La pubblicistica recente ci ha abituati a vedere la realtà come ‘narrazione’

Cappuccetto Rosso – Gustave Doré – 1862, olio su tela

ENARRATIONES


La pubblicistica recente ci ha abituati a vedere la realtà come ‘narrazione’. L’abuso di questo termine ne ha certo volgarizzato il senso, privandolo delle sue implicazioni più radicali. D’altro canto, ha attirato la nostra attenzione su questa radice occulta – il narrare – da cui par nascere l’intera vicenda umana.

Quando leggono che “in principio era il Verbo” molti credono si alluda a un tempo remoto. In realtà, ‘principio’ allude qui al Logos come fondamento. In modo analogo, nella metafisica cinese, Tao, la Via, è anche discorso. L’essere emerge e diviene presente a sé stesso nella parola. Questa narrazione primigenia esprime uno stato di consapevolezza. ‘Gnarus’, da cui narrare, significa appunto consapevole. Ancor oggi diciamo ‘ignaro’ chi non sa.

“Raccontami una storia”, chiede il bambino. Vi è, in questa richiesta, il desiderio di conoscersi, di sapere e di creare un ordine interiore. L’essere vuole comprendersi, trovare in sé un senso e una verità. Ma la parola non è semplice spiegazione, è creazione, è un ‘fare’ il mondo. Probabilmente è solo un caso che parlare, in latino, sia ‘fari’, ma tale assonanza è illuminante.

In genere si parla oggi di narrazioni ufficiali o alternative. Le prime formano la trama del pensiero comune. Il loro veicolo sono i principali organi di informazione e propaganda: media, scuole, chiese, istituzioni. Le seconde, che danno diverse interpretazioni dei fatti, hanno diffusione più limitata e sono solitamente soggette a forme di repressione.

Insieme, formano lo strato più esterno, sociale e collettivo, della narrazione. Ognuno dei due fronti opposti avoca a sé la prerogativa di raccontare la ‘realtà’, smentendo le narrazioni altrui. Questa dicotomia non è per altro un fenomeno nuovo. Esprime un dissidio storico tra i dogmi del Potere e la pretesa alla libertà d’espressione di alcune minoranze.

Tale conflitto pare debba inevitabilmente risolversi a favore dei più forti. Ma questo non significa che le narrazioni dominanti ci raccontino la verità, e che non siano invece stupidaggini, o tentativi deliberati di ingannarci. All’uomo ‘ignaro’, perplesso, si pone così un dilemma spinoso.

Alcuni lo affrontano intellettualmente, altri si schierano per convenienza. Ma per i più vale il principio dell’assenso inconsapevole, legato a suggestioni emotive, scarsamente illuminate dalla ragione. Come bambini, pendono dalle labbra di qualche ‘autorità’ che narra loro delle storie.

Del resto, la nostra credulità si sviluppa assai prima della nostra razionalità e ne è in certo modo il fondamento. Credo ut intellegam (devo credere per capire) precede l’intelligo ut credam (devo capire per credere).

Quando ascolta una fiaba, il bambino sa che quei fatti appartengono alla dimensione dell’immaginario. Capisce che il drago e il gatto di casa esistono su piani diversi di realtà. Tuttavia, resta nel suo animo un oscuro sedimento, dove orchi, streghe, lupi cattivi vivono insieme a fate, maghi buoni, bacchette magiche, dove si mescolano timori e speranze irrazionali.

Crescendo, il realismo prevale. Forse vergognandoci della nostra infantile credulità, pretendiamo infine la verità dei fatti, la concretezza, la storicità. Ma anche nell’adulto che si crede razionale rimane un luogo di inamovibili superstizioni. Resta in lui il bisogno di trovare chi gli racconti storie, qualcuno più sapiente di lui che lo rassicuri e lo faccia fiduciosamente scivolare nel sonno.

Il problema è che, a differenza del bambino, l’adulto confonde totalmente fiaba e realtà. Crede che democrazia, libertà, progresso sociale, verità scientifica ecc. esistano realmente, e conferisce loro natura molto più concreta di quella che un bambino assegna a draghi volanti, incantesimi o animali che parlano.

La nostra inclinazione a credere più che a riflettere è del resto nota e ampiamente sfruttata da chi vuol manipolare le nostre idee e orientare i nostri giudizi. Dalla religione alla storia, dalla pubblicità alla politica, per giungere oggi alle pandemie, ai vaccini, ai cambiamenti climatici, da sempre il Potere cerca di dirigere secondo i suoi scopi l’immaginazione del bambino che è in noi.

Ora, benché saperlo possa indurre una salutare diffidenza, non ci aiuta a riconoscere la differenza tra fantasia e realtà, tra falso e vero. Tale questione è però mal posta, perché presume a priori vi sia qualcosa di reale, di vero. E questo potrebbe essere un pregiudizio.

Qualcuno forse ricorderà il film Rashomon, di Akira Kurosawa, in cui diversi testimoni davano di uno stesso fatto versioni differenti. Tali divergenze, di cui ognuno di noi ha personale esperienza, possono essere imputabili all’influsso della prospettiva, a pregiudizi più o meno consapevoli, alla memoria, all’intenzione di falsificare ecc. È questa la ragione per cui ogni storiografia, ogni resoconto di fatti, è sempre sospetto.

Ma ogni narrazione ci pone in realtà un problema più fondamentale, ossia il sospetto che un fatto non possa esistere in sé ma che sia sempre il prodotto di una interpretazione. A ciò allude il vecchio dubbio zen: se un albero cade dove nessuno lo può sentire, fa rumore? Sembra ovvio rispondere sì. Tuttavia, il rumore è fenomeno legato a un apparato uditivo. Non può esservi suono senza orecchio, né esisterebbe la luce se non vi fossero occhi. Così, non vi sarebbe alcuna ‘realtà’ senza una mente che la percepisce.

Noi crediamo che la luna, le stelle, le montagne, esistano senza bisogno che noi le guardiamo, ovvero che le cose esistano anche se ne ignoriamo l’esistenza. Ma questa è solo un’interpretazione di fatti attinenti alla nostra coscienza. Se ci atteniamo alla nostra esperienza dovremmo credere piuttosto che realtà e coscienza coincidono. Pensare che una realtà esista indipendentemente dal pensiero sarebbe un’evidente contraddizione.

Ad esempio, Socrate non pensava che il suo raffreddore dipendesse da un ‘virus’. Noi siamo certi invece che i virus esistessero già allora, che Socrate lo sapesse o no. E Socrate poteva contrarre un’infezione virale pur ignorandone la causa ‘reale’. Tuttavia, tra duemilacinquecento anni il ‘virus’ forse non esisterà più, perché daremo un’altra interpretazione dei fatti. I nostri paventati ‘contagi virali’ appariranno allora mere fantasie.

Tutti i nostri pensieri, siano di natura spicciola, quotidiana, o vaste e sistematiche speculazioni, sono riflesso di un Logos che crea, si racconta, si spiega a sé stesso. L’esistenza di Dio, del mondo, di leggi naturali, la nostra stessa esistenza, non sono che figure narrative in cui il pensare, l’essere e il creare coincidono.

Io le chiamo enarrationes, per distinguerle dall’accezione mediatica e ormai molesta del termine. Sono discorsi interiori, il nostro modo di scrivere la realtà e commentarla. I nostri stessi sogni, cosa sono se non delle glosse a margine della vita? L’essere zampilla sempre nuovo dalle nostre narrazioni. Se interrompessimo questo flusso narrativo, come accade nel sonno profondo, l’universo ci apparirebbe vuoto, immerso in un abissale silenzio. Anzi, non ci apparirebbe affatto. Non potemmo dirne più nulla, neppure che non esiste, perché questa sarebbe ancora una narrazione.

Ogni cosa esistente – acqua, pietre, alberi, animali, persone – narra qualcosa, ci parla. Le voci si mescolano, creano una complessa polifonia. Nella narrazione umana mi pare tuttavia si possano distinguere due piani complementari, che io chiamo verba e scripta. I primi hanno carattere più conscio e intellettuale, aleggiano sulla superficie dello spirito, senza influire significativamente sul nostro carattere, sui nostri sentimenti profondi. Tali sono sovente le nostre idee morali, politiche, religiose, filosofiche, scientifiche ecc. Gli scripta al contrario sono incisi nei tessuti profondi del nostro essere, ne decidono il temperamento, i talenti, la vita affettiva, le malattie, il destino.

verba sono in sostanza le narrazioni ufficiali con cui ogni persona si racconta agli altri o a sé stessa. Sono canovacci a volte ingenui, spesso maschere dietro cui stanno altre maschere. Gli scripta – ossia il vero volto dell’uomo – hanno invece natura criptica e inesplicabile. Precocissimi imprinting, scritture genetiche, retaggi di vite passate. Rivelano istinti e pulsioni, emozioni, misteriose intuizioni. Sono ciò che alcuni definiscono ‘inconscio’, o che gli indù dicono vasana.

Quando san Paolo dice “rivestitevi dell’uomo nuovo, rinnovate la vostra mente”, credo lo si debba intendere come una revisione radicale degli scripta, di queste latenti, sotterranee narrazioni. Una riscrittura del fondamento non è tuttavia realizzabile attraverso la volontà o la ragione. Avviene sotto la spinta di eccezionali esperienze, di forti sommovimenti interiori, di maturazioni dolorose, o forse per grazia. Di fatto, ogni conversione di tale portata è un mistero. Per converso, cambiare i verba non è sostanzialmente diverso dal mutar d’abito o la tappezzeria.

Ma, si dirà, se la realtà fosse solo narrazione, non si perderebbe ogni distanza tra il reale e l’immaginario, tra il vero e il falso? Non v’è una differenza sostanziale tra l’acqua di un miraggio o semplicemente sognata e l’acqua reale, che possiamo bere? Sì, ma questo attiene a un problema di coerenza. L’acqua di un miraggio è anch’essa reale finché non delude la nostra aspettativa di dissetarci, ovvero finché non si dimostra incoerente con la nostra consueta narrazione di ‘acqua’.

Ogni discorso richiede infatti un’intrinseca armonia. Se due racconti si confutano a vicenda dobbiamo sacrificarne uno, o entrambi. Il nostro affabulare tende, idealmente, a un principio di non contraddizione. Potremmo perciò definire ‘vera’ una narrazione i cui elementi non entrano in conflitto tra loro o con altre narrazioni ricavate dall’esperienza e dal ragionamento.

Ma le nostre enarrationes non poggiano solo su criteri verbali, matematici o deduttivi. Contengono i nostri magmatici scripta, si radicano in giudizi più complessi e in recessi impenetrabili, in ciò che definiamo ‘la nostra umanità’. Per questo convivono in noi enarrationes contraddittorie. Come dice Walt Whitman: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini”.

I nostri racconti sono ambigui perché gli elementi emotivi non si armonizzano con quelli logici. Ovvero, perché la logica dell’inconscio segue vie diverse rispetto alla razionalità.  Verba e scripta entrano così in conflitto, i primi cercano di nascondere o ‘rimuovere’ i secondi. La nostra narrazione assume così un carattere di insincerità, diventa quello che oggi si dice una ‘nevrosi’.

Tale condizione psichica si ripropone e si amplifica nelle dinamiche di gruppo. Le nostre istituzioni politiche e religiose, la nostra etica, la cultura, l’informazione, la comunicazione di massa, sono i nostri verba collettivi, le narrazioni di una società in cui si assommano le storie nevrotiche dei singoli individui.

Sotto, sorta di inconscio amorale, a decidere del destino del mondo, stanno gli scripta delle potenti corporations, degli imperi finanziari, delle logge di potere, di organismi militari, di ineffabili servizi segreti. Grandiose rappresentazioni del male, che narrano della nostra sete di dominio, della nostra aggressività, degli insaziabili egoismi.

Perché a ispirare le nostre enarrationes sono essenzialmente la Fame e la Paura, eterne compagne e muse di ogni vita senziente. Fame è desiderio, ambizione, avidità, non importa se di natura materiale, erotica o spirituale. Paura è perdita, ferita, distacco, morte, e anche qui poco conta se di carattere fisico o simbolico.

Così, anche oggi, sottese alle nostre narrazioni, vi sono da un lato la fame del lupo e dell’orco, la brama di potere di maghi malvagi o di re crudeli, e dall’altro la paura dell’agnello, del bambino, della vittima. Sotto il tono mellifluo di certe favole a tinte rosee o arcobalenanti – il progresso, i diritti civili, l’accoglienza, l’inclusività ecc. – ombre nere e spaventose si allungano e incombono sul futuro dell’umanità.

Narrazioni diverse lottano tra loro, si contraddicono, si elidono, ci opprimono con le loro monotone ossessioni. Si accavallano, si confondono, intasano ogni nostro spazio interiore, distruggono ogni salvifica oasi di silenzio. Tale proliferazione di storie equivoche e angoscianti ci sottopone a uno stress narrativo senza precedenti.

Quanto nelle enarrationes correnti induce alla calma, alla gioia, alla fiducia? Ben poco, e anche quel poco sempre frammisto a turbamenti e dubbi tormentosi. Credo sia questo il fondamentale problema della nostra epoca. Nessuna narrazione ci dà più speranza. Al massimo ci ammalia con false promesse, con fiabe incongruenti, da cui restiamo fatalmente disillusi.

Un bambino protesterebbe, imporrebbe una correzione, esigerebbe coerenza. Ma l’uomo di oggi non ha concentrazione, memoria, senso critico. È saturo di storie assurde e senza valore, che vengono trasfuse in lui con ripetuti enteroclismi cerebrali. Operazioni purgative cui si piega passivamente e che provocano solo una sorta di diarrea morale e intellettuale.

Ribellarsi a questo sistema, rifiutare narrazioni usate come strumento di dominio delle nostre coscienze e delle nostre vite, è un compito ineludibile. È importante capire che attraverso le enarrationes possiamo creare una nuova realtà, dare un nuovo senso alle cose. Serve però una nuova consapevolezza.

Dobbiamo mettere ordine nelle nostre narrazioni, portare armonia tra verba e scripta. Solo uscendo dalle nostre nevrosi possiamo guarire il fondamento di una società nevrotica. Non dobbiamo cercare una verità teorica ma esistenziale, un valore ultimo da custodire con la nostra sincerità e la nostra integrità personale.

Dovremmo, narrando, uscire dalla nostra condizione di essere ignari. Nel suo senso più lato questo significa aprirsi alla comprensione dell’infinito che è in noi, luogo e presupposto di ogni narrazione. «Anima mia, librati su questa folla ignara, libero uccello immergiti nel cielo spalancato» scrive Marceline Desbordes-Valmore. Perché l’uomo è un abisso. V’è in lui una profondità, o un’altezza, che lui stesso ignora. Ma l’anima non può sempre volare, deve anche posarsi sui rami della vita e cantare.

In questo canto vita e fiaba si fondono. In entrambe v’è infatti qualcosa di magico e sovrannaturale. Anche la vita è d’autore ignoto, si perde nella notte dei tempi. Come la fiaba, ci impone di superare prove, sfuggire a insidie e tranelli, risolvere enigmi, affrontare esseri malvagi. Punisce gli stupidi, i pigri, i codardi.

Entrambe, vita e fiaba, contengono un messaggio iniziatico. È qualcosa che ci spaventa, ma insieme promette di “vivere per sempre felice e contento” a chi, cogliendone il senso, divenga più saggio. Ogni bambino vorrebbe essere un principe, ogni bambina una principessa. Ma poi, per qualche ignoto, increscioso motivo, molti si ritrovano a recitar la parte del nano, del lupo, della strega, o di chi viene divorato. Scelta o destino? In ogni caso, ‘è scritto’.

“Raccontami una storia” dice il bambino. Ma noi tutti, nascendo, cominciamo un racconto. Il Logos, prendendo corpo, si fa storia. Tutto narra di Lui. «Solleva la pietra, e là mi troverai; spezza il legno, e io sono là». Tutto comincia così: “c’era una volta”. Chi c’era? Io. Io vado per mari, io ammazzo giganti, io trovo tesori nascosti. Infine, posando il nostro libro, come bambini, scivoleremo nel sonno. Lasceremo che il silenzio ci conduca verso quella verità che supera tutte le nostre narrazioni.

Livio Cadè

 

 

 

 

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