel 1927, anno in cui pubblicò il suo articolo sul principio di indeterminazione.

Innanzitutto una considerazione generale: l’attuale atteggiamento umano di sfruttamento intensivo delle forze della natura è in contrasto con le acquisizioni della fisica quantistica e della termodinamica. Ci comportiamo come se l’uomo-Titano non facesse parte della natura e del mondo. L’intera attitudine tecnoscientifica occidentale contemporanea ha scavato un fossato tra l’essere intelligente dotato di volontà di potenza – l’uomo – e l’ambiente in cui vive. Assurdo: lo dimostrò assai bene il principio di indeterminazione di Heisenberg(3). Nell’ambito della realtà, le leggi naturali non permettono una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo, ed ogni analisi è inficiata dalla presenza “interna” del soggetto calcolante. (non è possibile conoscere di un oggetto sia la sua posizione che la sua velocità, spesso viene spiegato con il fatto che l’atto stesso di misurare la posizione di un oggetto ne cambia la velocità e viceversa. ndr)

Il modello industrialista e consumista, dunque, non è neutro neanche dal punto di vista scientifico. È sin troppo agevole citare disastri assoluti come la quasi totale scomparsa dell’immenso lago di Aral – la cui superficie originale era pari a quella complessiva del Piemonte, del Veneto e della Lombardia, per le improvvide politiche

Trasformazione del lago di Aral tra il 1989 e il 2014

industriali ed energetiche dell’Unione Sovietica. Potremmo continuare, ricordando le devastazioni attuali in Cina e la pratica del fracking, l’estrazione del gas di scisto in Nord America attraverso l’immissione di enormi quantitativi d’acqua, la cui pressione provoca la frantumazione del terreno e il suo inquinamento, o la generalizzazione di OGM, organismi geneticamente modificati.

Una piattaforma di perforazione a frattura idraulica che crea un nuovo pozzo sulla formazione di scisto di Niobrara, una delle aree più fortemente devastanti per l’eco sistema degli Stati Uniti.

Conviene fermarsi, registrando il paradosso di Easterlin(4), l’economista che dimostrò l’indipendenza della felicità individuale e collettiva dall’aumento del reddito disponibile. Il totem del PIL e della cosiddetta “crescita”, legata esclusivamente al valore monetario delle attività umane, è falso, un’invenzione di economisti legati al sistema dominante. La bioeconomia e gli studi di Georgescu Roegen(5), poi, attraverso l’analisi del secondo principio della termodinamica, hanno confermato che nessuna scienza umana può evitare di tenere conto delle leggi della fisica, ed in particolare del Secondo principio della Termodinamica, secondo il quale, in un sistema chiuso, alla fine di ogni processo, la quantità di energia, dunque la possibilità di un suo successivo riutilizzo, è sempre inferiore rispetto all’inizio. L’entropia(6), quindi, nega in radice la possibilità della crescita infinita e richiama le scienze economiche a tenere conto della finitezza del sistema-chiuso Terra.

Uno dei padri della cibernetica, l’epistemologo Gregory Bateson(7) va oltre, parlando dei “processi monotònici”, quelli cioè che procedono in una sola direzione. Gli alberi non crescono indefinitamente, gli animali e gli uomini neppure. I processi monotòni non esistono né in biologia, né nel funzionamento delle macchine e, tanto meno possono funzionare nelle società umane. Un colpo durissimo all’idea di crescita indefinita, di determinismo, progresso lineare, del “dopo “e del “nuovo” sempre superiori, migliori, di “prima” e “vecchio”. Insomma, è del tutto evidente che procediamo spediti verso l’esaurimento delle risorse, con conseguenze inimmaginabili sulle specie, ivi compresa quella del superbo homo sapiens misura di tutte le cose.

Se non vogliamo la distruzione dell’unica casa in cui possiamo vivere, non resta che tornare a un principio dimenticato, quello di bene comune. Un concetto filosofico ed etico da applicare innanzitutto alla Terra. Proclamare con solennità che il pianeta è il bene comune per eccellenza ci fa uscire dalle secche dell’arroganza tecnocratica, dal titanismo e dal prometeismo per cui ci convinciamo di essere in grado di padroneggiare, orientare, comandare i fenomeni naturali. Poi c’è il principio di prudenza, ovvero non mettere mano a nulla di cui non sappiamo prevedere le conseguenze.

L’uomo è parte della natura; per la sua intelligenza ha dei diritti sul creato, ma non quello di disporne a piacimento, tanto meno di disprezzarlo o considerarlo un giardino di cui cogliere i frutti senza riguardo per le altre specie, per i viventi, per l’equilibrio del sistema e, infine, per la sua stessa sopravvivenza

Ciò rimanda a una visione olistica della vita, che recuperi tanto la memoria del passato che l’aspettativa del futuro, mettendo finalmente da parte la centralità del presente, la sua assolutizzazione insensata, l’“odiernità” tematizzata da Marcello Veneziani. L’idea di progresso vive in un orizzonte lineare, al quale va contrapposta una visione circolare della vita, analoga al ciclo delle stagioni, che è quello della natura. Al breve termine, al “tempo reale” dell’informatica, vanno contrapposti i tempi lunghi, i ritmi naturali.  Si tratta, inutile ribadirlo, di sottrarsi alla logica invertita del Mercato e del consumo. Tutto e subito non fa parte del patrimonio “naturale”, ma occorre sconfiggere il pensiero calcolante, che vive dei bollettini di borsa, delle previsioni a breve termine, delle scadenze ravvicinate del profitto degli azionisti delle società anonime. Persone giuridiche da subordinare finalmente alle persone fisiche e ai viventi.

Antispecismo

La misura deve prevalere sulla dismisura, la realtà naturale sulla sola ragione economica, la cui prevalenza ha dimostrato la sua disumanità nutrita di indifferenza nei confronti di qualsiasi ostacolo. Quella hybris tecnica, produttivistica, quella volontà di potenza hanno generato, per reazione, forme di ambientalismo che considerano l’uomo come il problema fondamentale del pianeta. Pensiamo alla cosiddetta “ecologia profonda”, di Arne Naess(8), a forme estreme di animalismo, alla teoria di Gaia, che considera la terra, sulle piste di James Lovelock(9), come un organismo vivente. L’uomo, per alcuni filoni culturali, diventa il male, il problema. Arriviamo all’antispecismo talvolta fanatico, ovvero il rifiuto di attribuire alla creatura umana un diverso statuto ontologico rispetto alle altre specie.

Noi intendiamo restare sul terreno dell’umanesimo, ma per riuscirci dobbiamo sgomberare il campo dal senso di onnipotenza che ha pervaso la nostra civilizzazione. L’uomo è parte della natura; per la sua intelligenza ha dei diritti sul creato, ma non quello di disporne a piacimento, tanto meno di disprezzarlo o considerarlo un giardino di cui cogliere i frutti senza riguardo per le altre specie, per i viventi, per l’equilibrio del sistema e, infine, per la sua stessa sopravvivenza. No dunque all’antiumanesimo, ma con altrettanta forza nessuna simpatia per il transumanesimo (andare oltre l’uomo ibridandolo con la macchina) e massima lontananza ideale da un modo di produzione e da una concezione dell’essere umano come apparato digestivo e soggetto/oggetto di consumo.

Una società che considera l’uomo una cosa tra le altre, vive in un’incultura del rifiuto che, nel campo ambientale, va di pari passo con l’incultura dei rifiuti, in cui diventa scarto tutto ciò, uomo, animale, vivente o prodotto, non più utile al circuito mortale “produci, consuma, crepa.” L’idea di misura e di prudenza, dicevamo all’inizio, non può essere disgiunta da quella di bene comune. Nel mondo contemporaneo, la conoscenza, ovvero la sapienza, è un fastidio non sopportato, in nome della “prassi”, nel nostro caso la corsa a scoprire, inventare per produrre e consumare, sinonimo di esaurire, gettare via. Non è più lecito perdere tempo a conoscere, a meno che non si tratti di qualcosa che “serve” all’azione, all’automatismo per cui conoscenza, idee, principi, valgono solo se si trasformano in un risultato pratico a cui applicare un brevetto, un titolo di proprietà e un cartellino con il prezzo. Progredire non può significare esclusivamente produrre per consumare con velocità crescente, in una meccanica paragonabile alla corsa del povero criceto nella sua gabbietta circolare.

Copia romana di busto ellenistico di Crisippo, conservata al British Museum

Serve un salto logico, un cambio di paradigma, che possiamo paragonare alla metafora del cane di Crisippo, filosofo stoico greco. Per rintracciare i comportamenti logici elementari, Crisippo indicava una triplice alternativa, simboleggiata dal cane da caccia che, arrivato a un fosso nella ricerca della lepre, dopo aver annusato invano a destra e sinistra lungo la riva, non esita a saltare al di là del fosso. Nel nostro caso, significa reagire dinanzi all’alternativa inconcludente tra immobilismo e rincorsa distruttiva. Il consumismo produttivista, osserva Serge Latouche(10), ha colonizzato l’immaginario. Noi pensiamo in termini di consumo, di novità continue, di apparati tecnici e modalità esistenziali che disseccano le fonti dell’esistenza.

Il cane di Crisippo salta il fosso, noi umani, come Amleto ricorda ad Orazio, dobbiamo rammentare che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne può contenere il nostro falso progresso. La forma merce come immagine del mondo va respinta. Decolonizzare l’immaginario(L.C.) significa molte cose: una è accogliere la distinzione cruciale proposta da Maurizio Pallante tra beni e merci. I beni sono tutto ciò – cose, comportamenti, modi di essere – che soddisfano bisogni. Le merci sono ciò che viene scambiato con denaro, e possono sia soddisfare bisogni, nel qual caso sono anche beni, sia non soddisfarne alcuno.  La distinzione è capitale; basta da sola a definire una visione “ecologica” della vita, nel senso ampio di compatibile con la nostra natura migliore e con l’ambiente circostante.

Se pensiamo, negli atti quotidiani, a creare, produrre ed usare beni e non solo merci, avremmo decolonizzato l’immaginario dal mito incapacitante del consumo che diventa compulsione e si trasforma in modus vivendi e, concretamente e rapidamente, in rifiuto da smaltire per l’irruzione di nuove merci definite “migliori”, più “avanzate” e progredite, che dobbiamo assolutamente possedere e presto dimenticare. L’ambientalismo, inoltre, rifiutando la distruzione e la riduzione del creato e dei viventi a semplici strumenti, possiede una dimensione spirituale a cui attingere per allontanarci dai materialismi e determinismi che hanno riconfigurato comportamenti e visioni dell’esistenza ad immagine del mercato.

La cultura del bene comune ci allontana dall’idea cui accennavamo, quella del rifiuto e dei rifiuti, materiali e morali. L’entropia è dissipazione, l’ecologia è conservazione, tradizione, trasmissione, responsabilità liberamente assunta. La “crescita” non può essere un dogma economicista da misurare in denaro, reddito, distribuito in maniera sempre più moralmente perversa. Non sappiamo dire se la decrescita sia un’opzione valida o uno slogan invitante, ma è evidente che, al di là del nome che si è data, il progetto di spezzare un cortocircuito dello scambio misurabile in denaro e della ragione del profitto unica legge, è l’unica via per sottrarsi al colonialismo mentale e materiale che subiamo.

L’idea di progetto, il pensare altrimenti ci libera dalla dittatura del presente, dall’indifferenza per gli altri e per il domani. Che cosa hanno fatto per noi i posteri, si domandava Groucho Marx, ripreso

da Woody Allen? Nulla, naturalmente, ma abbiamo il doppio dovere di non consegnare loro un deserto le cui oasi sono cumuli di spazzatura, oltreché di consentire la nascita di nuove generazioni. Ecco dunque i primi “beni comuni”: la Terra, ciò che contiene, le sue diversità – umane, animali, vegetali e il suo futuro, per la parte che dipende da noi.

Quindi, bisogna decolonizzare un altro immaginario: quello del possesso e della prevalenza dell’interesse privato. La privatizzazione del mondo, i padroni universali che ci espropriano di tutto, materialmente e spiritualmente, devono essere combattuti sul terreno etico, poi ideologico e infine politico. Alcuni elementi centrali delle società umane vanno riconquistati alla sfera pubblica, restituiti alla dignità di bene comune. Lo Stato, argine all’iperpotere delle oligarchie, le comunità locali, la cui prossimità al territorio è la garanzia di conoscenza dei problemi e capacità di risolverli, e poi alcune strutture economiche essenziali.

I padroni dei rubinetti italiani

Non si può lasciare in mani private l’acqua,(11) altro bene da dichiarare patrimonio comune, né permettere il controllo oligarchico delle reti di telecomunicazione, delle fonti energetiche, delle cure sanitarie, delle sementi agricole. Vasto programma nel quale dovremmo includere la libertà e la pluralità della Rete, dei mezzi di informazione e molto altro. A ben guardare, si tratta invece di un programma ecologico e politico minimo, centrato sull’idea di bene comune, un principio da trasformare in vera e propria bussola, perimetro indispensabile, la cornice minima per uomini di buona volontà decisi ad agire e a non lasciarsi dominare da una macchina tecnica, produttiva ed economica amorale, ingiusta, distruttiva.

Uscire, per ecologia morale, da un sistema la cui unica ragione è strumentale e la cui unica regola è il profitto non è una scelta politica, ma un’urgenza esistenziale. L’alternativa è semplice, la deriva verso una distruzione che è, per alcuni, fonte di profitti e perfino di prestigio. L’industrialismo sedicente ecologico che ci preparano affigge il cartellino del prezzo su ciò che una volta era gratis. Aria pulita, silenzio, suolo fertile, vengono commercializzati come se dovessero essere espressamente prodotti da una particolare progettazione e tecnologia. Esiste ancora, sul pianeta Terra, un bene comune, qualcosa di puro, gratuito, privo di codice a barre, non compravendibile sul mercato?        

 

Note

  • (1) Ernst Bloch (Ludwigshafen, 8 luglio 1885 – Tubinga, 4 agosto 1977) è stato uno scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teorico del “principio speranza” che ebbe ricadute sulla “Teologia della speranza” del protestante Jürgen Moltmann. Da pacifista convinto, rifugiatosi allo scoppio della prima guerra mondiale in Svizzera, Bloch scrisse qui la sua prima importante opera Spirito dell’utopia (1918) dove espone il piano generale della sua ricerca filosofica. La guerra sta dimostrando nei fatti come la cultura europea ha fallito: bisogna quindi, per costruire una vita nuova, elaborare un nuovo concetto utopico. «intraprendendo la costruttiva via della fantasia, invocando ciò che non c’è ancora, cercando e costruendo nell’azzurro il vero, il reale, là dove il puro dato di fatto scompare – incipit vita nova» (E. Bloch, Spirito dell’utopia)
  • (2) Martin Heidegger (1889-1976) è stato un filosofo tedesco. È considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico, anche se ha sempre rigettato quest’ultima etichetta.
  • (3) Il principio d’indeterminazione di Heisenberg, in meccanica quantistica, stabilisce i limiti nella misurazione dei valori di grandezze fisiche coniugate o, nelle formulazioni più recenti e generali, incompatibili in un sistema fisico. Enunciato nel 1927 da Werner Karl Heisenberg e confermato da innumerevoli esperimenti, rappresenta un concetto cardine della meccanica quantistica che ha sancito una radicale rottura rispetto alle leggi della meccanica classica.
  • (4) Il paradosso di Easterlin (Easterlin Paradox) o paradosso della felicità è una nozione introdotta nel 1974 da Richard Easterlin, professore di economia all’Università della California meridionale e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze, il quale, ricercando le ragioni per la limitata diffusione [senza fonte] della moderna crescita economica, concluse che nel corso della vita la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza. Secondo Easterlin il paradosso consiste nel fatto che, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, ma poi comincia a diminuire, seguendo una curva a forma di parabola con concavità verso il basso. Il concetto espresso dalla frase «la ricchezza non produce la felicità» è dibattuto fin dai tempi antichi. Già in Aristotele: «è chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto “utile”, cioè in funzione di qualcos’altro»
  • (5) Nicholas Georgescu-Roegen (Costanza, 4 febbraio 1906 – Nashville, 30 ottobre 1994) è stato un economista, matematico e statistico rumeno, fondatore della bioeconomia (o economia ecologica) e della decrescita. Nato in Romania, si laureò in statistica all’Università Sorbona di Parigi, e successivamente ebbe importanti incarichi pubblici nel suo paese. Nel 1946 emigrò negli Stati Uniti d’America. Ha dato contributi fondamentali alla teoria del consumo e della produzione ed è ritenuto il fondatore della bioeconomia e della teoria della decrescita.
  • (6) L’entropia (dal greco antico “dentro”, e “trasformazione”). Nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K). Nella termodinamica classica, il primo campo in cui l’entropia venne introdotta, S è una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico, che, quantificando l’indisponibilità di un sistema a produrre lavoro, si introduce insieme con il secondo principio della termodinamica. In base a questa definizione si può dire, in forma non rigorosa ma esplicativa, che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta; questo fatto fornisce indicazioni sulla direzione in cui evolve spontaneamente un sistema.
  • (7) Gregory Bateson (Grantchester, 9 maggio 1904 – San Francisco, 4 luglio 1980) è stato un antropologo, sociologo e psicologo britannico, il cui lavoro ha toccato anche molti altri campi (semiotica, linguistica, cibernetica…). Due delle sue opere più influenti sono Verso un’ecologia della Mente (Steps to an Ecology of Mind, 1972), e Mente e Natura (Mind and Nature, 1980). Bateson era figlio del famoso genetista William Bateson ed è stato, dal 1935 al 1950, il terzo marito di Margaret Mead, da cui nel 1939 ebbe una figlia, Mary Catherine Bateson, scrittrice e antropologa. In vita, Bateson era famoso soprattutto per aver sviluppato la teoria del doppio legame per spiegare la schizofrenia. «Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale.» (Gregory Bateson, Dove gli angeli esitano)
  • (8) Arne Dekke Eide Næss (Oslo, 27 gennaio 1912 – Oslo, 14 gennaio 2009) è stato un filosofo e alpinista norvegese. Ha studiato filosofia, matematica ed astronomia all’università di Oslo, alla Sorbona e a Vienna dove frequentò il locale Circolo. Docente di filosofia a Oslo fino al 1969, si è interessato di: storia della filosofia, filosofia della scienza, etica; nutrì particolare interesse per il pensiero di Spinoza e Gandhi. È un noto sostenitore della nonviolenza, del pluralismo e dell’ecologia; ha trascorso buona parte della sua vita nella baita Tvergastein, sulla cima del monte Hallingskarvet, in Norvegia. È stato anche un alpinista di fama, guidando la prima ascensione al Tirich Mir (7708 m), nella catena dell’Hindu Kush. In un articolo diventato famoso, ha teorizzato l’importante distinzione tra ecologia superficiale e profonda. Ha ricevuto vari premi internazionali tra cui il Premio Sonning per il contributo alla cultura europea e il premio Gandhi per la nonviolenza nel 1994. È stato il primo ad utilizzare il termine ecosofia, il cui concetto è stato ampiamente sviluppato da filosofi come Raimon Panikkar e Félix Guattari. Nel 2006 partecipa come attore al film documentario Loop. Muore a 96 anni nella sua casa di Oslo.
  • (9) James Ephraim Lovelock (Letchworth, 26 luglio 1919) è un chimico britannico. È uno scienziato indipendente, scrittore e ricercatore ambientalista che vive in Cornovaglia, nel sud ovest dell’Inghilterra. Il suo maggiore merito scientifico è la teoria di Gaia che descrive il pianeta Terra, con tutte le sue funzioni, come un unico superorganismo.
  • (10) Serge Latouche (Vannes, 12 gennaio 1940) è un economista e filosofo francese. A coloro che nel mondo contemporaneo mettono in discussione la prospettiva universalista, cioè la pretesa della civiltà occidentale di imporre a tutto il mondo una serie di valori considerati validi per tutto il genere umano si obietta d’altra parte che criticando l’universalismo, si può finire nel relativismo e nel particolarismo. Non è stato forse il particolarismo, inteso come l’esaltazione delle culture particolari, quello che spesso ha generato divisioni e lotte in nome di una ristretta, egoistica, visione della propria identità? Latouche ribalta questa accusa addossandola proprio all’universalismo che sostiene non sia altro che una creazione ideologica occidentale, di un occidente che in nome della propria identità, dell’identità della “tribù occidentale”, come dice Rino Genovese, pretende d’imporre un imperialismo culturale al resto del mondo. Contro l’universalismo Latouche rivendica invece la necessità di: «valorizzare l’aspirazione a un dialogo fra le culture, a una coesistenza delle culture. Per questo alla prospettiva dell’universalismo [opponendo] piuttosto un “universalismo plurale,” che consiste nel riconoscimento e nella coesistenza di una diversità, e nel dialogo fra queste diversità.» Serge Latouche – Multiculturalismo e relativismo culturale (intervista)
  • (11) Le quattro sorelle dell’acqua. Ecco i padroni dei rubinetti italiani. Dopo il referendum del 2011 in cui prevalse il sì alla cosiddetta «acqua pubblica», un voto che impedendo la remunerazione degli investimenti di soggetti privati avrebbe bloccato l’ingresso dei capitali privati nella gestione dei servizi idrici. Ma l’intervento del governo – con uno dei decreti Madia, poi parzialmente bloccato dalla Consulta – del Parlamento e infine del Consiglio di Stato ha di fatto azzerato il pronunciamento referendario. E ha creato un paesaggio dell’Italia dell’acqua in cui la presenza di aziende private è sempre più importante, sempre più predominanteEsistono ancora grandi aziende interamente pubbliche, come ad esempio l’Acquedotto Pugliese, che serve il 7% circa della popolazione italiana, o l’Abc di Napoli. Ma per circa 15 milioni di italiani i «padroni dell’acqua» sono aziende multiutilities su scala interregionale e internazionale, in alcuni casi quotate in Borsa, che quasi sempre sono teoricamente controllate dagli enti locali che ne posseggono la maggioranza, ma in cui sono i partners privati a ispirarne le strategie e le politiche. Fonte La Stampa di Torino.  

Fonte Wikipedia

(L.C.)

Libri Citati

  • Decolonizzare l’immaginario.
  • Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo
  • Serge Latouche
  • Curatore: R. Bosio
  • Editore: EMI
  • Collana: Cittadini sul pianeta
  • Edizione: 3
  • Anno edizione: 2014
  • In commercio dal: 1 gennaio 2014
  • Pagine: 208 p.
  • EAN: 9788830721975

 

Acquista. € 11,48

  • La scommessa della decrescita
  • Serge Latouche
  • Traduttore: M. Schianchi
  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: Serie bianca
  • Anno edizione: 2007
  • In commercio dal: 21 ottobre 2008
  • Pagine: 215 p., Brossura
  • EAN: 9788807171369

Acquista. € 13,60

 

 

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