Le narrazioni che prendono una curva a gomito o che subiscono un’accelerazione innaturale sono normalmente annunciate dalla formula “...ad un certo puntò: quella che manca, da almeno una decina di anni, alla storia di questo Paese

“Ragazza alla macchina da cucire” Edward Hopper

 

 

Il moto di un Grave uniformemente accelerato

Le narrazioni che prendono una curva a gomito o che subiscono un’accelerazione innaturale sono normalmente annunciate dalla formula “...ad un certo puntò”: quella che manca, da almeno una decina di anni, alla storia di questo Paese. Un avvitamento costante, alla velocità che assume un qualsiasi grave preso in ostaggio dal vuoto. La realtà e il sogno sono, però, divisi da una frontiera aperta, come ai tempi di Schengen. Credi di aver toccato il fondo, nel precipitare – le mani e le braccia che suonano un’arpa invisibile – e, invece, ti ritrovi che stai ancora volando. Gli occhi emettono urla subliminali. Hai già toccato il fondo. Mille volte di seguito. Come nelle pellicole che si sono incastrate nel proiettore. L’illusione del compimento che comporta quella di un nuovo inizio: ma è richiedere troppo.

Il fondo, fuor di metafora, è la semplice constatazione che stiamo sotto regime. Cosa vecchia, ma solo per pochi. L’autorizzazione a procedere contro Salvini, emessa da un sinedrio di matti, con la contestuale dispensa del signor Conte e di tutti i membri dei Governo gialloverde da ogni possibile addebito per le vicende dell’Open Arms, è un atto che scassa brutalmente l’articolo 95 della Costituzione, laddove è detto che “il presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”.

In un qualsiasi altro Paese questo ennesimo oltraggio alla Giustizia, compiuto in funzione di una precisa finalità politica, avrebbe scatenato la piazza: gli operatori della nettezza urbana starebbero ancora lavorando, da quel dì, per cancellare dai muri gli sbaffi neri delle barricate e dei fuochi.

Parliamoci chiaro: Salvini non corrisponde nemmeno lontanamente al mio ideale di capo: che è, poi, quello gelosamente custodito nel cervelletto degli Italiani, anche se nessuno lo ammette. Un uomo che studia. Le finestre, lasciate accese di notte, a palazzo Venezia, davano l’idea di qualcuno che stesse lavorando per il proprio popolo mentre questo dormiva. Nessuna immagine di De Gasperi ha suscitato maggiore rispetto di quella in cui lo statista trentino è ritratto mentre legge le carte, avvolto dalle fioche emissioni di un abat-jour. Andare in giro congiungendo le mani alla maniera dei buddisti, non paga. Non paga intrattenere le famigliole all’aperto con qualche amenità tratta dalla collezione di Reader’s Digest ereditata dalla vecchia zia.

Confermare un certo Gabrieli, un fedelissimo del PD, ai vertici della Pubblica Sicurezza, quando prendi possesso del Viminale, non solo non paga: ti fa passare per un incorreggibile fessacchiotto, lasciando all’osservatore il dubbio amletico se ci fai o ci sei, senza che sappia stabilire quale, delle due cose, sia la più grave.

Un fenomeno, che risale alla fine della Prima Repubblica, è la scomparsa delle sezioni di partito. L’osmosi tra le realtà territoriali e gli organi decisionali del partito avveniva lì, tra un bicchiere di spuma e un giro di briscola. Adesso i partiti sono dei busti privi di braccia e di gambe, ma questo è un lusso che può permettersi solo il PD, che si è strutturato, da vecchia data, per diventare regime, coi suoi boiardi distaccati nella TV di Stato, nelle banche, nelle filiere editoriali, nelle cooperative, negli archivi, nella Scuola, nelle Università, nella Magistratura, nelle Forze Armate e nei Servizi Segreti. Un’organizzazione reticolare, alla quale appartengono anche le “sardine”, piccoli pesci, quasi acefali, che sono stati addestrati per andare a rompere i “cosiddetti” al nemico – non all’avversario politico – che sta tenendo un comizio o sta presentando un libro. Sempre che non sia necessario alzare di qualche centimetro l’asticella per provocare lo scontro fisico. Allora, entrano in scena i “centri sociali“, con le maestrine che hanno imparato a sputare sui poliziotti (delle traiettorie ellittiche, impeccabili, come archi di trionfo) e coi figli dei partigiani che sanno come andare all’attacco, armati di bombe molotov, suddivisi in squadracce.

A fronte di questa formidabile macchina da guerra, alla quale potrebbero unirsi, alla bisogna, le truppe cammellate provenienti dall’Africa, c’è il nulla. Il nulla di tante apparizioni televisive in cui ci si dà fraternamente del “tu”, caro Matteo, caro Nicola, cara Giorgia, caro Paolo, ma ci mancherebbe, grazie prego scusi tornerò, una specie di selfie che non finisce mai, come i rotoloni di una gloriosa marca di carta igienica. Istrionismo allo stato puro, le note di un’antica canzone di Charles Aznavour.

Il Paese sta da un’altra parte. Frustrato. Inerme. Disoccupato. Angosciato. Gli si offre la speranza di cambiare le cose col voto, come se il voto non fosse una giostrina per ritardati, dove si sale sapendo che potrebbero far saltare tutto con una trovata giudiziaria (quella sperimentata con successo allora con Berlusconi, adesso con Salvini), o si potrebbe non salire affatto, causa Covid, per chissà quanto tempo ancora: a discrezione del regime, a discrezione del PD.

Quando ci si sofferma davanti alle folle di Parigi e di Berlino, ci si chiede perché mai da noi non succede, e la risposta è in quel busto senza gambe e senza braccia, con una testa piccola piccola: la legittimazione del “fai da tè”.

Franco Scalzo

 

Immagine: Ragazza alla macchina da cucire” Edward Hopper

Fonte Il Pensiero Forte del 5 agosto 2020

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