Dove si genera il valore, e pertanto il profitto e il conseguente prelievo fiscale, della pubblicità di un prodotto tedesco messa in rete attraverso un algoritmo statunitense di Google da server situati in Irlanda, vista da un residente fiscale italiano in vacanza in Olanda?

   Il fisco europeo non è migliore di quello italiano. Da noi, tassazione esorbitante a carico di persone fisiche e piccole e medie partite IVA, incapacità di far pagare il giusto ai grandi contribuenti, accordi al ribasso dell’erario con ben 72 grandi aziende internazionali. Facile osservare la disparità di trattamento riservata a ciascuno di noi dai soloni dell’Agenzia delle Entrate. Il Dracula tributario diventa pressoché impotente allorché deve fare i conti con i giganti tecnologici. La questione merita di essere approfondita, al tempo del dominio delle “tecno-corporazioni”. 

   La tecnologia ha reso obsoleto, tra tante altre cose, il sistema tributario internazionale. Nel tramontato mondo analogico, la relazione tra attività internazionali di un’impresa e tributi era vincolata al concetto di territorialità e al principio di stabile organizzazione. Che cosa accade nel mondo digitale, dove la raccolta di dati e i mezzi tecnologici dispiegati non sono più un elemento degli affari, ma diventano l’affare stesso? Dove si genera il valore, e pertanto il profitto e il conseguente prelievo fiscale, della pubblicità di un prodotto tedesco messa in rete attraverso un algoritmo statunitense di Google da server situati in Irlanda, vista da un residente fiscale italiano in vacanza in Olanda? 

Il problema non è nuovo, gli Stati nazionali e l’Unione Europea si scontrarono con il problema di combattere alterazione e distorsione dell’IVA nelle vendite via Internet. In quel caso si impose con una certa rapidità la soluzione per evitare il carosello delle fatturazioni e il relativo contenzioso tra Stati. Fu imposto il principio di destinazione, applicando l’IVA laddove avviene il consumo, senza riguardo al luogo o alla modalità dell’acquisto online. Nulla di sostanzialmente diverso dal vecchio principio di territorialità dell’imposta.

   La questione è decisamente differente allorché si tratta di imposte dirette sui redditi di società, giacché un’impresa, specie nella forma della piattaforma digitale, può realizzare gran parte del suo giro d’affari in uno Stato qualunque senza possedervi nulla di simile a una stabile organizzazione. Evidentemente, l’unica soluzione è stabilire a livello internazionale una definizione comune di stabile organizzazione e di luogo in cui si genera il fatto impositivo per le imprese di servizi digitali che non necessitino di presenza fisica. A ciò si frappongono alcuni potentissimi ostacoli. Uno riguarda gli interessi del paese guida dell’Occidente, gli Stati Uniti, sede della schiacciante maggioranza delle tecno corporazioni. Tanto potenti da sfidare i governi, legate a doppio filo con l’apparato industriale, militare e di sicurezza Usa, in grado di determinare l’andamento dei mercati finanziari, a conoscenza dei segreti di tutti e di ciascuno, esse godono della speciale protezione del governo americano. 

   A livello europeo, gli interessi sono complessi e contrastanti. I grandi paesi dell’Unione hanno visto diminuire gli introiti fiscali per la concorrenza sleale di alcuni stati Usa, come la California (sede dei giganti di Silicon Valley e di Uber) o l’opaco Delaware (Airbnb), ma anche per l’azione di Stati membri. L’Olanda è sede europea delle multinazionali dell’abbigliamento e delle calzature, l’Irlanda è il domicilio fiscale di Google, Linkedin ed Apple, il Lussemburgo di Amazon, l’Estonia ha introdotto la cosiddetta identità fiscale digitale. Gran parte dei ricavi e dei profitti ricadono quindi nella competenza di piccole nazioni interessate a favorire i colossi: l’Irlanda è stata condannata a pagare all’Unione 13 miliardi per favori concessi a Apple. In più, resistono i paradisi fiscali tradizionali, da Montecarlo alle Isole del Canale. 

Uscirne è obiettivamente difficile; la Commissione Europea, pur cosciente che la soluzione passa per un complicato approccio multilaterale, non sembra aver preso la strada giusta per tassare l’economia digitale, che si è trasformata in un buco nero per le finanze nazionali e comunitarie. La proposta degli esperti di Bruxelles è debole, difensiva, sgangherata, niente affatto risolutiva. Si tratta di un’imposta indiretta sulle vendite, legata alla fatturazione, e non ai profitti. Una non soluzione, sulla quale grava il sospetto del peso delle lobby e delle pressioni d’oltreoceano, con l’ulteriore difetto di disincentivare spese e investimenti europei delle tecno corporazioni.

   Vediamo da vicino la cosiddetta Google Tax. Nata con l’obiettivo di “omogeneizzare l’imposta sulle società”, introduce il concetto di “presenza digitale significativa”, una sorta di surrogato della stabile organizzazione in salsa tecno digitale, obbliga le aziende interessate a registrarsi e a diventare soggetti d’imposta allorché abbiano una “interazione significativa” con gli utenti attraverso canali informatici digitali. Tale interazione verrebbe stabilita in termini di volume d’affari annuale (oltre i 7 milioni di euro), di utenti (almeno centomila) e di contratti commerciali in uno Stato membro (più di tremila).

La forma giuridica scelta dall’UE è quella della direttiva, diversa dal regolamento esecutivo in tutti i 28 Stati. L’iter sarà inevitabilmente lungo e tortuoso. Gli oligarchi hanno ammesso che “pervenire ad un consenso può portar via molto tempo”, tanto da aver preso la strada di un’ulteriore direttiva per far cassa immediatamente, colpendo la fatturazione delle aziende fornitrice di determinati servizi digitali (pubblicità su Internet, vendita di dati, intermediazione agli utenti). L’incapacità di pervenire ad accordi internazionali per l’imposizione diretta sui redditi porta ad un’imposta indiretta sulle vendite del 3 per cento per le imprese che fatturino più di 750 milioni di euro, di cui almeno 50 in Europa. 

   La montagna, una volta di più, partorisce un topolino, con una beffa ai danni di tutti i contribuenti. La Commissione Europea prevede entrate per la miseria di 5 miliardi di euro annuali. Non è vano ricordare che il solo paventato aumento dell’IVA italiana vale almeno 12 miliardi euro. Insomma, Pantalone paga per tutti e i giganti tecnologici continueranno a fare il bello e il cattivo tempo anche dal punto di vista tributario. Nonostante la modestia della cifra, è da prevedere il fuoco di sbarramento degli Stati attuali beneficiari delle tasse (elemosine?) delle tecno corporazioni. 

Il problema è una Google Tax siffatta è una pessima soluzione per una buona causa.     evidente che i destinatari approfittano largamente delle lacune normative e della posizione di forza in quanto dominatori e padroni della rete, corrispondendo imposte sui redditi del 9,2 per cento, rispetto alla media comunitaria del 23,2. Anziché tentare di correggere un dato intollerabile, i signori di Bruxelles scelgono di creare una nuova figura impositiva piuttosto dubbia, che attiverà senz’altro le contromisure giuridiche degli agguerriti consulenti delle aziende, con il prevedibile seguito di ricorsi, contenziosi internazionali a rischio di sconfitta per pretese tributarie tanto mal formulate. In primo luogo in quanto l’imposta non colpisce il bersaglio giusto: è una tassa indiretta sulle vendite e non diretta sui redditi. Inoltre, disincentiva gli investimenti europei delle imprese, fatto assai negativo in un settore ad alta intensità di ricerca, sviluppo ed innovazione. Inoltre, vengono tassate allo stesso modo imprese con molte vendite e alti profitti e altre con margini limitati o addirittura in perdita. 

In più espone l’Europa a rappresaglie, poiché la Google Tax sarà percepita negli Stati Uniti come un’imposta punitiva che non sarebbe stata istituita se la maggioranza delle tecno corporazioni fossero europee. La Commissione, come spesso accade, predica bene ma razzola malissimo. Afferma una verità, ossia che “non è giusto che le imprese tradizionali paghino imposte e quelle tecnologiche non contribuiscano”, ma suggerisce una soluzione giuridicamente azzardata, ossia che le aziende siano tassate in base alla fatturazione. In realtà, se i colossi non pagano il giusto è soprattutto perché alcuni Stati membri glielo consentono con privilegi o accordi specifici e perché manca la disponibilità a coordinarsi, aggravata dalla regola di unanimità. 

  Comunque la si pensi sull’Europa, la forza degli interessi nazionali in materia di entrate è ancora prevalente. Per chi ha memoria storica, è utile rammentare che il mercato unico, istituito nel 1993, prevedeva un regime transitorio dell’IVA intracomunitaria sino al 1997, che vige tuttora. L’asimmetria dell’Unione è uno dei suoi difetti più evidenti. Per molti aspetti ha distrutto le sovranità nazionali, imponendo regole, principi, omogeneizzazione oltre ogni logica. Per altri, lascia ampi spazi per politiche che ledono gli interessi comuni, correndo ai ripari a posteriori con toppe peggiori del buco. Ne è una prova la stessa Google Tax, definita “una misura provvisoria, sino a che sia implementata la riforma integrale e vengano incorporati meccanismi per scongiurare la possibilità di una doppia imposizione”. Ammettono candidamente che si tratta di un rimedio a tempo, senza riconoscere le probabilità che sia vanificato in sede contenziosa. 

   L’Europa mette il naso nei fatti interni dei suoi membri, impone politiche economiche e finanziarie, boccia o promuove le leggi di bilancio degli Stati, ma non è capace di risolvere uno dei dilemmi capitali del presente, quello del trattamento fiscale delle imprese più importanti del mondo, che vivono e prosperano sulla deterritorializzazione delle loro attività. Il nostro sospetto è che il problema venga affrontato volutamente con strumenti inadeguati per l’enorme potere dei soggetti che si intendono colpire. E’ innegabile che le tecno corporazioni stiano pagando molto meno di ogni altro attore economico, ma la vicenda della Google Tax è il triste riflesso dell’incapacità dell’UE di armonizzare gli interessi nazionali e costruire un sistema fiscale all’altezza delle sfide del secolo XXI. 

Nel merito, la giustificazione teorica europoide è fragile sino all’insostenibilità. Pretende di creare dal nulla un nuovo principio generatore d’imposta – la presenza digitale significativa – dando per scontata la capacità delle aziende di organizzare elusione fiscale nelle attività digitali che non richiedono stabile organizzazione. Questa capacità, stranamente, si manifesterebbe solo a partire da una determinata fatturazione. Il diritto non coincide con la morale, ma l’imposta prospettata parte dall’assunto che ogni grande impresa utilizzi le sue strutture aziendali per eludere imposte. E’senz’altro così, tuttavia l’elusione esiste dovunque ne sussistano i presupposti senza che il sistema tributario rinunci a determinare i redditi da tassare. 

  La tecnologia informatica permette di spostare i capitali, schermarli e riallocarli ad una velocità e con modalità che sfuggono agli Stati, dai mezzi limitati e con l’azione appesantita da garanzie e limiti di competenze inadatti a controllare i nuovi attori globali. Non sapendo come rimediare, si finge di confondere evasione ed elusione. La prima occulta i redditi, il che, oltre determinate somme, è un reato. La seconda consiste nell’utilizzare la legislazione più favorevole per pagare meno tasse. E’ una pessima cosa, ma non è illegale, anzi si fonda sulle norme esistenti. La soluzione è costruire sistemi giuridici che la impediscano, isolare i paradisi fiscali e attivare forme di stretta collaborazione amministrativa. In sede europea è urgente impedire il dumping fiscale di alcuni Stati a danno degli altri, ma la pratica è tipica del sistema di libera circolazione dei capitali, che pone in concorrenza anche i sistemi tributari. Il gatto liberista si morde la coda per la millesima volta. 

   Non si possono far pagare giuste imposte perché è difficile individuare i redditi, la loro allocazione, il luogo in cui sono generati, schermati da infiniti passaggi, caroselli inestricabili e da società di comodo domiciliate dove conviene. Si finisce allora per mettere in piedi un sistema tributario monco, asfittico, fatto di trattative private al ribasso con i grandi della tecnologia sulla pelle di tutti gli altri. Contemporaneamente, non si possono controllare i flussi di denaro poiché si violerebbe uno dei dogmi più indiscutibili del mercato globale, cioè la libera circolazione dei capitali. 

Allo stato attuale, la Google Tax europea è inutile, sbagliata, potenzialmente discriminatoria. Purtroppo, poiché la causa è giusta. Genera insicurezza giuridica, contenziosi infiniti con larga probabilità di sconfitta per gli Stati, ognuno dei quali pretende una parte degli introiti, senza alcun segnale di armonizzazione e coordinamento. Curioso davvero il comportamento dei chierici del liberalismo. Dal tempo di Adam Smith reclamano giustamente che le norme tributarie siano scritte ed applicate in maniera chiara, semplice, trasparente e non vessatoria. Alla prova dei fatti, si comportano in maniera opposta, soprattutto quando si tratta di colpire i veri potenti. Pignoli e insaziabili con le persone fisiche e le piccole e medie imprese, in ginocchio davanti agli iperpadroni. 

   La Google Tax è fatta per non funzionare, determinare ulteriore ingiustizia, allontanare dall’Europa gli investimenti nel settore tecnologico, produrre introiti risibili. Così deve essere, evidentemente. Molto più senso, al di là delle difficoltà pratiche, avrebbe un‘imposta sulle transazioni finanziarie internazionali, tipo la vituperata Tobin Tax. Non se ne farà nulla, se non cambia il vento. 

Ma per finanza, multinazionali e tecno corporazioni è sempre tempo di bonaccia.

                                                                             

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