Scuola e società

«Empatia o indulgenza? La scuola che ha paura di dire no»
Tra voti regalati, famiglie sempre più esigenti e docenti delegittimati, l’educazione rischia di trasformarsi in una rassicurazione permanente
Redazione Inchiostronero
«L’educazione comincia nel momento in cui qualcuno
ci insegna che non tutto ci è dovuto.»
La denuncia di un’insegnante recentemente licenziata ha riacceso un dibattito che da anni attraversa la scuola italiana. Secondo la docente, il sistema scolastico avrebbe progressivamente rinunciato alla propria funzione educativa per inseguire un obiettivo più semplice: evitare conflitti. «Si regalano voti per comprare il silenzio e la tranquillità delle famiglie», ha dichiarato.
Al di là delle circostanze specifiche del caso, che andrebbero valutate con prudenza, la vicenda pone una domanda che riguarda tutti: che cosa significa oggi educare?
Per molto tempo la scuola è stata considerata il luogo in cui si imparava non soltanto a leggere, scrivere e fare di conto, ma anche a confrontarsi con i propri limiti. L’insufficienza non era vista come una condanna morale, bensì come il segnale che un percorso richiedeva maggiore impegno. Lo studente poteva sentirsi deluso, talvolta perfino frustrato, ma quella delusione faceva parte dell’apprendimento.
Oggi il clima appare diverso. In molti istituti il voto negativo viene percepito come un problema da evitare piuttosto che come uno strumento educativo. Le contestazioni delle famiglie sono sempre più frequenti. I dirigenti scolastici devono gestire tensioni, ricorsi e malumori. Gli insegnanti, spesso lasciati soli, avvertono la pressione di una cultura che considera ogni giudizio critico una forma di ostilità.
Così accade che la valutazione venga progressivamente addolcita. Non perché gli studenti siano diventati improvvisamente più preparati, ma perché il conflitto viene considerato il male maggiore.
Eppure una scuola che non sa più dire no rischia di perdere la propria funzione.
Negli ultimi decenni la parola empatia è diventata una delle più utilizzate nel linguaggio educativo. Comprendere gli studenti, ascoltare le loro difficoltà, valorizzare le fragilità sono certamente aspetti importanti. Nessuno auspica il ritorno di una scuola autoritaria o umiliante. Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra empatia e indulgenza.
L’empatia autentica consiste nel comprendere una difficoltà senza negarla. L’indulgenza, invece, consiste nel fingere che quella difficoltà non esista.
Promuovere uno studente impreparato può apparire un gesto di benevolenza nell’immediato. In realtà rischia di trasformarsi in un danno differito. Prima o poi il principio di realtà presenta il conto. All’università, nel mondo del lavoro o nella vita quotidiana, le competenze richieste non possono essere sostituite dalle buone intenzioni.
Una società matura dovrebbe aiutare i giovani a sviluppare strumenti per affrontare la realtà, non costruire una realtà artificiale per proteggerli da ogni possibile frustrazione.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto la scuola. È il riflesso di una trasformazione culturale più ampia. Viviamo in un’epoca che fatica a tollerare il fallimento. Tutto deve essere immediato, gratificante e positivo. Il linguaggio stesso tende a eliminare le parole scomode. Si preferisce parlare di disagio piuttosto che di errore, di percezioni piuttosto che di responsabilità, di benessere piuttosto che di crescita.
Ma crescere significa inevitabilmente confrontarsi con ostacoli, limiti e sconfitte.
La vera educazione non consiste nell’evitare ogni ferita simbolica. Consiste nel fornire gli strumenti per affrontarla. Un insegnante che assegna un’insufficienza motivata non sta necessariamente punendo uno studente. Potrebbe, al contrario, stargli offrendo una delle lezioni più importanti: comprendere che il miglioramento nasce dal riconoscimento dei propri limiti.
Naturalmente questo richiede autorevolezza, una qualità sempre più rara. L’insegnante non può essere ridotto a semplice erogatore di servizi né trasformato in un funzionario incaricato di distribuire soddisfazione. Se ogni giudizio deve essere negoziato, contestato o addolcito, l’educazione si trasforma in una finzione condivisa.
Forse il punto non è stabilire se quella docente abbia ragione o torto. La questione più interessante è un’altra. Una società può ancora educare se ha paura di deludere?
Finché non troveremo una risposta a questa domanda, continueremo a confondere la comprensione con la rinuncia, la sensibilità con la debolezza e l’empatia con l’incapacità di dire la verità.
E una scuola che non riesce più a dire la verità ai propri studenti rischia di preparare cittadini fragili per un mondo che fragile non è.
