“I suoi quadri sono come uno still frame silenzioso che congela in un singolo istante il racconto di una vita.”
Edward Hopper è uno dei più celebri e amati pittori americani del ‘900: il pittore della solitudine, del silenzio e dell’attesa.
“Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose.”

Iniziò la sua carriera come illustratore pubblicitario praticando parallelamente la pittura e viaggiando molto in Europa: a Parigi (dove assorbì la lezione impressionista) a Londra, Berlino e Bruxelles. Tornato negli Stati Uniti sviluppò uno stile personale, perfezionando i suoi peculiari giochi di luci e di ombre, la sua passione per la luce e i volumi e il tema centrale della solitudine e dell’attesa.
Hopper usava diverse tecniche pittoriche dall’incisione all’acquerello alla pittura ad olio e il successo arrivò proprio dopo una mostra di acquerelli, nel 1925, quando Hopper aveva già 43 anni. Da quel momento fu considerato uno dei grandi pittori del realismo americano.
Nel 1934 Edward Hopper acquistò una casa a Cape Code, dove passava tutte le estati, suggestionato dal paesaggio marino, con le sue luci taglienti, il suo mare, i suoi fari, che ha dipinto in moltissime sue tele.
Nell’arco della sua carriera Edward Hopper ha rappresentato il clima di desolazione esistenziale dovuto prima alla grande crisi degli anni ’30 e poi al coinvolgimento degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Lui stesso era una persona schiva e meditativa e, rispetto ai suoi soggetti, si poneva come uno spettatore esterno e distaccato, ricreando nelle sue opere la pura osservazione della vita nella città, rappresentando personaggi casuali, anonimi, colti alla sprovvista in un momento qualsiasi. E’ stato un maestro della pittura realista e, come un guardone per caso, cristallizzava nei suoi quadri istanti rubati alla vita privata della middle class americana, spiata in un bar o attraverso una finestra per rivelarne momenti intimi di grande solitudine. Una solitudine non solo personale ed esistenziale ma anche la solitudine in una grande città, l’isolamento di un singolo individuo sperduto, che non sembra avere nessuna possibilità di interazione col mondo esterno.
Dalle sue tele emana una forte combinazione fra il realismo della rappresentazione e il sentimento emotivo che quella scena suscita nel pittore.
L’estetica di Edward Hopper ha ispirato fotografi e registi tanto che nel 2014 Gustav Deutsch ha realizzato Shirley: Visions of Reality, un film sperimentale ispirato a 13 dei suoi quadri più famosi, dove le tele del pittore americano si animano e prendono vita come tableaux vivants.

 

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