“La bellezza è universale e non dipende da chi la osserva, perché è contenuta nell’oggetto stesso, nella creazione” (Platone)

Andy Warhol.

EVERYDAY AESTHETICS – TUTTO È ESTETICO?

Nell’attuale paradigma culturale la filosofia dell’arte si dirama in una pluralità di tendenze. Una di queste è rappresentata dalla contemporanea disciplina “estetica quotidiana”. Lo scopo di questa filosofia è di indagare le esperienze che l’uomo ha nella vita quotidiana, le quali assumono un valore estetico. È possibile, all’interno di questo scenario, separare ciò che è estetico da ciò che non lo è? Inoltre, qual è l’ambito di ricerca di questa nuova disciplina? Domande a cui i teorici e critici della everyday aesthetics, tentano di rispondere


«Estetica diffusa è la formula con cui si è sintetizzata la pervasività dei fenomeni estetici nello scenario attuale: superata la lunga fase dell’esclusivo dominio dell’arte come parametro dei valori estetici, la contemporaneità si riconosce in una pluralità di pratiche nelle quali anche il non estetico è pensato ed esperito come estetico.»

V. Kandinskij, “Giallo, rosso, blu”

Inizia così l’ultimo capitolo del libro Dopo Warhol scritto dal filosofo contemporaneo Andrea Mecacci, interamente dedicato al tema delle estetizzazioni. L’autore, prima di affrontare l’argomento in questione, ci offre un’analisi dell’estetica che ha come fulcro la Pop art.

Andy Warhol (1928-1987) Campbell’s Soup Cans, 1964

Questo fenomeno culturale segnò una svolta nell’esperienza artistica della modernità rispetto all’antichità. L’esponente di riferimento della nuova arte è Andy Warhol, attraverso la sua celebre opera Campbell’s Soup Cans, spostò lo sguardo estetico verso un oggetto quotidiano che viene elevato a simbolo di consumo. Si stabilisce quindi, una teoria estetica diversa dalla concezione classica di opera d’arte che Winckelmann definiva con la formula del “bello ideale”.

Nella modernità l’arte entra nel processo di industrializzazione avvicinandosi e confondendosi con la pubblicità. Percorso che, il filosofo Walter Benjamin aveva già profetizzato nel 1936, nel suo famoso scritto L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Nella prima metà del Novecento l’arte non si è ancora del tutto separata dai canoni della classicità e rimane al suo interno un residuo di quell’archetipo di bellezza con cui Platone descriveva l’opera d’arte:

«La bellezza è percepita dai sensi, ma è la mente che la riconosce come tale e la comprende, anche se così i sensi diventano meno ricettivi, e però più giusti, rispetto alle cose»

Questo paradigma continuò ad esistere anche con la nascita di alcuni artisti dell’Espressionismo astratto come Kandinskij e Mondrian. Nel perpetuarsi dell’idea platonica, Warhol proponeva un “classicismo” diverso, industrializzato, in cui l’io dell’astrattismo veniva negato, reificato, e re-introdotto il gesto ripetibile dell’artista come perno dell’opera d’arte:

«Sostituendo la figura del genio incompreso con una maschera sociale sempre comprensibile mediaticamente» (A. Mecacci, Dopo Warhol)

Tra gli autori astrattisti, molto importante fu Jackson Pollock che aprì un’altra dimensione artistica attraverso la tecnica del “drip painting”, cioè la sgocciolatura di colori. La scomparsa dell’artista portò con sé una idea di arte che fino a quel momento aveva provato da un lato a resistere alla riduzione dell’opera stessa a mero feticcio tra i feticci, dall’altro l’arte si immetteva lentamente nel nascente movimento del postmodernismo, confluendo nella tecnica del kitsch. In quel momento Warhol ha la meglio:

«Laddove il capitalismo sempre meno legato alla produzione e sempre più identificato con la finanza, cerca il massimo profitto nel minor tempo, l’arte pop sempre meno vincolata all’idea di un’arte autonoma e sempre più concepita all’interno della sua commensurabilità estetica trova la sua cifra nel concepire i propri significati con il significante più immediato.» (A. Mecacci, Dopo Warhol)

Con la pratica del kitsch, definita da Mecacci come “estetica del falso”, ci si inoltra sempre più in una realtà di finzione e prende l’avvio il processo della everyday aesthetics: la quotidianità è arte. La linea di demarcazione tra ciò che è estetico e ciò che non lo è diviene confusa.

Nella contemporaneità le nostre vite sono immerse nella dimensione dell’estetica diffusa, per cui il cibo, lo sport e la moda sono espressioni dell’arte. Inoltre, i social network si avvalgono di meccanismi che permettono di fotografare la realtà rendendola estetica e il nostro linguaggio è sempre più legato all’esperienza artistica, proponendo termini come: “tutto è poesia”, “tutto è arte”, di cui sono prova. L’estetica del reale, si pone come sub-disciplina filosofica col proposito di allargare lo sguardo su interessi che si diffondono nel XX secolo: l’ambiente e il corpo, ampliando la portata dell’oggetto di indagine a eventi della vita quotidiana.

Molte sono le domande che si pongono i filosofi e le filosofe contemporanei, soprattutto nel contesto anglo-americano: come stabilire, oggi, il nesso tra realtà e rappresentazione e indagare il senso dell’autenticità dell’opera d’arte entro questo nuovo modello di riferimento tenendo conto che l’estetica del reale crea anche un tempo nuovo, quello ripetitivo della quotidianità? È in essa che viviamo, in quanto soggetti di mondo, momenti straordinari che devono essere immortalati attraverso una nuova sensibilità estetica.

Sir Anish Kapoor SUMMARY 1983

Inoltre, questa nuova disciplina filosofica solleva anche questioni che fino ad oggi l’estetica occidentale mai si era posta di analizzare: se qualsiasi cosa è estetica allora bisogna indagare circa un possibile anonimato di quell’oggetto quotidiano che definiamo come arte; inoltre, l’impiego del corpo come parte dell’esperienza estetica, porta a riflettere sulla validità pragmatica di questi oggetti o attività artistiche. Va da sé che questo pragmatismo intrinseco dell’estetica ci conduce verso un filosofo che aveva già avanzato l’ipotesi dell’arte come esperienza, ovvero John Dewey. Infatti, gli studiosi contemporanei prendono come punto di riferimento la sua opera intitolata Art as Experience, pubblicato nel 1934. La discussione che propone Dewey sull’esperienza dimostra che l’esperienza estetica è possibile in ogni ambito della vita quotidiana. È all’interno di una esperienza che troviamo, per Dewey, la componente estetica e non nel mero oggetto o situazione. Ed ecco che sempre di più si crea un ambito di ricerca estetica più ampio, e in seguito verrà trattato anche lo status interattivo dell’arte come coinvolgimento tra lo spettatore e l’oggetto artistico.

A. Kapoor

In quanto campo aperto, del tutto da scoprire, i critici e sostenitori della everyday aesthetics si sono domandati quale possa essere il fondamento teorico di quest’ultima e le teorie sono molteplici: si pensa che possa essere ricondotta alla fenomenologia – è proprio nel pensiero novecentesco che nasce l’idea che si possa fare fenomenologia di tutto, dunque questo principio può valere anche per l’estetica – oppure altri suggeriscono un fondamento che affonda le sue radici nello strutturalismo. L’ipotesi più probabile sembra essere quella che pone alla base di questo nuovo ambito, il pragmatismo.

All’interno di queste (non) coordinate estetiche si situano alcune opere contemporanee come quelle dello scultore indiano Anish Kapoor, le cui installazioni permettono di partecipare attivamente all’esperienza estetica: ad esempio, ponendo se stessi di fronte a enormi specchi che deformano la figura stessa dell’uomo.

Un caso particolare è quello dell’opera d’arte intitolata Vertigo, si tratta di uno specchio che capovolge la figura umana riflessa, provocando, in essa, sensazioni di vertigini. In questo tipo di esperienza irreale in cui si dissolvono i confini tra il vero e il falso, la mente, il corpo e le sue sensazioni dialogano con la dimensione dell’impossibilità che l’artista crea. Ricordiamo però che questo è solo un esempio di quel ventaglio infinito di possibilità che introduce questa nuova estetica in una continua scoperta.

Risulta importante sottolineare che l’estetica quotidiana si propone inizialmente come filone che supera i limiti dell’estetica occidentale, spostando il focus dal concetto di bellezza all’esperienza del reale quotidiano: l’ambito e il suo status non sono del tutto definiti. Alcuni filosofi e filosofe contemporanei hanno avanzato teorie che mirano a inquadrare questo nuovo movimento estetico e tra i primi ricordiamo la filosofa contemporanea Yuriko Saito che nel suo libro intitolato Everyday aesthetics, fornisce una prospettiva interessante:

«L’estetica quotidiana mira a illuminare le dimensioni estetiche delle nostre vite che sono state trascurate fino ad oggi, “l’artificazione” ci incoraggia a sperimentare vari aspetti della nostra vita normalmente non associati all’estetico da un punto di vista artistico.»

Tuttavia, proprio perché la dimensione estetica della vita plasma i soggetti e il mondo, dobbiamo, secondo Saito, mantenere un atteggiamento vigile verso l’uso di questo potere, evitando di accettare acriticamente l’artificazione che potrebbe minare il valore dell’arte nella quotidianità e nella pratica organizzativa. In conclusione, abbiamo considerato solo una minima parte di quello che potrebbe essere il dominio indefinito dell’everday aesthetics, il cui destino potrebbe essere quello di divenire una forma artistica che permette di oltrepassare determinati canoni di bellezza classici e creare una diretta interazione tra l’opera e lo spettatore. Un’ estetica positiva che immette nell’indagine artistica tutti i sensi dell’uomo. Ma questi non sono gli unici sviluppi che si possono pensare.

Un’altra teoria da considerare è quella che propone un risvolto pratico. In quanto disciplina strettamente legata al pragmatismo, l’estetica quotidiana influenza il reale e i soggetti e crea sfumature artistiche dappertutto. Comprendendo una infinità di temi mondani essa può essere concepita come una estetica inclusiva, che si rivolge a qualsiasi oggetto e soggetto nella quotidianità. Alla luce di queste considerazioni si può ricavare anche una sorta di “estetica della vita” – pratica già conosciuta nella filosofia orientale – intesa come ricerca pratica del miglior modo di vivere, miglioramento della vita quotidiana, raggiungimento del benessere interiore e della felicità. Una felicità che è fine ultimo dell’umanità ma con un nuovo aspetto: non si sviluppa come semplice teoria astratta ma confluisce in una serie di pratiche, di modi di agire infiniti, volti a cercare un porto sicuro in una società frenetica e in continuo mutamento.

Francesca Baroni

 

 

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Descrizione

Le esperienze e le preoccupazioni estetiche quotidiane occupano gran parte della nostra vita estetica. Tuttavia, a causa della loro prevalenza e della loro natura mondana, tendiamo a non prestare loro molta attenzione, per non parlare del loro significato. Anche le teorie estetiche occidentali degli ultimi secoli trascurano l’estetica quotidiana a causa della loro enfasi quasi esclusiva sull’arte. In un nuovo studio innovativo, Yuriko Saito fornisce un’indagine dettagliata sulle nostre esperienze estetiche quotidiane e rivela come i nostri gusti e giudizi estetici quotidiani possano esercitare una potente influenza sullo stato del mondo e sulla nostra qualità della vita. Analizzando un’ampia gamma di esempi tratti dalle nostre interazioni estetiche con la natura, l’ambiente, gli oggetti di uso quotidiano e la cultura giapponese, Saito illustra la natura complessa di risposte estetiche apparentemente semplici e innocue. Discute l’inadeguatezza dell’estetica centrata sull’arte, l’apprezzamento estetico dei caratteri distintivi di oggetti o fenomeni, le risposte a varie manifestazioni di transitorietà e l’espressione estetica dei valori morali; ed esamina le implicazioni morali, politiche, esistenziali e ambientali di queste e altre questioni

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