Chi pensa che dentro una tazzina ci sia semplicemente del caffè si sbaglia, e scoprirà che un mondo parallelo è pronto a svelarsi alla prima minima occasione. La tazzina di caffè lungo bevuta al bar diventa così la chiave per aprire la serratura di una porta, che dalla realtà porta all’irreale. Mija, una giovane alle prese della ricerca di se stessa, lì incontra persone inconsuete che le offrono la possibilità di fare voli pindarici verso un irreale che diventa reale, tra zone d’ombra dove la logica non vede ma l’illogico intuisce, dove Mija si perde per poi ritrovarsi. Il lettore ardito sarà risucchiato dagli episodi e, alla fine del racconto, farà proprie le esperienze introspettive di Mija.   

 

Episodi al bar. Della serie della tazzina di caffè lungo

Racconto

di

Ombretta Repetto

Jamais stresser le destin– mai stressare il destino

Mija aveva coniato questa frase all’età di 28 anni quando era in Francia in un noto laboratorio di biologia cellulare. Era convinta che non bisognasse alterare il proprio destino, imponendo cambiamenti troppo bruschi oppure impuntandosi su eventi che costantemente non capitavano. In allineamento con la teoria della sincronicità di Gustav Jung di cui lesse qualche scritto, Mija era convinta che più eventi in apparenza casuali fossero in realtà tra loro concatenati e che, alla fine, tutti portassero al delineamento di un destino prestabilito.
Un’altra frase particolarmente importante nell’esistenza di Mija era “Vivere consapevolmente”. La consapevolezza così come le era stata spiegata dal suo maestro di Hatha Yoga era indispensabile per godere appieno ogni istante della vita, a partire da quello più interiore e intimo della respirazione fino alla presenza di noi stessi come corpo e mente sulla terra.
Accompagnava questi capisaldi esistenziali con la nota frase “Conosci te stesso”, a causa della quale a 17 anni scelse di intraprendere gli studi universitari in Neurobiologia. Voleva iniziare da se stessa partendo dallo studio dell’invisibile, del microscopico seppur vivente, delle cellule e delle molecole.

Di aspetto bello ma cupa con lo sguardo profondo di chi ama immergersi nelle varie sfaccettature della vita, a quasi 30 anni Mija si apprestava ad affinare un suo stile di vita capitanato dal conosci te stesso consapevolmente senza stressare il destino, soprattutto il proprio.
Per fare questo, da qualche tempo si era convinta che le reti neurali alla base delle proprie facoltà cognitive dovessero essere stimolate da costanti input, tra cui l’essere il più possibile disponibile a conoscere persone nuove. Il social network più intrigante era quello che succedeva nella sua mente tra i suoi tanti pensieri e non vi era altro desiderio di confrontarsi con altre persone ed altri network. Al virtualismo preferiva il palcoscenico della vita reale, dove poteva ascoltare i toni delle frasi, osservare volti ed espressioni degli interlocutori ed, eventualmente, intervenire coi fatti oltre che con le parole.

Tra i luoghi pubblici in cui Mija amava applicarsi nel proprio galleggiamento esistenziale frammisto di incontri, vi era il bar davanti a una buona tazzina di caffè, che amava lungo. Se la vita era fatta di rituali quotidiani, quello del caffè ne era uno dei più vantaggiosi, sia per l’effetto energizzante della caffeina – Mija apparteneva al popolo dei nottambuli che al mattino lottava con la sveglia – sia per l’opportunità di condividerlo con altre persone con cui, per l’appunto, scambiare istanti di vita.

A forza di frequentare ogni giorno il bar, Mija raccolse una lunga serie di episodi con parte dei quali iniziò a scrivere compulsivamente il proprio diario di bordo. Alcuni di questi scritti sono riportati qui di seguito, anche se i più belli – si vocifera – Mija non volle mai renderli noti e si diletta a raccontarli solo di persona.

Episodio 1: “Modalità”

Se ne avessero chiesto pochi anni fa il significato, Mija non avrebbe saputo rispondere. Ora, invece, non solo lo sapeva ma, appropriandosi del termine, ne creava anche dei nuovi.
Quella mattina, per esempio, la modalità che abbracciava il sole nascente era “FN”, ovvero “Fare Niente”. In questa vita caotica che impone a ognuno il dover fare qualcosa, che infarcisce i neuroni di bignè ripieni di doveri, ambizioni, sogni e paure, per Mija il “fare niente” era sinonimo di controtendenza, di vita leggera, e del vivere la vita per il solo gusto di vivere.
Se non fosse che vivere fosse binomio di spendere, per cui occorreva guadagnare, lavorando.
Quella mattina, si era trascinata al bar come strattonata da una fune tirata dal suo amato e fedelissimo caffè. Sorseggiando la sua solita tazzina di caffè lungo, una mano posata sul bancone e l’altra tra la sua fitta chioma di capelli, Mija realizzò che avrebbe potuto inventarsi quale nullafacente-bevitrice-di-caffè in modalità FN.
Mija era caffeine-addicted. Si era autodiagnosticata questa malattia e ne era fiera.
Nel pieno di queste scoperte esistenziali di spessore, fu scossa da una voce accanto a sé: «Non imparerò mai a berlo. Non mi piace abbastanza». Sgranando gli occhi, Mija vide un ragazzino e in più realizzò che stava parlando proprio a lei, la cosa implicando anche una sua risposta: «Cosa dici ragazzino? Cosa non ti piace?» allora chiese senza troppo trasporto.

«Il caffè non mi piace. Si socializza attorno a un caffè, nascono idee, si condividono attimi, si ammazza il tempo. Ed io rimarrò escluso, se non imparo ad apprezzarlo come rituale sociale».
Mija d’un tratto si immaginò dentro una tragedia greca: il ragazzino serio escluso dal caffè-network sceglieva la vita da eremita, al cospetto di bevitori di tisane floreali ayurvediche.

«Ma che dici! Non sarà mai che ti si escluda solo per questo. Puoi frequentare i bar anche se non bevi caffè. Poi magari col tempo, ti piacerà. Chissà».
Il ragazzino – può essere una vita così giovane così profondamente melodrammatica? – la guardò con occhi misti di commozione, ma ancora più provata era Mija. Quel ragazzo aveva interpretato in chiave sociologica il concetto più puro e profondo del caffè, sviscerandone l’animo nobile di collante sociale.

Mija era sicura che la modalità FN al bar bevendo caffè fosse la sua mission: salvare animi disperati, come quello di un sofferente giovane non-amante-del-caffè, obbligato dalla società a berlo per non sentirsi escluso. Forse avrebbe dovuto dirgli che c’erano diverse alternative: caffè lungo, corto, liscio, corretto (no quello no, non prima dei 20 anni), macchiato latte, macchiato soia, cappuccino normale, cappuccino nero, marocchino, etc…

Poi, persasi nel caffeine-world, rinsavì ricordandosi che doveva andare a lavorare.
Modalità FN disattivata e caffeina in corpo, era pronta ad attivare la modalità LIC (Lavoratrice Impegnata Caffeinizzata) – ovviamente da distinguere da quella LINC, Lavoratrice Impegnata Non Caffeinizzata -.

La vita di Mija era un’alternanza di modalità e tazzine di caffè lungo.

Episodio 2: “Galleggiante”

Proposito del dì: galleggiamento emotivo.
Il nuovo giorno di Mija iniziava nell’ottica propositiva dell’applicazione nella pratica della sua teoria del “galleggiamento emotivo”, che vedeva le emozioni paragonate a tanti galleggianti su un velo d’acqua. Le emozioni fluttuavano imperturbabilmente.
Una miscela di quiete e benessere interiore la pervadeva, dandole una misteriosa spinta ad immergersi con energia nella mattinata, senza essere perturbata nel suo galleggiamento esistenziale.

Mentre beveva con gusto la sua solita tazzina di caffè lungo, stava per l’appunto ripassando il concetto del “galleggiare”, quand’ecco che delle voci accanto le carpirono l’attenzione. Come dire: uno dei suoi galleggianti emotivi venne strattonato.
Più che voci erano mormorii sommessi tra due uomini, di cui uno ascoltava mentre l’altro parlava concitato.

La voce del tizio per quanto bassa, allorché si agitava, prendeva velocità e, mugugnando a denti stretti il nome di una donna (una certa Natalie), prendeva degli strani acuti simili ai cigolii di una maniglia arrugginita, ed era tutto un: «N-n-non mi fare diiiire cose che poi miiii pento… N-n-on ciiiii credo ancoooora! N-n-non lo avrei maiiiiiiii immaginato…».

E poi, tutto d’un tratto, tra un mormorio, un bisbiglio, un rantolio e cigolii vari, un BUMMM!!! echeggiò accanto a Mija, il tizio esplodendo con un bel pugno ben dato sul bancone.
Nel mentre che sul bancone tutti i cucchiaini vibrarono sui piattini dei caffè, Mija ebbe l’impressione di sentire un macigno scagliato sull’acqua in cui le sue emozioni stavano galleggiando, causando un’ondata che le sommerse tutte.

Dopo il boato, il silenzio calò.
Di colpo, tutto il locale fu travolto da un’onda di caffè e per fortuna che un cliente distratto lasciò la porta aperta, giacché tutto il caffè poté uscire da lì, tutti i clienti rischiando di annegare.
L’applicazione del galleggiamento emotivo vide la morte ancora prima della vita. Amen. Non per quello però Mija desistette dal farla sua in un’altra mattinata.
Si volse verso il signore e gli chiese, mentre qualche pesce usciva fuori dalle tasche di pantaloni, camicie, scarpe e maniche, se lui fosse capace di nuotare.
E lui: «Ma che domanda mi fa?»
E lei: «Vede sa, il suo pugno mi ha agitata emotivamente e tutte le mie emozioni, che stavano galleggiando quiete, ora sono state sommerse. Mi tocca andare a recuperarle».
E lui: «Ma se galleggiavano, com’è che stanno a fondo ora? Torneranno su, no?»
E lei, imperterrita: «Sa pescare ? Magari con la canna le si recupera».
E lui: «Una rete per pesca a strascico ce l’ho. Facciamo che domani l’aiuto, volentieri. Anzi, mi scuso dal profondo per averle inondato la sua quiete».
Mija lo ringraziò e poi, nel percorso verso il lavoro, si trovò ad ammettere – un altro pesce uscendo da una tasca – che ‘sta teoria del galleggiamento emotivo necessitasse di parametri più stringenti per tenere più ferme le emozioni sul velo d’acqua. Era già un punto a suo favore che non soffrisse di mal di mare.
Ma questo è l’inizio di un altro racconto.

Episodio 3: “Mr. Cappello”

La nuova giornata stava prendendo una bella piega dal momento che il cielo era terso e Mija era arrivata al bar con la mente beatamente priva di qualsiasi pensiero se non quello di bersi un caffè.
Ordinò quindi la sua solita tazzina di caffè lungo ed assunse l’espressione del tipico cliente trasognato in attesa di vedere il cameriere posare il suo ordine sul bancone.

Fece per voltare lo sguardo per osservare le sembianze degli altri clienti al bancone (giacché era arrivata col tempo a considerare un segno di educazione degnare anche solo di un piccolo incrocio di occhi le persone con cui condivideva un modesto spazio pubblico), quand’ecco che il signore accanto a lei sembrò non vederne l’ora.

Infatti, rivoltogli una frazione infinitesimale di attenzione, lui iniziò subito a parlarle. Nel mentre che il suo buon caffè lungo le fu servito, il signore, che indossava un cappello all’americana, esordì: «Ah, guardi che giornata! Se lei pensa che nel 1957 qui c’era un metro di neve. Me lo ricordo bene già… Non ero che un ragazzino di 14 anni ma ne spalavo di neve, sa».
La mente di Mija si inondò all’istante di pensieri, giacché, se le si danno data ed età, di getto i suoi neuroni si catapultano sui calcoli. Sgranò gli occhi e gli disse: «Se la porta bene la sua età, complimenti!», l’aroma di caffè rendendo l’atmosfera alquanto meditativa.
E lui, che per praticità chiameremo Mr. Cappello, continuò: «Tutta la piazza era piena di spalatori, non c’erano altri mezzi sa allora.., ed io, che ero piccolo, ero lì e facevo il possibile. A 7 anni facevo quel che potevo, sa».
Ed ecco che allora Mija si bloccò. Forse assunse la posizione di uno struzzo con il collo lungo mentre deglutì la saliva andatale per traverso perché, rifatti i calcoli, lui risultò avere un’altra età. «Mi scusi, ma lei prima non aveva detto di avere 14 anni quell’anno?»,trasalì intanto che fiocchi di neve sembravano scendere dal soffitto copiosamente invadendo tutto il bar, tanto che persino Mr. Cappello aprì l’ombrello per non esserne invaso (ma non c’era il sole fuori?).
Mija non capiva se fosse un sogno o una realtà, sebbene la voce di Mr. Cappello fosse chiaramente udibile e ripetesse: «Era il 1957 e c’era un metro di neve! Se lo ricordano tutti. Era un inizio di aprile pieno di neve. Io dovevo ancora nascere ma mia madre me lo raccontava ogni anno da quando ero un bimbo».
Dopo ciò, Mija capì che fosse giunta l’ora di scindere il cordone ombelicale con quell’uomo e lasciarlo andare per la sua via, prima che tutto il bar fosse ricoperto di neve.

Mija aveva evoluto col tempo l’idea che non importi solo ciò che si dice, ma anche il tono con cui lo si dice, che la buona educazione, alle volte, imponga di rivolgere frasi che la persona vuole sentirsi dire, senza necessariamente fare grandi conversazioni. Allora, dopo che Mr. Cappello chiuse l’ombrello, gli disse: «È un uomo fortunato, ed ancora di più lo sono stata io a incontrarla e scambiare due parole con lei». L’uomo la guardò e la salutò col sorriso, augurandole una buona giornata.

E poi Mija si avventurò carica di caffè nella nuova giornata. Era una fortuna che non nevicasse perché senza il suo ombrello, che aveva imprestato a Mr. Cappello, si sarebbe di sicuro bagnata.

 

Immagine: Edward Hopper,  I nottambuli, 1942 

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Ombretta Repetto
Carica altro Racconti d'autunno

2 Commenti

  1. Giovanna scozzari

    19 ottobre 2018 a 17:20

    Racconti che aprono le porte al mondo dei sogni. E come quando si fanno bei sogni e si vuole non finiscano troppo presto, così per questi racconti: uno tira piacevolmente l’altro, in una sensazione di salutare distacco dalla realtà quotidiana tanto diversa…

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    19 ottobre 2018 a 6:04

    Davvero piacevole!

    rispondere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *