La vulgata mediatica, piatta ed appiattita in tutti i Giornali…

EFFETTO BOOMERANG


La vulgata mediatica, piatta ed appiattita in tutti i Giornali e in tutte le televisioni, vera negazione di ogni pluralismo, vuole che Vladimir Putin sia l’Uomo Nero. Il cattivo per eccellenza, il tiranno pazzo e criminale. Eliminato il quale tutti andrebbe a posto. E il mondo piomberebbe in una specie di stato edenico, un mondo perfetto da fare invidia al Panglosse di Voltaire.

Vladimir Putin

La realtà, naturalmente, è molto, decisamente molto diversa. Noi possiamo anche chiamare Putin lo Zar, ma non dobbiamo mai dimenticare due dati di fatto. Oggettivi.

Putin è un presidente eletto. A suffragio universale. E la Confederazione Russa è una repubblica presidenziale. Un presidenzialismo forte. Che mette moltissimo potere nelle mani del Presidente. Sul quale è, certo, lecito discutere. Senza dimenticare, però, che è una costituzione modellata su quella statunitense. E che Putin gode suppergiù degli stessi poteri di Joe Biden.

La diversa capacità di farne uso è altra cosa.

La Russia non è il Gabon. Non vi è un uomo solo al comando. Piuttosto una classe dirigente, se vogliamo una élite, molto variegata e complessa. Dove, in quasi ogni campo, le opinioni, e le posizioni, sono molto diverse. E i contrasti forti… ancorché tenuti sotto traccia.

Putin, certo, è l’uomo forte. Ma il suo è, anche, un ruolo di mediazione. Soprattutto nei momenti di crisi. Per questo è al potere da tanti anni. Non si governa così a lungo solo col pugno di ferro. Ci vuole anche il guanto di velluto. E, forse, più di uno.

Sul conflitto con l’Ucraina la posizione di Putin è sempre stata… moderata. Anche se questo termine potrà suscitare scalpore e perplessità.

Ma anche qui sono i fatti che parlano.

Dopo il golpe di Piazza Maidan,(1) lo Zar ha cercato, per quasi dieci anni, una soluzione politica e diplomatica per il Donbass, da sempre storicamente e linguisticamente russo. Ha trovato un muro. E infine è stato costretto, obtorto collo, all’intervento militare. Una esitazione che gli viene imputata dall’ala dura dei suoi. E, soprattutto, dai vertici militari. Perché Kiev ha impiegato questi anni per armarsi sino ai denti, con la collaborazione della NATO.

Ora il problema è un altro. È evidente che la cosiddetta Operazione Speciale ha sostanzialmente raggiunto gli obiettivi previsti. Caduta Bakhmut, le forze ucraine appaiono in gravissime difficoltà, soprattutto per carenza di uomini. Gettati a decine di migliaia in quello che Prigozhin, il “cuoco”, ha icasticamente definito il “tritacarne”.

Quindi appare chiaro che l’occupazione, o se si preferisce la liberazione totale del Donbass è, ormai, quasi cosa fatta.

Però Kiev non vuole trattare. E soprattutto non lo vuole l’Amministrazione americana. Il rischio di una situazione “coreana”, di un perenne stato di belligeranza, ancorché a bassa intensità, è una probabilità estremamente concreta.

Ma può andare bene a Mosca?

A quanto sembra – leggendo fra le righe dichiarazioni ufficiali, ed altre più… estemporanee – le posizioni ai vertici della Federazione Russa sono molto diversificate. E sfumate. Ma in sostanza tutti stanno finendo per convergere su un punto.

Il fatto che la NATO abbia fornito e stia fornendo armi a lungo raggio a Kiev, missili, aerei ed altro, sta creando una situazione del tutto nuova.

L’Ucraina, per quanto sconfitta militarmente, può lanciare attacchi missilistici sul territorio russo e sulla stessa Mosca. Cosa che ha già cominciato a fare, ancorché in modo sporadico.

“Sono stati gli ucraini ad uccidere Darya Dugina”: le rivelazioni dell’intelligence americana al New York Times

Naturalmente non si tratta di attacchi strategici, mirati a colpire specifici obiettivi militari. Piuttosto di azioni di tipo terroristico, volte a seminare paura e insicurezza tra la popolazione civile. Per altro Zekenski e il suo staff non hanno mai mostrato remore ad usare strumenti terroristici. L’assassinio di Darya Dughina lo dimostra.

A questo punto è chiaro a tutti, a Mosca, che l’occupazione del solo Donbass non è più un risultato sufficiente.

Per mettere in sicurezza il territorio russo diventa necessario neutralizzare Kiev.

E questo può avvenire solo in due modi…

Attraverso un’occupazione di tutta l’Ucraina. E la nascita di uno (o più) staterello satellite. Opzione, però, dispendiosa e lunga. Che non sembra piacere a Putin.

Oppure lo smembramento del territorio ucraino, con l’annessione della parte orientale, e la, parallela, cessione di tutta quella occidentale alla Polonia. Nonché di alcune province meridionali a Ungheria e Romania.

Questa soluzione incontrerebbe non solo l’appoggio di Budapest, ma anche, sotto sotto, di Varsavia, che mai ha fatto mistero delle sue mire su Leopoli e province limitrofe. Una scelta che creerebbe, tra l’altro, problemi interni al fronte NATO.

In ogni caso, l’accelerazione di Washington, Londra e alleati nel fornire armi capaci di colpire la Russia, ad una leadership ucraina che già si è segnalata per una tendenza avventuristica, rischia di sortire il più classico degli effetti boomerang.

Facendo prevalere a Mosca i fautori della linea dura. E spingendo Putin ad alzare la posta in gioco. Puntando decisamente alla eliminazione dell’Ucraina dalla carta geografica. Cosa che non era nei suoi piani.

Bisognerà, poi, capire se a Washington e Londra – gli altri paesi NATO contano come il due di coppe se la briscola è a bastoni – questa accelerazione è stata calcolata e voluta.

E, soprattutto, se l’Occidente nel suo complesso è un grado di reggere le conseguenze.

Andrea Marcigliano

 

 

 

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(1)

«LA PRIMAVERA EUROPEA»

 

 

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