A pensar male si fa male, diceva mio nonno…

FAVOLE DI CACANIA


A pensar male si fa male, diceva mio nonno. Però, tante volte, (se non proprio tutte) si indovina.
Cinismo? Semplicemente una, minima, conoscenza della natura umana. E poi il nonno in qualche modo concordava con Machiavelli, Guicciardini e tanti altri… Tutta la tradizione del pensiero politico classico, in buona sostanza. E così, dal nonno e/o dagli autori citati, negli anni anch’io qualcosa ho imparato. Diciamo… ad essere malfidente. E, spesso, a indovinare, pur non avendo la sfera di cristallo.

Facciamo un esempio. Ipotetico, naturalmente. Prendiamo un paese… immaginario. E chiamiamolo…Cacania. Sì, lo so, è nome, anzi toponimo, già utilizzato da Musil, che vi ha ambientato le storie del suo Uomo senza qualità. Però è perfetto. Cacania rende esattamente l’idea.

Dunque, gli abitanti della Cacania vivevano moderatamente tranquilli. Certo, erano governati alquanto male. E le tasse si mangiavano quasi il 60% dei redditi. Dei redditi di quelli che le pagavano, naturalmente. Perché molti non lo facevano e… ma questa sarebbe altra storia e ci porterebbe fuori dal seminato.

Comunque, vivevano tutto sommato abbastanza bene. In pace da molti decenni. E sostanzialmente ignari di ciò che accadeva in gran parte del mondo. Dove, spesso, la pace manco sapevano cosa fosse… I cacanesi pensavano alle ferie, alle vacanze, al look, alle diete… Erano salutisti, e avevano un’aspettativa di vita molto alta…
Poi un brutto giorno qualcosa cambia. Tutte le televisioni, tutti i giornali, tutti i media si mettono, all’unisono, a raccontare di un pericolosissimo virus che si va diffondendo. E urlano, e strillano. E tutte le trasmissioni diventano solo un lugubre elenco di morti… Non contava che, dati medici ufficiali alla mano, i decessi reali fossero poco più di quelli degli anni precedenti. E che a morire fossero per lo più ultraottantenni. Quello che contava era l’impatto mediatico. Quello che veniva detto in televisione in ogni momento della giornata.
E così, per salvarsi la vita, gli abitanti della Cacania si abituarono ad accettare regole e imposizioni e limitazioni della libertà impensabili sino al giorno prima. Coprifuoco. Segregazione in casa per lunghi periodi. Divieto di frequentare locali, persone, anche i parenti stretti. Mascherine sul volto. Passaporto per prendere il bus. Divieto di viaggiare o anche solo di passeggiare nel parco. E altro ancora…
Tutte cose che, a pensarci, con la minaccia della malattia poco o nulla avevano a che fare.
Già, a pensarci… Ma ben pochi, ormai, pensavano. E quei pochi subivano punizioni, multe, denunce. Perdevano il lavoro e venivano pubblicamente additati come reprobi, untori, nemici della società.

Poi, all’improvviso, la narrazione è cambiata. Del virus si è parlato sempre meno, anche perché ormai era chiaro che quella storia stava esaurendosi…
Però è arrivato… beh chiamiamolo il Forestaro. Rubando, questa volta, da “Sulle Scogliere di Marmo” di Jünger.
Questo Forestaro è un uomo cattivo. Cattivissimo. Che governa da tiranno un grande paese, lontano dalla Cacania. Ed ha un potente esercito. Con il quale, un bel giorno, ha deciso di scatenare una guerra. Contro un popolo vicino. Ma con l’intento di distruggere ovunque la democrazia e la libertà. Anche in Cacania. E quindi bisognava correre ai ripari. Limitare la libertà. Limitare i consumi. Accettare sacrifici e privazioni. Era per la salvezza della Cacania. Per la libertà.

Certo, qualcuno provò a far notare che il Forestaro cattivo, cattivissimo, dal suo popolo era stato, democraticamente, eletto. Mentre i governanti della Cacania no. Loro se ne stavano lì, avvinghiati alle poltrone, perché c’era l’emergenza, la Grande Malattia. E mica si poteva votare in quelle condizioni…
Qualcuno notò, anche, che non era stato il Forestaro, (cattivo, cattivissimo) a iniziare la guerra. Che era stata iniziata da…altri. Già da otto anni. E che, per altro, nel paese del Forestaro (cattivo, cattivissimo) non serviva un passaporto per uscire di casa, lavorare, andare al ristorante…
Ma chi provava a dire queste cose veniva guardato con sospetto. Era una spia, un agente del Forestaro. Andava zittito. Isolato. Eliminato.

E così gli abitanti della Cacania si avviarono, lieti e festanti, alla guerra. Il paese divenne sempre più povero. La gente normale non poteva più permettersi il riscaldamento e il condizionatore, neppure la luce elettrica. Niente pranzi al ristorante. Niente vacanze. Si stentava a comprare da mangiare. Eppure, quasi nessuno protestava. Tutti concordi che andavano fatti enormi sacrifici per salvare un paese attaccato da quel mostro del Forestaro. Un paese che gran parte degli abitanti della Cacania non sapeva neppure trovare sulla carta geografica. Di cui ignorava, quasi, l’esistenza.
Sacrifici, rinunce. Imposte da un governo che nessuno aveva eletto. Che si comportava come un padrone. Cose inaccettabili, sino a tre anni prima. Ma… c’era stata la Grande Malattia. E tutti si erano abituati a rinunce, sacrifici, ad obbedire agli ordini più assurdi. Per paura di morire. Ed ora era facile… dovevano continuare a farlo per la guerra contro il Forestaro…

Insomma, i topolini di Pavlov qualcosa avevano insegnato ai padroni della Cacania…
Ma questa, naturalmente, è solo una favola. Ambientata nella Cacania. Un paese che non c’è. O che, forse, presto non ci sarà più…

Andrea Marcigliano

 

 

Fonte: ElectoMagazine del 16 aprile 2022

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