Dicono che sono artisti, sognatori per vocazione, che parlano alle stelle e alle correnti, ascoltano i fili d’erba e pensano alternativo

FENOMENOLOGIA DEL CANTANTE PARACULO

Si potrebbe intervistare un cantante per intervistarli (quasi) tutti, sullo schema di precise costanti che si ripetono implacabili, trasversali per genere, collocazione, età, ambiente sociale, posizione in classifica

Dice che sono artisti, sognatori per vocazione, che parlano alle stelle e alle correnti, ascoltano i fili d’erba e pensano alternativo: sarà, ma non quando li solleciti: fatte salve le debite eccezioni, da andarle a pescare col lanternino, si potrebbe intervistare un cantante per intervistarli (quasi) tutti, sullo schema di precise costanti che si ripetono implacabili, trasversali per genere, collocazione, età, ambiente sociale, posizione in classifica. Un rosario di luoghi comuni, verità presunte e versioni di comodo che rendono facilmente il colloquio con un musicante una fiera di banalità dove, sullo sfondo, lampeggia una domanda marzulliana.
Non esiste artista che, interpellato sui propri esordi, non li mitizzi come un mix tra Odissea, Iliade e Anabasi: la gavetta infinita, le porte in faccia, gli spostamenti dal sud al nord (o dal nord al nord, o da Roma al nord, insomma a Milano “Dove un tempo c’era la discografia”), il mondo che non capiva, lo show business sordo, muto e cieco di fronte a tanto talento e, fatale, la decisione di lasciare perdere, di mollare il colpo, avevano già rifatto le valigie di cartone quando un giorno…

Peccato che tanti sacrifici immeritati e soprattutto senza fine si fossero interrotti anzitempo, peccato che a parlare sia gente che meno di trent’anni, a volte a venticinque, già negoziava contratti milionari negli anni Sessanta-Settanta, per cui tanta via crucis resta in attesa di spiegazione, con la memoria ricorda più una percezione bergsoniana che la realtà.
La seconda matrice del cantautore nostrano è corollaria della prima e riguarda la preveggenza: ciascuno di loro fu il primo a dirle, certe cose, e quindi a non venire capito, e pertanto a venire osteggiato, e di conseguenza a restare condannato nel cono d’ombra per anni e anni e anni, c’era una volta un re. Fosse mai che certi capolavori furono ampiamente sopravvalutati, e poterono brillare solo perché, a quel tempo, c’era proprio spazio per tutti e molto, se non tutto, nella musica pop era ancora da fare, da dire, da inventare per cui bastava a volte una trovata oratoriale per far gridare al miracolo? Le varianti sul tema sono blande e anche quelle clonate, sono stato il primo trasgressivo, ho scioccato il mondo, non le ho mai mandate a dire, ho fatto cose che allora nessuno faceva. Resta un tenute dubbio: ma se tutti, dal punk al neomelodico alla figlia di Maria alla matrona maledetta furono i primi, chi arrivò secondo?
Il terzo capitolo è figlio del secondo e nipote in linea diretta del primo: tutti outsider, cani sciolti, indipendenti, slegati da carrozzoni, partiti, consociazioni, congreghe, camarille, lobby, che anzi hanno per tutta la carriera omericamente contrastato. Tutti lineari fino in fondo, anche gli arabescati passati dall’eskimo al blazer, dalla discoteca al terzomondismo, dall’ateismo all’opus dei, dalla Renault 4 al sapore di cane al Suv coi vetri oscurati da mafioso russo, dall’ambiguità al bigottismo, transitando per la fascinazione rivoluzionaria, il pacifismo, l’ambientalismo, l’edonismo reganiano, l’ottimismo craxiano, il postcomunismo, lo sgarbismo estetico, il grillismo chimico, magari dopo averlo vigorosamente osteggiato nell’arco di una canzoncina, il gretismo ecomaniaco.
Intanto fioccavano contratti, appalti, ospitate vaticane, mondiali di calcio, sigle televisive, conduzioni, festival, concerti alle feste di partito. Erano gli anni Ottanta dei tre miliardi per tre dischi, non potevano durare e, come tutto a questo mondo, prima o dopo finirono, complice l’atteggiamento dissennato delle case discografiche e l’avvento di internet che fece saltare il banco. Oggi questi outsider, passati dal milione di copie alle diecimila risicate se va bene, riscoprono il piacere dell’indipendenza, lontano dalle schifosissime multinazionali (che attualmente staccano assegni ai nuovi venuti, tipo rapper balbuzienti o ballerinette divaricate), agli stadi da centomila teste senza faccia preferiscono i piccoli teatri, e perfino le pasticcerie “dove si riscopre il vero contatto col pubblico”, sì, ciao core.
Buoni ultimi, i resistenti a oltranza, i barbudos imbiancati che però non volevano dire quello che hanno detto per quaranta o cinquant’anni, era il pubblico che equivocava, che glielo metteva in bocca (ops!), perfino se cantavano “L’Internazionale”, salvo riesumare l’antagonismo d’antan ogni volta che quattro imbecilli sabotano un binario, triste e solitario con sopra centinaia di pendolari, allora torna fuori il Bella Ciao, la Sacra Costituzione Antifascista da difendere, chissà poi da cosa, e l’ora e sempre resistenza, anche questa contro cosa non si capisce. Ci son di quelli che si definiscono anarchici e perciò votano il PD, partito di potere. Ma potrebbero votarne pure un altro, tanto son tutti partiti al potere.
Dulcis in fundo, potevano mancare i mistici, quelli che si sono votati a una spiritualità feroce e in grembo tengono la prima copia fresca croccante del supermegacofanettone da vendere a più non posso nel periodo natalizio?
Ma tutti costoro, praticando “la lotta al sistema dall’interno”, sono coerenti dentro e guai ad accorgersi delle loro capriole, dalla vita spericolata alla vita imbavagliata, dal bestemmione all’orazione, dall’anatema verso chi ha “la carta di credito cicciona” al parco immobiliare e alla concessionaria privata: salta subito fuori il fan, che poi è l’abbreviativo di fanatico, pronto a scaricarti addosso la silloge dei testi, a dimostrare che “lui/lei certe cose le ha dette prima di tutti, è sempre stato un outsider, rinnegato, incompreso, canesciolto (solo per maschi, al femminile suona malissimo), e la morale è sempre quella, “sciacquati la bocca prima di parlare di…”.
E a questo punto, mentre facciamo i gargarismi, la domanda marzulliana non può non accendersi: ma un cantante si giudica dalle canzoni o le canzoni si giudicano dal cantante?

Max Del Papa

 

 

 

 

Fonte: TheUncoditionalBlog del 12 marzo 2022

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