Quello che Ottessa Moshfegh racconta non è solo la conquista della libertà geografica da un ambiente claustrofobico e oppressivo, ma anche l’esplorazione di una libertà che investe il corpo e i desideri femminili, in un 1964 in cui le possibilità per una donna sono limitate e prescritte

Quando ti trovi a leggere un libro di un’autrice che non conosci non sai mai cosa si cela dietro quelle pagine. È un po’ come scoprire un mondo nuovo. Ma quello scenario glaciale che la copertina mi rimandava mi ha indotto ad acquistarlo, confermando così che una buona copertina valga già un buon 15-20% della vendita di un libro. Una volta che ho cominciato a leggerlo ne sono rimasto rapito, imprigionato e meglio ancora risucchiato tra le pagine di questo volume al punto da finirlo in un paio di giorni.

La protagonista, Eileen ha molti aspetti di altre protagoniste di romanzi. È strana, magra, addirittura scheletrica. Vive un rapporto difficile con il padre che la tratta come fosse una schiava. Egli non fa altro che prendersi gioco di lei e umiliarla ogni volta che ne ha l’occasione. Inoltre suo padre soffre di alcolismo e praticamente vive sconnesso dalla realtà.

Ed è per questo che si comprende, e si è d’accordo con lei, quando Eileen desidera ardentemente di fuggire da casa e dal paese in cui vive perché non lo sente suo. Lo vive come una prigione. Ed è proprio in un carcere il luogo dove lavora.

Infatti a Moorehead lei si occupa delle visite ai detenuti ed è suo compito fascicolare, archiviare ogni scheda dei nuovi prigionieri. Essi per lo più sono giovani che hanno commesso delitti che vanno a quelli di poco conto a quelli più gravi come omicidi.

In questo carcere la protagonista conoscerà una ragazza, Rebecca, che la aiuterà ad attuare il suo piano di fuga. Solo non nella maniera nella quale Eileen se lo era immaginata. Perché Rebecca sembra avere molti più fantasmi che albergano nella sua testa e appare molto più strana della protagonista stessa.

Se siete amanti del genere thriller questo è un volume che fa al caso vostro. Vince la bravura dell’autrice. Il suo stile è assolutamente impeccabile. Attraverso quello che potremmo definire flusso di coscienza veniamo a ripercorrere ogni tappa, ogni ricordo della vita del personaggio principale. Infatti come viene esplicitato fin dalle prime pagine conosciamo questa figura:

«Ed eccoci qui. Mi chiamavo Eileen Dunlop. Adesso mi conoscete. Avevo ventiquattro anni e guadagnavo cinquantasette dollari la settimana come segretaria in un riformatorio privato per adolescenti maschi. Ora lo vedo per quello che era veramente a tutti gli effetti: una prigione per bambini. Una settimana più tardi, sarei scappata da casa per non tornarci mai più. Questa è la storia di come sono scomparsa.»

Attraverso la narrazione si viene a comprendere come funziona la mente di Eileen. Come se ci fosse una telecamera, ogni percorso della sua vita, da quando era piccola a quando è ormai adulta, ogni fase viene narrata con la tecnica dell’ingrandimento. Si punta da una grande inquadratura fino a soffermarsi su ogni più piccolo dettaglio a cui viene data una importanza speciale.

Curioso è il fatto che tutte le ambientazioni sono per lo più chiuse. Il carcere, la casa prigione, il pub dove si rifugia ogni tanto. Il tutto rende ancora di più la sensazione che si ha. Eileen risulta davvero prigioniera in quel luogo chiamato X-ville. Anche gli scenari sono per lo più invernali e freddi a sottolineare il clima di aridità affettiva nel quale questa figura si trova a vivere. La cosa più spiacevole di questo personaggio è il fatto che non si prende cura di sé stessa. Non si nutre in maniera adeguata, vive in una casa sporca e fatiscente.

Il finale lascia in sospeso il lettore, che rimane con la curiosità di scoprire nuovi dettagli della vita della nuova Eileen. Un finale che per il genere al quale appartiene questo volume a mio parere avrebbe potuto essere più d’effetto e che non rende giustizia alla figura principale. Comunque l’autrice ha centrato il suo bersaglio. Il suo intento era quello di narrare la vita di un personaggio fantasma che ha sempre voluto scomparire ed essere invisibile. Ed è riuscita benissimo a raggiungere il suo scopo.

Se per il finale sono rimasto un po’ disorientato e ci si può muovere qualche obiezione. Per il resto è un racconto ben fatto.

 

La trama del romanzo

Quello che Ottessa Moshfegh racconta non è solo la conquista della libertà geografica da un ambiente claustrofobico e oppressivo, ma anche l’esplorazione di una libertà che investe il corpo e i desideri femminili, in un 1964 in cui le possibilità per una donna sono limitate e prescritte.

   “Eravamo nel 1964, stava per succedere di tutto.”

Le ragazze americane scoprono le minigonne, fumano per strada, conquistano nuove libertà. Ma Eileen Dunlop non è come le altre ragazze, non cerca di rendersi attraente, non ascolta i Beatles e non guarda Ed Sullivan alla tv, non le interessano le cose divertenti o popolari. Vive con il padre alcolizzato in una cittadina di periferia, in un quartiere con le strade fiancheggiate da alberi e gente piena di senso civico: un posto che sembra meraviglioso, a passarci in macchina. Lavora in un riformatorio per adolescenti maschi, fa seguire le regole come le ha insegnato la sua educazione conservatrice e cattolica. Timbra il cartellino in entrata e in uscita, timorosa di essere punita o esclusa: nessuno potrebbe dire di lei che è una pervertita, una ladra o una bugiarda. La vita di Eileen potrebbe scorrere così per sempre, noiosa e spenta come le sue gonne di lana al ginocchio e le calze spesse. Ma non accade. Perché Eileen in realtà è una furia, i pensieri sempre in movimento, la mente come quella di un assassino. È il 1964 e la libertà non è lontana. E se la libertà avesse un nome ambiguo e seducente come Rebecca Saint John? L’impeccabile direttrice del carcere, dagli occhi di uno strano azzurro piscina tropicale e i modi pazzi dei ricchi straordinariamente belli? Forse, senza Rebecca, Eileen avrebbe passato il tempo giurando a Dio che sarebbe cambiata, sarebbe diventata una vera signora, avrebbe tenuto un diario, sarebbe andata in chiesa, avrebbe pregato, indossato vestiti puliti, scelto amiche carine, avrebbe fatto coppia fissa con un bravo ragazzo, si sarebbe occupata del bucato. Forse, senza Rebecca, Eileen non si sarebbe fatta strada da sola, un’orfana che si allontana in macchina in una gelida mattina di Natale…

 

Come inizia

 

1964

 

Sembravo una di quelle ragazze che vi aspettereste di vedere sull’autobus in città, immersa in qualche vecchio libro di piante o di geografia preso dalla biblioteca, e con i capelli castano chiaro magari avvolti in una retina. Potevo essere una che studia da infermiera o una dattilografa, avreste notato le mani nervose, un piede che dondola, il labbro mordicchiato. Non avevo niente di speciale. È facile per me immaginare questa ragazza, una versione di me stessa strana, giovane e introversa, che si porta dietro un’anonima borsa di pelle o pesca noccioline da un pacchetto, se le rigira una per una tra le dita coperte dai guanti e risucchia le guance guardando ansiosa fuori dal finestrino. Al mattino il sole illuminava la peluria sottile sul mio viso, che cercavo di coprire con la cipria compatta, di una tonalità un po’ troppo rosata per la mia carnagione pallida. Ero magra, spigolosa, i movimenti a scatti, incerti, la postura rigida. Avevo la faccia piena di cicatrici da acne, lisce ma evidenti, che offuscavano qualsiasi dolcezza o follia si nascondesse dietro quell’aspetto freddo e cadaverico da New England. Con gli occhiali potevo sembrare un’intellettuale, ma ero troppo impaziente per essere davvero un’intellettuale. Avreste detto che mi piacesse l’immobilità delle stanze chiuse, che trovassi conforto nel silenzio totale, con lo sguardo che si sposta lentamente tra carta, pareti, tendaggi pesanti, i pensieri che non abbandonano mai quello che gli occhi identificano – libro, scrivania, albero, persona. Invece, io detestavo il silenzio. Detestavo l’immobilità. Odiavo praticamente tutto. Ero sempre molto infelice e arrabbiata. Cercavo di controllarmi, e questo mi rendeva soltanto più goffa, infelice e arrabbiata. Ero come Giovanna d’Arco, o Amleto, ma ero nata nella vita sbagliata – la vita di un nessuno, una trovatella, invisibile. Non c’è un modo migliore di spiegarlo: non ero me stessa, a quel tempo. Ero qualcun altro. Ero Eileen.

   E a quel tempo – sono passati cinquant’anni – ero una puritana. Bastava guardarmi. Portavo pesanti gonne di lana che arrivavano sotto il ginocchio, calze spesse. Abbottonavo sempre giacche e camicette il più in alto possibile. Non ero una ragazza che faceva girare la testa, ma non c’era niente di veramente sbagliato o terribile nel mio aspetto. Ero giovane e carina, nella media direi. A quel tempo però pensavo di essere il peggio – brutta, ripugnante, inadatta al mondo. In questo stato mi sembrava assurdo attirare l’attenzione su di me. Mettevo di rado dei gioielli, mai il profumo, mai lo smalto sulle unghie. Per qualche tempo portai però un anello con un piccolo rubino. Era appartenuto a mia madre.

   I miei ultimi giorni nei panni della piccola, rabbiosa Eileen furono in dicembre, nella cittadina tremendamente fredda dove ero nata e cresciuta. C’era stata una bella neve quell’inverno, un metro e passa. E si era accumulata fedelmente in ogni cortile, fino a lambire il davanzale di ogni finestra al pianterreno come una marea. Durante il giorno, lo strato superiore della neve si scioglieva e la fanghiglia nelle grondaie gocciolava e ti ricordavi che ogni tanto la vita era bella, che il sole brillava. Ma nel pomeriggio il sole scompariva e tutto ghiacciava di nuovo, formando una lastra così spessa durante la notte che avrebbe potuto reggere il peso di un uomo adulto. Ogni mattina prendevo manciate di sale dal secchio vicino alla porta e le buttavo sul vialetto dal portico fino alla strada. Dalla trave sopra l’entrata pendevano dei ghiaccioli, e io stavo lì sotto a immaginare che si staccassero e mi trafiggessero il seno, trapassando la spessa cartilagine della spalla come proiettili, o mi facessero a pezzi il cervello. Il marciapiedi era stato spalato dai vicini, una famiglia di cui mio padre non si fidava perché erano luterani e lui cattolico. D’altronde lui non si fidava di nessuno. Era pazzo e si spaventava facilmente, come certi vecchi ubriaconi. Per Natale i vicini luterani ci avevano lasciato davanti alla porta un cestino di vimini bianco pieno di mele lucide avvolte nel cellophane, una scatola di cioccolatini e una bottiglia di sherry. Ricordo che sul biglietto c’era scritto “Auguri a tutti e due”.

   Chi poteva sapere cosa succedeva in casa mentre ero al lavoro? Era una casa coloniale a tre piani in legno scuro, con il rivestimento rosso che si stava scrostando. Immagino mio padre che si scola quello sherry per festeggiare il Natale, accendendosi un vecchio sigaro sui fornelli. È un’immagine buffa. Di solito beveva gin. Birra, ogni tanto. Era un ubriacone, come ho detto. Un uomo semplice, da quel punto di vista. Quando c’era qualcosa che non andava, era facile distrarlo e calmarlo: gli davo una bottiglia e uscivo dalla stanza. Ovvio che il suo alcolismo mi opprimeva quando ero giovane. Mi rendeva nervosa, ero sempre tesa. È quello che succede se vivi con un alcolista In questo senso la mia storia non è eccezionale. Ho vissuto con molti alcolizzati nel corso degli anni, e ciascuno di loro mi ha confermato che è inutile preoccuparsi, vano chiedere perché, suicida tentare di aiutarli. Sono quel che sono, nel bene e nel male. Ora vivo da sola. Felicemente. Gioiosamente, anzi. Sono troppo vecchia per preoccuparmi degli affari altrui. E non perdo più tempo a pensare al futuro, a tormentarmi per cose che non sono ancora successe. Ma quando ero giovane mi preoccupavo continuamente, non ultimo per il mio futuro, e soprattutto per ciò che riguardava mio padre – quanto gli rimaneva da vivere, cosa poteva fare, cosa mi aspettava quando rientravo ogni sera.

   La nostra non era una bella casa. Dopo che mia madre era morta, non avevamo mai smistato né messo via le sue cose, mai riorganizzato niente, e senza di lei a pulirla, era sporca e polverosa e piena di decorazioni inutili e ingombra di cose, cose, cose dappertutto. Eppure pareva completamente vuota. Era come una casa abbandonata, che gli abitanti avevano lasciato una notte come ebrei o zingari. Non usavamo molto la sala da pranzo, né lo studio e le camere da letto al piano di sopra. Rimaneva tutto là a prendere polvere, una rivista aperta sul bracciolo del divano da anni, una ciotola di caramelle piena di formiche morte. Me la ricordo come quelle foto di case nel deserto dopo i test nucleari. Penso che possiate immaginare da soli i dettagli.

   Io dormivo in mansarda, su una branda comprata da mio padre una decina di anni prima per una vacanza in campeggio che poi non aveva mai fatto. La mansarda non era mai stata completata, un posto freddo e polveroso in cui mi ero rifugiata quando mia madre si era ammalata. Dormire nella mia camera da letto, che era di fianco alla sua, era diventato impossibile. Piangeva e urlava e mi chiamava per tutta la notte. La mansarda era silenziosa. Lassù non arrivava molto rumore dai piani inferiori della casa. Mio padre aveva trascinato una poltrona dallo studio in cucina. Dormiva lì. Era di quelle con lo schienale che si inclina all’indietro quando tiri una leva, una novità meravigliosa quando l’aveva comprata, ma la leva non funzionava più. La poltrona si era arrugginita in un riposo perenne. Tutto in quella casa era come quell’affare – sporco, rovinato, e immobile.

   Ricordo che quell’inverno ero felice che il sole tramontasse così presto. Quella coperta di buio mi dava conforto, in un certo senso. Invece mio padre aveva paura del buio. Sembra un dettaglio che fa intenerire, ma non è così. Di notte accendeva i fornelli e il forno e beveva e guardava le fiammelle azzurre che volteggiavano sotto la luce fioca sul soffitto. Diceva sempre che aveva freddo, ma si vestiva poco. Quella sera – comincerò la mia storia da lì – l’avevo trovato seduto a piedi nudi sulle scale, a bere lo sherry, un mozzicone di sigaro tra le dita. «Povera Eileen» aveva detto in tono sarcastico quando ero entrata. Mi disprezzava: per lui ero bruttina e patetica e non aveva problemi a dirmelo. Se le mie fantasie di allora si fossero realizzate, un giorno l’avrei trovato steso ai piedi delle scale, con il collo rotto, che respirava ancora. “Era ora” avrei detto, con l’espressione più annoiata che mi veniva, squadrando il suo corpo moribondo. Quindi sì, lo odiavo, ma ero molto obbediente. Eravamo solo noi due a casa, papà e io. Ho una sorella, è ancora viva per quanto ne sappia, ma non ci parliamo da più di cinquant’anni.

   «Ciao, papà» dissi, passandogli accanto mentre salivo le scale.

   Non era un uomo molto robusto, ma aveva spalle larghe e gambe lunghe, e un’aria quasi regale. I capelli grigi e radi gli stavano dritti in testa e si abbassavano intorno al cocuzzolo. Dal viso sembrava decenni più vecchio di quello che era, con un’espressione scettica negli occhi sgranati e un’aria di perenne disapprovazione. A pensarci ora, assomigliava molto ai ragazzi della prigione dove lavoravo, sensibili e arrabbiati. Gli tremavano sempre le mani, a prescindere da quanto bevesse. Si strofinava di continuo il mento, che era rosso e contratto e rugoso. Se lo sfregava come si fa con un ragazzino quando gli scompigli i capelli e lo chiami piccola peste. Il suo unico rimpianto nella vita, diceva, era di non essere mai stato capace di farsi crescere una vera barba, come se avesse potuto farlo con la volontà e non ci fosse riuscito. Era fatto così – pieno di rimpianti e arrogante e al contempo irragionevole. Non penso abbia mai amato noi, le sue figlie. La fede al dito che aveva continuato a portare per anni dopo la sua morte fa pensare che abbia amato nostra madre, in una certa misura almeno. Ma ho il sospetto che fosse incapace di amare, di amare davvero. Era un uomo crudele. Immaginare i suoi genitori che lo picchiavano da bambino è l’unica via per il perdono che ho trovato finora. Non è un metodo perfetto, ma funziona.

   Sia chiaro che questa non è una storia su com’era orribile mio padre. Lamentarmi per la sua crudeltà non è affatto il mio obiettivo. Ma ricordo quel giorno sulle scale, la smorfia che fece quando si voltò a guardarmi, come se stesse male solo a vedermi. Io lo fissavo dall’alto, ritta sul pianerottolo.

   «Esci di nuovo» gracchiò, «vai da Lardner.» Lardner era il negozio di alcolici dall’altra parte della città. Lasciò che la bottiglia di sherry vuota gli scivolasse dalle dita e rotolasse giù dalle scale, un gradino dopo l’altro.

   Sono molto ragionevole ora, persino serena, ma allora mi arrabbiavo facilmente. Mio padre mi faceva continue richieste e si aspettava che obbedissi ai suoi ordini come una domestica, una serva. E io non ero il tipo di ragazza che diceva di no facilmente.

   «Va bene» dissi.

   Mio padre grugnì e diede un tiro al suo mozzicone di sigaro.

   Quando ero turbata, occuparmi del mio aspetto mi dava un po’ di conforto. Anzi, in verità era la mia ossessione. Ho gli occhi piccoli, verdi, e specialmente allora non ci avreste trovato molta gentilezza. Non sono una di quelle donne che cercano sempre di far felice la gente. Non sono così strategica. Se mi aveste visto a quel tempo, con una forcina nei capelli, il mio cappotto di lana grigio topo, avreste pensato che ero soltanto un personaggio minore in questa saga – coscienziosa, quieta, sbiadita, insignificante. Sembravo un animo gentile e timido venuto da lontano, e a volte avrei voluto esserlo. Invece dicevo parolacce e arrossivo e cominciavo improvvisamente a sudare, e quel giorno sbattei la porta del bagno dandole un calcio con tutta la suola della scarpa, facendo quasi saltare i cardini. Sembravo tanto noiosa, insulsa, insensibile e spenta, ma in realtà ero sempre infuriata, fremente di rabbia, i pensieri che correvano, la mente come quella di un assassino. Era facile nascondersi dietro la maschera opaca che indossavo ciondolando in giro con aria abbattuta. Ero davvero convinta di fregare tutti. E in realtà non leggevo libri sui fiori o sull’economia domestica. Mi piacevano storie tremende – omicidi, malattie, morte. Ricordo di aver preso uno dei libri più grossi della biblioteca, un trattato di medicina dell’antico Egitto, per studiare la pratica orribile di estrarre il cervello dei morti dal naso come una matassa di filo. Mi piaceva pensare al mio cervello così, aggrovigliato nel cranio. L’idea che i fili del mio cervello potessero venire districati, raddrizzati e quindi tessuti di nuovo in una trama di pace ed equilibrio era una fantasia confortante. Avevo spesso la sensazione che ci fosse qualche connessione strana nel mio cervello, un problema così complicato che solo una lobotomia avrebbe potuto risolverlo – avevo bisogno di una mente nuova di zecca o di una vita nuova di zecca. Potevo essere molto drammatica nei giudizi su me stessa. Oltre ai libri, mi piacevano i miei numeri del “National Geographic”, che mi arrivava per posta. Era un vero e proprio lusso, e mi faceva sentire molto speciale. Gli articoli che descrivevano le ingenue credenze dei primitivi mi affascinavano. I riti con il sangue, i sacrifici umani, tutta quella sofferenza inutile. Si potrebbe dire che ero lugubre. Cupa. Ma non credo che fossi davvero così insensibile per natura. Forse se fossi nata in una famiglia diversa, da grande mi sarei comportata e sentita come una persona perfettamente normale.

   Se devo essere sincera, adoravo essere punita. Non mi importava poi tanto farmi dare ordini da mio padre. Mi arrabbiavo, e lo detestavo, certo, ma quella furia dava alla mia vita una specie di obiettivo, e fare le commissioni per lui mi serviva ad ammazzare il tempo. Era così che immaginavo fosse la vita – una lunga condanna a far passare il tempo.

   Quella sera cercai di assumere un’aria infelice ed esausta quando uscii dal bagno. Mio padre gemeva impaziente. Sospirai e presi i soldi che mi allungava. Mi abbottonai il cappotto fino al collo. Ero sollevata di avere un posto dove andare, un modo di trascorrere le ore serali che non fosse vagare per la mansarda o guardare mio padre che beveva. Niente mi piaceva di più che uscire di casa.

   Se avessi sbattuto la porta uscendo come ero tentata di fare, uno di quei ghiaccioli si sarebbe sicuramente staccato. Lo immaginai penetrare attraverso l’incavo della clavicola e pugnalarmi dritto al cuore. Oppure se avessi piegato indietro la testa magari mi avrebbe trafitto la gola, scorticando il centro molle del mio corpo – mi piaceva immaginare quel genere di cose – e avrebbe proseguito nelle viscere fino a lacerare le mie parti basse come un pugnale di vetro. Era così che vedevo la mia anatomia allora, il cervello una matassa ingarbugliata, il corpo un contenitore vuoto, le parti intime un misterioso paese straniero. Invece, chiusi piano la porta, ovviamente. Non volevo morire per davvero.

   Visto che mio padre non era più idoneo a guidarla, usavo io la sua vecchia Dodge. Adoravo quella macchina. Era una Coronet a quattro porte, verde opaco, piena di graffi e ammaccature. Il pianale, dopo anni di sale e ghiaccio, era mangiato dalla ruggine. Nel cassetto portaoggetti della Dodge tenevo un topolino morto che avevo trovato un giorno sul portico, congelato in una pallina compatta. L’avevo raccolto per la coda e fatto roteare per un attimo in aria prima di lanciarlo nel cassetto insieme a una torcia rotta, una cartina stradale del New England, qualche centesimo ormai verde. Quell’inverno ogni tanto davo un’occhiata al topo, controllando la sua invisibile decomposizione nel freddo gelido. Penso che mi facesse sentire potente, in un certo senso. Un piccolo totem. Un portafortuna.

   Fuori, testai la temperatura con la punta della lingua, esponendola al vento ghiacciato finché non mi fece male. Quella notte doveva essere attorno ai meno dieci. Anche solo respirare faceva male. Ma io preferivo il freddo al caldo. In estate ero irrequieta e irascibile. Mi ricoprivo di sfoghi, dovevo farmi i bagni freddi. Al carcere, sedevo alla mia scrivania sventolandomi furiosamente un ventaglio davanti al viso. Non mi piaceva sudare davanti ad altre persone. Trovavo quel segno di carnalità disgustoso, osceno. Per lo stesso motivo non mi piaceva ballare o fare sport. Non ascoltavo i Beatles e non guardavo Ed Sullivan alla tv. Allora non mi interessavano le cose divertenti o popolari. Preferivo leggere di storie antiche, di terre lontane. La conoscenza di cose attuali o alla moda mi faceva sentire soltanto una vittima dell’isolamento. Se le evitavo di proposito, potevo credere di avere il controllo della situazione.

   Una cosa di quella Dodge era che mi veniva la nausea quando la guidavo. Sapevo che c’era qualcosa che non andava nel tubo di scappamento, ma a quell’epoca non potevo pensare di affrontare un problema del genere. A una parte di me piaceva dover abbassare i finestrini, anche se faceva freddo. Pensavo di essere molto coraggiosa, ma in realtà avevo paura che se avessi fatto delle storie sulla macchina, me l’avrebbe tolta. Quell’auto era l’unica cosa nella vita che mi dava qualche speranza. Era l’unico mezzo che avevo per fuggire. Prima di andare in pensione, mio padre la usava nei giorni liberi. Guidava senza nessun riguardo – parcheggiava a metà sui marciapiedi, graffiava le gomme in curva, rimaneva senza benzina nel cuore della notte, strisciava contro i camion del latte, o lungo il fianco di qualche edificio e così via. Tutti guidavano da ubriachi all’epoca, ma non era una buona scusa. Io ero una guidatrice discreta. Non andavo mai troppo forte, non passavo mai con il rosso. Quando faceva buio, mi piaceva guidare piano, schiacciando di rado l’acceleratore, e guardare la città scorrermi davanti come in un film. Immaginavo sempre che le case degli altri fossero molto più belle della mia, piene di mobili in legno lucido e caminetti eleganti e calze appese per il Natale. Biscotti nella credenza e tagliaerba in garage. Era facile pensare che tutti se la passassero meglio di me allora. In fondo alla mia strada, un portico illuminato mi riempiva di tristezza. C’erano una panchina bianca, una lama di metallo di fianco all’ingresso, simile a un pattino da ghiaccio girato all’insù, per togliere la neve dagli stivali, e una ghirlanda di agrifoglio appesa alla porta. La cittadina dove abitavo era carina, pittoresca, si potrebbe dire. E se non si è cresciuti nel New England non si può immaginare la particolare immobilità di un paesino di mare ricoperto di neve, la notte. Non è come altri posti. La luce fa strani scherzi al tramonto. Sembra indietreggiare verso l’oceano più che affievolirsi. Viene semplicemente trascinata via.

   Visto che la sentivo quasi tutte le sere, non dimenticherò mai il tintinnio vivace della campanella sulla porta del negozio di liquori. Da Lardner. Adoravo quel posto. Era caldo e ordinato e vagavo per i corridoi più a lungo che potevo, fingendo di curiosare. Ovviamente sapevo dov’era il gin: corridoio centrale sulla destra se guardavi la cassa, a poche spanne dalla parete in fondo, e solo due ripiani, Beefeater in cima e Seagram’s sotto. Il signor Lewis, che lavorava lì, era gentile e allegro, come se non gli fosse mai passato per la testa a cosa servivano tutti quegli alcolici. Quella sera presi il gin, pagai, tornai in macchina e appoggiai le bottiglie sul sedile passeggeri. Strano che l’alcol non congeli. Era l’unica cosa in quel posto che semplicemente respingeva il freddo. Tremavo, dentro la Dodge, girai la chiave e pian piano guidai fino a casa. Ricordo che presi la strada più lunga e panoramica mentre scendeva il buio.

   Quando rientrai, mio padre era sulla sua poltrona in cucina. Non successe niente di speciale quella sera. È solo un punto come un altro per un inizio. Misi le bottiglie a terra alla sua portata e accartocciai il sacchetto di carta nel pugno, lo buttai nel cumulo di spazzatura vicino alla porta sul retro. Salii in mansarda. Lessi la mia rivista. Andai a dormire.

   Ed eccoci qua. Mi chiamavo Eileen Dunlop. Adesso mi conoscete. Avevo ventiquattro anni e guadagnavo cinquantasette dollari la settimana come segretaria in un riformatorio privato per adolescenti maschi. Ora lo vedo per quello che era veramente a tutti gli effetti: una prigione per bambini. La chiamerò Moorehead. Delvin Moorehead era un terribile padrone di casa che ebbi anni dopo, e quindi mi sembra appropriato usare il suo nome per un posto del genere.

   Una settimana più tardi, sarei scappata da casa per non tornarci mai più. Questa è la storia di come sono scomparsa.

 

Venerdì

 

Venerdì era sinonimo di un nauseabondo odore di pesce che saliva dalla caffetteria nel seminterrato, attraversava i dormitori freddi dove stavano i ragazzi, percorreva i corridoi di linoleum ed entrava nell’ufficio senza finestre dove passavo le mie giornate. Era così acre e soffocante che lo sentii persino dal parcheggio quando arrivai a Moorehead quel mattino. Avevo preso l’abitudine di chiudere la borsa nel bagagliaio dell’auto prima di andare al lavoro. C’erano degli armadietti nella sala comune dietro l’ufficio, ma non mi fidavo del personale. Quando avevo iniziato a lavorare lì, a ventun anni, perfettamente ingenua, mio padre mi aveva avvertito che in carcere gli individui più pericolosi non sono i criminali ma proprio chi ci lavora. Posso confermare che è vero. Quelle sono state forse le parole più sagge che mio padre mi abbia mai detto.

   Per pranzo mi ero portata due fette di pancarrè, imburrate e avvolte nella stagnola, e una scatoletta di tonno. Era venerdì e non volevo andare all’inferno, dopotutto. Mi sforzai di sorridere e annuire alle mie colleghe, due orribili donne di mezza età con i capelli rigidi di lacca che non alzavano mai lo sguardo dai loro romanzi rosa a meno che non ci fosse in giro il direttore. Le loro scrivanie erano disseminate di incarti gialli di caramelle che ciascuna teneva in ciotole di finto cristallo in un angolo del tavolo. Per quanto fossero orribili, le mie colleghe si collocavano in basso nella classifica dei personaggi spregevoli che ho incontrato nel corso degli anni. Non era poi così male fare il turno di giorno in ufficio con loro. Avere un lavoro da scrivania significava che dovevo interagire raramente con uno dei quattro o cinque terrificanti agenti correzionali con il naso da maiale il cui compito era corregge correggere gli istinti delinquenziali dei giovani residenti di Moorehead. Erano come sergenti dell’esercito, pronti a colpire i ragazzi con un bastone sui polpacci mentre ciondolavano in giro, o a bloccarli con prese alla gola da dietro, come i bulli nel cortile della scuola. Io cercavo di guardare da un’altra parte se le cose si mettevano male. In genere guardavo l’orologio.

   Le guardie notturne staccavano alle otto, quando arrivavo io, e non le conobbi mai, anche se ricordo i loro visi esausti – uno era un idiota con un’andatura da cavallo e l’altro un veterano con una calvizie incipiente e le dita macchiate di tabacco. Loro non sono importanti. Invece uno dei guardiani diurni era semplicemente bellissimo. Aveva grandi occhi da segugio, un profilo forte ma ancora ammorbidito dalla giovinezza e da qualcosa che io naturalmente immaginavo essere una specie di tristezza magica, e lucidi capelli pettinati a coda d’anatra – Randy. Mi piaceva guardarlo dalla scrivania. Stava seduto nel corridoio che collegava l’ufficio al resto del complesso. Indossava l’uniforme grigia e inamidata d’ordinanza, stivali da moto ben ingrassati, un pesante mazzo di chiavi agganciato all’anello della cintura. Aveva un modo di stare seduto con un fianco sullo sgabello e l’altro giù, un piede a mezz’aria, come se volesse servirmi l’inguine su un vassoio perché lo guardassi. Non ero il suo tipo, e lo sapevo, e questo mi faceva soffrire anche se non l’avrei mai ammesso. Avevo il sospetto che gli piacesse il tipo carina, gambe lunghe, imbronciata, probabilmente bionda. Però potevo sempre sognare. Passavo molte ore a guardare i suoi bicipiti tendersi e gonfiarsi ogni volta che girava una pagina del suo fumetto. Quando lo immagino adesso, penso al modo in cui si rigirava uno stuzzicadenti in bocca. Era bellissimo. Poesia pura. Una volta, nervosa fino a sembrare ridicola, gli chiesi se non aveva freddo a stare in maniche corte in inverno. Lui aveva scrollato le spalle. Le acque chete scorrono profonde, pensai, prossima allo svenimento. Era inutile fantasticare, ma non potevo fare a meno di immaginare che un giorno avrebbe lanciato dei sassi contro la finestra della mansarda, mentre la sua moto fumava davanti a casa mia e la città intera svaniva all’inferno. Non ero insensibile a quel tipo di fantasia.

   Anche se non bevevo caffè – mi faceva girare la testa – andavo nell’angolo dove stava la caffettiera perché c’era uno specchio appeso lì sopra. Guardare il mio riflesso mi calmava davvero, anche se detestavo la mia faccia con tutta me stessa. È così che vivono le persone ossessionate da se stesse. Il tempo che passavo a tormentarmi per il fatto di non essere bella era molto più di quanto oso ammettere persino ora. Mi sfregai un rimasuglio di sonno dall’occhio e mi versai una tazza di panna, poi ci misi lo zucchero e il latte al malto in polvere, che tenevo nel cassetto della mia scrivania. Nessuno fece mai un commento su quello strano cocktail. D’altra parte in ufficio nessuno mi prestava la minima attenzione. Le mie colleghe erano acide, scialbe e stavano sempre insieme. All’epoca pensavo fossero in segreto una coppia lesbica. Quel tipo di convinzione era molto comune allora, e la gente della mia cittadina era sempre attenta ad avvistare qualche “omosessuale latente” che vagava a piede libero. I miei sospetti circa le colleghe d’ufficio non implicavano necessariamente biasimo. Mi aiutavano a provare un po’ di compassione quando me le immaginavo tornare a casa dai loro disgustosi mariti, così acide, così sole. D’altronde, pensare a loro con la camicetta sbottonata, le mani dentro i rispettivi reggiseni, le gambe aperte, mi faceva venir voglia di vomitare.

   In un libro che avevo trovato in biblioteca c’era una piccola sezione che mostrava i calchi dei visi di personaggi famosi come Lincoln, Beethoven, Isaac Newton, fatti dopo la loro morte. Se avete mai visto dal vivo un cadavere sapete che la gente non muore mai con sorrisi così soddisfatti, con lineamenti così inespressivi. Io però usavo quei calchi di gesso come una guida e mi allenavo coscienziosamente davanti allo specchio, rilassando la faccia e mantenendo un’aura di benigna sopportazione, come quella che vedevo sui volti di quei morti. Ne parlo perché è la faccia che indossavo al lavoro, la mia maschera mortuaria. Essendo così giovane, ero terribilmente sensibile, e determinata a non mostrarlo mai. Mi corazzavo contro la realtà di quel posto, di Moorehead. Dovevo farlo. Ero circondata da infelicità e disgrazie, ma neanche una volta scappai in bagno a piangere. Più tardi quel mattino, mentre portavo la posta nell’ufficio del direttore, che era nel complesso di locali dove i ragazzi studiavano e facevano attività ricreative, passai davanti a uno degli agenti correzionali – Mulvaney o Mulroony o Mahoney, mi sembravano tutti uguali – che stava torcendo l’orecchio a un ragazzino tanto da farlo inginocchiare. «Pensi di essere speciale?» gli chiedeva. «Vedi lo sporco per terra? Tu conti meno di un granello di quella sporcizia tra le piastrelle.» Spinse la testa del ragazzo verso i suoi stivali, grossi e con la punta di acciaio, abbastanza duri da poter ammazzare qualcuno con un calcio. «Lecca» disse l’uomo. Vidi le labbra del ragazzino schiudersi, poi distolsi lo sguardo.

   La segretaria del direttore era una donna dallo sguardo glaciale, così grassa che sembrava non respirasse, che non le battesse il cuore. La sua maschera mortuaria era impressionante. L’unico segno di vita da parte sua era quando si portava un dito alla bocca e tirava fuori un centimetro di lingua color lavanda pallido per bagnarne la punta. Passò in rassegna come un automa il fascio di buste che le allungai e poi si voltò. Rimasi immobile per un paio di minuti, fingendo di contare i giorni sul calendario appeso al muro vicino alla sua scrivania. «Cinque giorni a Natale» dissi, cercando di sembrare gioviale.

   «Grazie a Dio» rispose lei.

   Penso spesso a Moorehead e al suo ridicolo credo, parens patriae, e rabbrividisco. I ragazzi a Moorehead erano tutti così giovani, dei bambini. A volte mi spaventavano perché avevo l’impressione di non piacergli, che non mi trovassero carina. Così cercavo di liquidarli come ignoranti, delle bestie. Alcuni erano sviluppati, alti e belli. Non ero insensibile nemmeno a loro.

   Tornata alla mia scrivania, avrei potuto riflettere su un sacco di temi. Eravamo nel 1964, stava per succedere di tutto. In ogni direzione qualcosa veniva buttato giù o tirato su, invece io riflettevo soprattutto su me stessa e la mia infelicità mentre mettevo in ordine le penne nel bicchiere e spuntavo la data sul calendario da tavolo. La seconda lancetta dell’orologio vibrò e scattò in avanti, come qualcuno che dapprima è terrorizzato dall’ansia e poi, spinto dalla disperazione, si butta da un precipizio ma rimane bloccato a mezz’aria. La mia mente vagava. Più che in qualsiasi altro posto, le piaceva andare da Randy. Quando mi arrivò la busta paga, quel venerdì, la piegai e me la infilai nel seno, che poi non si poteva nemmeno definire seno. Solo piccoli cumuli duri, che nascondevo sotto strati di biancheria intima di cotone, una camicia, una giacca di lana. Avevo ancora quella paura adolescenziale che la gente, quando mi guardava, potesse vedere attraverso i vestiti. Sospettavo che nessuno facesse delle fantasie sul mio corpo nudo, ma temevo che quando qualcuno abbassava lo sguardo stesse investigando sulle mie parti basse e potesse in qualche modo decifrare il dedalo misterioso di pieghe e caverne così ben infagottato laggiù tra le mie gambe. Ero sempre molto protettiva nei confronti delle mie pieghe e caverne. Ero ancora vergine, ovviamente.

   Immagino che il mio puritanesimo abbia fatto il suo dovere e mi abbia evitato una vita difficile come quella di mia sorella. Era più grande di me e per niente vergine e viveva a qualche paese di distanza con un uomo che non era suo marito – “puttana”, così l’aveva chiamata mia madre. Joanie era perfettamente a posto, immagino, ma aveva una vena cupa, vorace sotto la parvenza allegra e fanciullesca. Una volta mi disse che a Cliff, il suo ragazzo, piaceva “assaggiarla” quando si svegliava al mattino. Rise davanti alla mia smorfia perplessa, poi appena vide che avevo capito arrossì e si raggelò. «Non è divertente? Non è il massimo?» ridacchiò. La invidiavo, eccome, ma non lo davo mai a vedere. In realtà non volevo quello che aveva lei. Uomini, ragazzi, la prospettiva di accoppiarmi con uno di loro mi sembrava assurda. Il mio massimo desiderio era una relazione silenziosa. Ma anche quella mi impauriva. Avevo la mia cotta per Randy e per qualcun altro, ma non succedeva mai niente. Oh, quelle mie povere parti basse, avvolte come un neonato nel pannolino in spesse mutande di cotone e nella vecchia guaina soffocante di mia madre. Mettevo il rossetto non per essere alla moda, ma perché senza le mie labbra erano dello stesso colore dei miei capezzoli. A ventiquattro anni non facevo assolutamente nulla per stimolare qualche fantasia sul mio corpo nudo. Nel frattempo, a quanto pareva, quasi tutte le giovani donne erano occupate a fare il contrario.

   Quel giorno c’era una festa in prigione. Il dottor Frye, ormai molto anziano, andava in pensione. Era l’uomo che da decenni, in qualità di psichiatra del carcere, era incaricato di distribuire grandi quantità di sedativi ai ragazzi. Doveva avere più di ottant’anni. Adesso sono vecchia anch’io, ma quando ero giovane non mi interessavano molto gli anziani. Mi pareva che la loro stessa esistenza mi danneggiasse. Non mi importava niente che il dottor Frye se ne andasse. Quando arrivò sulla mia scrivania il biglietto d’auguri, lo firmai con un corsivo preciso, da scolaretta, il polso piegato al massimo in segno di sarcasmo: “Arrivederci”. Ricordo che sul davanti c’era un disegno a inchiostro nero di un cowboy che si allontanava a cavallo verso il tramonto. Dio santo. In tutti quegli anni passati a Moorehead, il dottor Frye veniva ogni tanto a controllare le visite familiari, che era mio compito organizzare quotidianamente, e io lo guardavo ritto sulla soglia della sala visite, che annuiva e faceva schioccare la lingua e diceva “Mmh”, e qualche volta interveniva con lunghe dita tremolanti per ordinare al bambino di stare seduto diritto, rispondere alla domanda, chiedere scusa, e così via. E non una volta mi disse “Salve” o “Come sta, signorina Dunlop?”. Ero invisibile. Ero parte dell’arredamento. Dopo pranzo – dovevo aver lasciato la scatoletta di tonno nell’armadietto, intatta – il personale fu chiamato nella caffetteria per salutare il dottor Frye con torta e caffè, e io rifiutai l’invito. Rimasi seduta alla mia scrivania senza fare niente, a fissare l’orologio. A un certo punto mi venne un prurito là in mezzo alle gambe e siccome non c’era nessuno che potesse vedermi, sfregai una mano sulla gonna. Infagottate com’erano, le mie parti basse erano difficili da grattare. Dovetti quindi infilare la mano nella gonna, sotto la guaina e dentro le mutande, e quando il prurito fu passato, tirai fuori le dita e le annusai. È una curiosità naturale, penso, annusarsi le dita. A fine giornata, prima che uscisse, allungai al dottor Frye quelle stesse dita, non ancora lavate, augurandogli di godersi la pensione.

 

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L’autrice

 

Ottessa Moshfegh è nata a Boston. Ha pubblicato una novella, Mc Glue, che ha vinto il Fence Modern Prize e il Believer Book Award. Suoi racconti sono apparsi sulla “Paris Review”, sul “New Yorker” e su “Granta”. Con Eileen, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award per l’opera prima ed è stata finalista del National Book Critics Circle Award e del Man Booker Prize.

 

 

 

  • Eileen
  • Ottessa Moshfegh
  • Editore: Mondadori
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • Anno edizione: 2017
  • In commercio dal: 17 gennaio 2017
  • Pagine: 224 p., Brossura
  • EAN: 9788804661856   Acquista. € 14,90

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