Emoticon e emojis. La parola dell’anno non è una parola: è “L’emoji”! Usiamole, per carità ma l’uomo, la sua complessità, l’universo che ciascuno racchiude in sé, è un’altra cosa e soprattutto, ha bisogno della Parola, del Logos.

 

                         

Christopher Lloyd è zio Fester della famiglia Addams

         

emoticon

Conosciamo quasi tutti, ormai, gli emoticon e gli emoji(1), le “faccine” che utilizziamo sempre più spesso nei messaggi telefonici e nella corrispondenza

emoji

elettronica, sostituti delle vecchie forme di comunicazione scritta. Le faccine hanno conquistato un riconoscimento: sono diventati “la parola dell’anno” secondo la Fondazione culturale di una delle maggiori banche europee, in collaborazione con la più importante agenzia di stampa di lingua spagnola, l’EFE. I piccoli simboli colorati della nuova comunicazione digitale entrano, per così dire, nell’ufficialità, acquisendo la dignità di un vero e proprio mezzo di espressione. La parola viene, in qualche misura, scacciata e sostituita da un codice simbolico in forma d’immagine.

animoji

La motivazione della scelta è ineccepibile: gli emoticon e gli emoji, nonché le loro evoluzioni più recenti, bitmoji, memoji, animoji fanno ormai parte del nostro alfabeto quotidiano e conquistano giorno dopo giorno nuovi spazi al di là delle conversazioni private in chat e delle applicazioni di messaggeria dalle quali è iniziato il loro uso. Un contributo ulteriore è arrivato dagli sticker e dai bitmoji, faccine “evolute” che gli utenti possono realizzare a

bitmoji

propria immagine e somiglianza. Creare bitmoji è semplice: basta un semplice programma o un’app sullo smartphone e il gioco è fatto. L’applicazione Genies per Android e iOS crea bitmoji che, grazie alla realtà aumentata e all’intelligenza artificiale, possono essere personalizzati e animati. L’applicazione è in grado di riconoscere e riprodurre inquadrando il nostro volto circa 180 stati d’animo. La prevalenza dell’immagine sugli altri codici di comunicazione è divenuta schiacciante e desta seria preoccupazione.

Anni fa la rivista americana Time nominò “uomo dell’anno” il computer. Non vi è dubbio che sia in corso una sostituzione del naturale con l’artificiale, della persona con la macchina. Nessuna drammatizzazione, ma sorge la necessità di confrontarsi con una realtà nuova senza subirla come una fatalità o come un progresso.  Non è un fatto da nulla se una fondazione legata all’universo finanziario indica come parola dell’anno qualcosa che parola non è e non ha una relazione diretta con il linguaggio verbale. Un segno dei tempi, l’evidenza di un mondo che cambia a velocità vertiginosa anche nel modo di comunicare, di esprimere sentimenti, stati d’animo, approvazione, disapprovazione, amore, odio, persino appartenenza, senza usare la parola, ovvero fuoriuscendo dal mezzo di comunicazione più importante a disposizione dell’uomo, quello che ci distanzia costitutivamente, ontologicamente, dalle altre creature.

Socrate prima di bere la cicuta esorta i suoi discepoli a rispettare le Leggi.

Il vangelo postmoderno? La parola dell’anno non è una parola: è “L’emoji”! Usiamole, per carità ma l’uomo, la sua complessità, l’universo che ciascuno racchiude in sé, è un’altra cosa e soprattutto, ha bisogno della Parola, del Logos!

La nostra diventa sempre più un’era dell’immagine, persino nell’atto più complesso della nostra relazione con il mondo esterno, esprimere idee, dare giudizi, affermare, negare con l’atto verbale prodotto dall’intelligenza. In principio era il Verbo; ora non più. La scelta della Fondazione BBVA è il frutto del lavoro di filologi, semiologi e giornalisti di primo piano: non è quindi una bizzarria, né un modo per far parlare di sé una seriosa istituzione legata al denaro. Va dunque valutata con attenzione, facendone oggetto di riflessione. Innanzitutto, un minimo di storia degli emoticon e degli emoji

Gli emoticon apparvero negli anni ’90 in Giappone (evidente il legame con la scrittura ideografica) come piccoli disegni creati con segni ortografici che talvolta si dovevano interpretare inclinando la testa. Un esempio è il segno 🙂 che, se guardato in verticale, somiglia alla stilizzazione di un volto umano. La loro evoluzione è avvenuta all’inizio del nuovo secolo con gli emoji, piccoli disegni con valenza simbolica, la cui diffusione “virale” ha determinato un evidente cambiamento del modo di comunicare.

Secondo gli esperti della Fondazione “gli emoticon e gli emoji non vengono a rubarci le parole e non finiremo con l’esprimerci solo con questo tipo di linguaggio. Crediamo piuttosto che costituiscano un elemento in più che contribuisce a conseguire l’obiettivo delle lingue: la comunicazione tra le persone”. Proseguono, con l’ottimismo determinista del “migliore dei mondi possibili”, affermando che “in un mondo caratterizzato dalla velocità, gli emoticon apportano agilità e concisione. In un ambiente in cui buona parte di ciò che scriviamo, soprattutto in chat e nei sistemi di messaggeria istantanea, è comunicazione orale messa per iscritto, questi elementi ci permettono di aggiungere sfumature gestuali e di intenzione che altrimenti si perderebbero”. Inoltre, segnala la nota con cui è stata conferita la distinzione di parola dell’anno, molti emoticon e emoji hanno il potere dell’universalità, ovvero possono essere compresi da persone di culture assai differenti. Un linguista spagnolo ha addirittura ipotizzato, in un intervento al congresso della Reale Accademia della Lingua, che “forse gli emoji sono quanto di più vicino al linguaggio universale l’umanità abbia mai creato”.

Kanji giapponesi

L’emoticom, nonostante la sua nascita giapponese, non ha la forza simbolica né il senso sacrale dell’ideogramma, non rimanda a parole concrete, principi generali. È una sorta di decalcomania dell’emozione, veloce e dunque transitoria!

Un’inquietante punto di vista, un eccesso di entusiasmo al quale cercheremo di rispondere tra un attimo. Dal punto di vista linguistico, le sfide sono molteplici e cominciano ad essere oggetto di opere accademiche: come usare gli emoji in testi generali, come interagiscono con le parole (o le altre parole…) e con i segni di interpunzione. Non ci permettiamo – non ne siamo all’altezza – incursioni nel territorio della semiologia, la disciplina che studia i segni linguistici e non linguistici, nella definizione del suo primo teorico, Ferdinand de Saussure(2)la scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale”, o nella semiotica, che ne definisce il senso filosofico (C.S.Peirce)(3).

Francisco Goya Saturno che divora i suoi figli. (1819-1823). Museo del Prado, Madrid.

Preoccupa non il mezzo in sé – del resto dovremmo accusare noi stessi, che usiamo quotidianamente nelle comunicazioni via whattsapp faccine e altri segni convenzionali – ma la continua scarnificazione dei codici attraverso cui ci esprimiamo. Il comunicato della Fondazione è chiaro: il problema è la velocità e il suo potere indiscutibile, la dromocrazia di Paul Virilio(4). L’obbligo, l’imperativo categorico è fare presto. Tutto deve avvenire nel maledetto “tempo reale”, l’attimo che consuma e divora sé stesso come Crono i suoi figli. Il mondo-Mercato ha bisogno di semplificazione, il suo linguaggio è quello della macchina computer. Binario, una sequenza di 0 e 1, aperto-chiuso, sì-no. Nessuna sfumatura, nessuna riflessione: a quella pensano gli algoritmi. Il linguaggio umano diventa minimale, sincopato.

Già adesso, persone considerate istruite per aver conseguito diplomi e lauree non usano che un migliaio di parole. Il lessico di whattsapp, degli SMS e di twitter è ancora più povero: Facebook e le reti sociali obbligano alla concisione più totale, altrimenti non si viene letti. La gente passa e va oltre. Approfondire è fatica, soprattutto costa “tempo”, questo prezioso bene immateriale di cui non sappiamo in realtà che farcene, ma che è diventato il simbolo della nostra corsa a perdifiato. Una cosa è la sintesi – sempre auspicabile, quando si parla e si scrive – un’altra è la riduzione, l’impoverimento verbale che è, inevitabilmente, limitazione e poi vuoto concettuale. Non ci fu bisogno di linguisti o semiologi, bastò uno scrittore, George Orwell(5) per intuire che rubare le parole, torcerne i significati, vietarle o sostituirle, prima dissecca e poi dissolve i concetti, le idee, i sentimenti che le parole esprimono.

La prevalenza dell’immagine sugli altri codici di comunicazione oggi è divenuta schiacciante e desta seria preoccupazione!

Bene dunque – parliamo innanzitutto a noi stessi – la “faccina” come elemento ulteriore del messaggio, segno anche di empatia e confidenza, ma non alla sua sostituzione della parola detta e scritta. Sarà capitato anche a voi di non trovare le parole per dire o spiegare qualcosa. L’emoji risolve il problema tagliando la lingua: è sufficiente consultare il lungo campionario di volti, simboli, disegni, colori, immagini e il gioco è fatto. Una faccina rossa e corrucciata per la collera e la disapprovazione, un pollice levato in alto per dire sì, un emoji in lacrime per esprimere dispiacere, un gattino per la tenerezza, una bandiera, di tutto e di più. Di qualche animale domestico che ci è caro si dice: gli manca la parola! Questo è il guaio. Le parole mancano a noi, o meglio ce le facciamo espropriare dalle immagini, da segni convenzionali e preconfezionati. Per citare ancora Saussure, è in atto un singolare processo di identificazione, anzi di giustapposizione, tra significante (il “segno” che descrive) e significato (ciò che si intende dire). Tra langue e parole non c’è più la dualità scoperta da Saussure: mancano entrambe, sconfitte dall’immagine creata dall’apparato artificiale, in grado di costituire/imporre un codice comunicativo non nuovo, ma vincente perché rapidissimo, sincopato, diretto.

Si smarrisce la riflessione, anche perché mancano sempre più i termini linguistici per darle sostanza e precisione, ma poco importa. Conta la velocità, la nettezza; la sfumatura è confezionata per l’uso dalle mille varianti delle applicazioni informatiche. I significati profondi, i messaggi essenziali vengono affidati a un mezzo infinitamente potente, ma enormemente più povero del Logos, dono di Dio o della natura all’essere umano. Tutto va nella direzione della fretta comunicativa: Twitter prevede un massimo di centoquaranta caratteri, la posta elettronica è meno ricca di parole e sentimenti delle lettere di una volta. Whattsapp richiede velocità, la tastiera è scomoda, piccola, meglio una faccina o un emoji. Il destinatario capirà.

Se però aboliamo le parole, finiamo per abolire i concetti. La complessità del mondo, sempre più grande nella nostra epoca, è rovesciata nel suo contrario, la riduzione elementare. Il segno deve essere veloce, possibilmente unico. Monosillabi non scritti. Semplici strumenti funzionali, destituiti della bellezza, dell’armonia, dell’arte della parola. Osserva giustamente la Fondazione bancaria che vi è coincidenza sempre maggiore tra la comunicazione orale e la parola scritta, a cui gli emoticon fornirebbero supporto e persino arricchimento. È una triste verità. Parliamo “male” e scriviamo peggio. Finiamo per avere necessità di una stampella comunicativa in forma di immagine in quanto non sappiamo più rendere con le parole risvolti e complessità del nostro mondo interiore.

Nello stesso tempo, esso deperisce, si scarnifica per la perdita del lessico. Non usciamo più dal recinto delle sensazioni e delle emozioni, per le quali basta il significante minimo dell’emoticon, supporto di uno smarrimento materiale – impoverendo il vocabolario non siamo più in grado di esprimere compiutamente idee e concetti, né descrivere fatti, riassumere letture, raccontare e concettuale – l’immagine, il colore, il flash immediato colpiscono l’istinto, la sfera superficiale, ma non hanno relazione con la profondità e nemmeno con l’estensione dell’animo umano.  Si penetra a passi veloci in un territorio inquietante, quello della de-umanizzazione, la regressione della creatura umana a puro riflesso. Torniamo indietro, a una forma sofisticata e postmoderna di primitivismo. In un’epoca drammaticamente privata di simboli, ritorna il simbolismo nella forma elementare, descrittiva di emozioni alle quali è sottratta la dimensione della sensibilità, della profondità, della sfumatura. Mille colori per un mondo sempre più in bianco e nero. Come si tradurrà, in emoji, “nel mezzo del cammin di nostra vita?”

«Non avrai altro Dio all’infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è sotto le acque» (Esodo 20,4)

«Se in principio era il verbo, alla fine è l’immagine. Un’evidente regressione, un ritorno a fasi della condizione umana “prelogiche”, con il linguaggio di un antropologo oggi bistrattato», Lévi Bruhel!

L’emoticom, inoltre, nonostante la sua nascita giapponese, non ha la forza simbolica né il senso sacrale dell’ideogramma, non rimanda a parole concrete, principi generali. È una sorta di decalcomania dell’emozione, veloce e dunque transitoria, liquida come vuole il vangelo postmoderno. Inoltre, dissolve un principio essenziale della comunicazione umana, il collegamento “non tra una cosa e un nome, ma tra un concetto e un’immagine acustica” (Saussure). La prevalenza del codice visivo rende tutto più sottile, e determina altresì un soggettivismo a cui la parola detta, capita, introiettata si sottrae, conferendo oggettività. Termina, per dirla con T.S. Eliot(6), “l’intollerabile lotta con le parole e il loro significato”, che è entusiasmante sfida con noi stessi e gli altri.

«Se in principio era il verbo, alla fine è l’immagine. Un’evidente regressione, un ritorno a fasi della condizione umana “prelogiche”, con il linguaggio di un antropologo oggi bistrattato», Lévi Bruhel.

L’emoji, dunque, è la non-parola dell’anno. Usiamole, per carità, emoticon e faccine, talvolta sono più divertenti e pregnanti di verbose argomentazioni o imbarazzate giustificazioni. Sanno essere anche simpatiche, creano una corrente di complicità, qualche volta fanno ridere di gusto e perfino commuovere. Ma l’uomo, la sua complessità, l’universo che ciascuno racchiude in sé, è un’altra cosa. E soprattutto, ha bisogno della Parola, del Logos. Si può pensare solo con le parole. Per questo le parole dominano il mondo e le idee appartengono, nella loro azione diretta, alle parole. Probabilmente per questo ci tagliano la lingua e la sostituiscono con le innocenti faccine del telefonino.

Per noi la parola dell’anno, o dei primi vent’anni del Terzo Millennio, è dominio. Pensiamoci: se non siamo capaci di esprimerla con parole nostre, consultiamo l’apposita app: c’è sicuramente un emoji per evocare il concetto di dominio. Per ora, accontentiamoci di capire. Domani, chissà, torneremo a parlare.

Roberto Bonuglia

 

 

Note

  • (1) Emoj deriva dal giapponese 絵文字, composto di “e” (immagine) e “moji” (lettera, carattere). Il significato italiano più vicino è pittogramma. Ma difficilmente sentirete qualcuno chiamarli così. È un’evoluzione del linguaggio e – in un certo senso – la si potrebbe considerare una lingua scritta a se stante.
  • (2) Ferdinand de Saussure (Ginevra, 26 novembre 1857 – Vufflens-le-Château, 22 febbraio 1913) è stato un linguista e semiologo svizzero. È considerato uno dei fondatori della linguistica moderna, in particolare di quella branca conosciuta con il nome di strutturalismo. Mostrò fin dall’infanzia un’intelligenza viva e precoce, soprattutto in ambito linguistico. Compì studi di chimica e fisica nella città natale. Quando infine decise di dare seguito alla propria passione per gli studi filologici, studiò all’Università di Lipsia e alla Friedrich-Wilhelm-Universität di Berlino.
  • (3) Charles Sanders Peirce (Cambridge, 10 settembre 1839 – Milford, 19 aprile 1914) è stato un matematico, filosofo, semiologo, logico, scienziato e accademico statunitense. Conosciuto per i suoi contributi, oltre che alla logica anche all’epistemologia, Peirce è stato un importante studioso, considerato fondatore del pragmatismo e uno dei padri della moderna semiotica (o teoria del segno, inteso come atto di comunicazione). Negli ultimi decenni il suo pensiero è stato fortemente rivalutato, fino a porlo tra i principali innovatori in molti campi, specialmente nella metodologia della ricerca e nella filosofia della scienza.
  • (4) Paul Virilio (Parigi, 4 gennaio 1932 – Parigi, 10 settembre 2018) è stato un filosofo, scrittore, urbanista, teorico culturale ed esperto di nuove tecnologie francese, noto principalmente per i suoi scritti sullo sviluppo della tecnologia in relazione alla velocità ed al potere, con vari riferimenti all’architettura, l’arte, la municipalità e le forze armate.
  • (5) George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), è stato uno scrittore, giornalista, saggista, attivista e critico letterario britannico. Conosciuto in vita come un giornalista e opinionista politico e culturale, oltreché prolifico saggista ed attivista politico-sociale, Orwell è generalmente considerato uno dei maggiori autori di prosa in lingua inglese del XX secolo. La sua grande fama è dovuta in particolar modo anche a due romanzi, scritti verso la fine della sua vita negli anni quaranta: l’allegoria politica de La fattoria degli animali ed il distopico 1984, che descrive una così vivida realtà fantapolitica e fantascientifica totalitaria da aver dato luogo alla nascita dell’aggettivo «orwelliano», oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero. «I cattolici gli rimproverano la mancanza di Dio e le punte anticlericali, i laici il suo riserbo costante e il sentimento dell’apocalisse. A me pare che Orwell sia scrittore da ricordare a lungo, e che nella parabola della sua vita abbia toccato molti punti di verità.» (Geno Pampaloni)
  • (6) Thomas Stearns Eliot, noto come T. S. Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965), è stato un poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense naturalizzato britannico. Premiato nel 1948 con il Nobel per la letteratura, è stato autore di diversi poemi, alcuni dei quali destinati al teatro: Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, La terra desolata, Gli uomini vuoti, Ash Wednesday, Quattro quartetti, Assassinio nella cattedrale e Cocktail Party. È stato autore inoltre del saggio Tradition and the Individual Talent.

 

Fonte Wikipedia

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia

 

 

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