Economie di guerra… normale, si potrebbe dire

ECONOMIE DI GUERRA


In Europa, o meglio nell’Europa occidentale, quella che chiamiamo Unione e che è, di fatto, NATO – i maligni la chiamano Natostan – le decisioni economiche dei diversi paesi stanno venendo, pesantemente, condizionate dalla guerra.

Economie di guerra… normale, si potrebbe dire. Le esigenze belliche condizionano, e pesantemente, le scelte economiche. I governi belligeranti devono investire in armamenti. E, logicamente, trovare i soldi per farli. Quindi, operare tagli in altri settori. Inevitabilmente a scapito dei cittadini. Tagli allo Stato Sociale, soprattutto. O a ciò che ne resta (sempre meno) dopo l’avvento dell’euro. E le imposizioni di Bruxelles.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quindi tagli sulla sanità, sull’istruzione, sui servizi. Sull’assistenza ai più deboli. Che, come sempre è avvenuto, sono quelli a pagare più pesantemente per lo stato di guerra.

Però, sorge un problema. Noi, noi europei, non siamo in guerra. O per lo meno così ci dicono i nostri governi. Che ritengono che il fornire armi, formazione militare, servizi di intelligence ad uno dei due belligeranti non sia essere coinvolti direttamente nel conflitto. Posizione ben strana, e discutibile. Ma così è. Anche se alcuni “leader” europei, da Macron alla Meloni, si slanciano in programmi bellicosi e bellicisti, prospettando l’invio di truppe NATO a sostegno di Kiev. Ma questo, precisano, non è entrare in guerra con la Russia. Mah…

Prendiamo, però, per buone queste dichiarazioni. E allora, spiegatemi per favore perché dobbiamo accettare tagli al nostro vivere quotidiano, sacrifici, riduzione dei servizi… perché e per chi?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E soprattutto spiegare perché noi dobbiamo sopportare tutto questo mentre altri, e proprio i paesi belligeranti, sembrano non risentirne.

Lasciamo stare l’Ucraina. Che è un paese, certo, alla catastrofe economica. Ma che versava in queste condizioni già prima del conflitto con Mosca. Un’economia in totale dissesto. Un paese che si reggeva su traffici più o meno criminali. Delle, cosiddette, élite predatorie ed autoreferenziali.

Lasciamola perdere, e concentriamoci sulla Russia.

Russia che, secondo i nostri politici (e le loro mosche cocchiere intellettuali) doveva tracollare economicamente e socialmente sotto il peso delle sanzioni. In pochi mesi. E invece…

E invece Vladimir Putin annuncia, proprio in questi giorni, un piano d’investimenti sociali da paura. Un sogno anche per il più florido dei paesi europei. Figuriamoci per l’Italia…

Vediamo un po’…

Un piano per i prossimi sei anni. Annunciato ufficialmente davanti alla Duma in seduta plenaria.

11 miliardi di dollari per le strutture sanitarie.

7 miliardi per la “data economy”. La realizzazione di piattaforme digitali nei principali settori economici e sociali. Previste entro il 2030.

4 miliardi per la costruzione di (almeno) 40 campus per l’istruzione superiore.

1 miliardo per nuovi dormitori universitari.

3 miliardi per il fondo di sviluppo industriale.

1 miliardo per un sistema di satelliti che facilitino l’accesso ad internet.

1 miliardo per progetti educativi e storici. Attraverso i media, cinema, social network.

822 milioni di dollari per incrementare la natalità nelle regioni a basso tasso di nascite. Sostegno alle famiglie.

98 milioni per le Università pedagogiche. Formazione degli insegnanti.

E infine, costituzione di un fondo speciale per sostenere i mutui delle famiglie numerose.

Certo, qualcuno dirà che Putin si sta avviando alle elezioni. E che tutto questo serve a portare acqua al suo mulino elettorale.

Vero, probabilmente… ma questo comporta due riflessioni.

Se Putin, il tiranno come lo descrivono i Media occidentali, deve promettere e fare tutto questo per essere sicuro della rielezione… beh, la sua mi sembra davvero una strana autocrazia. Una autocrazia, stranamente, “democratica’ negli usi e nei costumi. No?

E, poi, non doveva essere in ginocchio la Russia? E, invece, si permette investimenti faraonici nella spesa sociale…

Mentre noi, senza essere in guerra, dobbiamo stringere la cinghia.

Decisamente i conti non tornano

Andrea Marcigliano
Andrea Marcigliano

 

 

 

 

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