Quando il primo Homo sapiens si svegliò dalla prima pennichella preistorica, si sarà, probabilmente, chiesto che cosa fossero le immagini che gli erano apparse nel sonno. Da sempre l’uomo si domanda che cosa siano e da dove vengano i sogni, e da sempre attribuisce loro poteri speciali.

Notte dei tempi.

«È impossibile datare il “primo sogno”», dice Maurizio Bettini(1), docente di Filologia classica all’Università di Siena e antropologo del mondo antico. «Abbiamo però testimonianze scritte sui sogni a partire almeno dal III-II millennio a.C.». Come quello dell’eroe mesopotamico Gilgamesh(2), che nell’omonimo poema sumerico composto intorno al 2000 a.C. combatte contro Enkidu, che poi diventerà suo “gemello adottivo”. Enigmatico come ogni sogno che si rispetti, fu interpretato dalla madre sacerdotessa dell’eroe come una profezia. «I sogni degli antichi giunti fino a noi parlano sempre del futuro. E in fondo ancora oggi i sogni sono considerati, nell’opinione comune, profetici». Lo dimostra, per esempio, la secolare tradizione della smorfia (v. riquadro sotto)

Anche per i Greci del tempo di Omero, 3 mila anni fa, i sogni più importanti erano messaggi divini. Addirittura, erano dotati di vita propria. Si pensava che non nascessero dalla mente degli uomini, ma, ma che provenissero dall’esterno, sotto forma di immagini di una persona (eidolon) – ossia una forma che continua e prolunga una realtà fisica -, che potevano apparire e sparire a loro piacimento. Nel VI canto dell’Odissea, per esempio, Nausicaa, la bella figlia di Alcinoo, re dell’isola dei Feaci, viene visitata in sogno da Atena, che sotto le sembianze di un’amica la invita a svegliarsi e a correre al fiume per lavare le vesti: il giorno del suo matrimonio è molto vicino, le dice, e deve sbrigarsi a farsi bella. Nausicaa si sveglia di botto e vola al fiume dove incontra un naufrago lacero, Ulisse. Sarà lui il promesso sposo? No. Ma Nausicaa lo crede, e così – grazie all’apparizione onirica – finirà per aiutare l’eroe a riprendere il viaggio verso Itaca. I sogni, insomma, potevano anche ingannare.

Profezie.

«Gli antichi avevano diversi tipi di sogni profetici» spiega Bettini. «C’era l’oracolo, attraverso il quale la divinità (o anche lo spirito di un defunto) si presentava “di persona” e dava i suoi consigli, e c’erano quelli che contenevano segni da interpretare». Non era così solo in Grecia. Nell’Antico Testamento, per esempio, Giuseppe fa carriera come visir alla corte egizia grazie alle capacità di spiegare i sogni del faraone. Del resto, in fatto di sogni, la famiglia di Giuseppe, la sapeva lunga. Suo padre Giacobbe, una notte, aveva sognato una scala dalla quale schiere di angeli scendevano dal cielo. Dio stesso gli aveva spiegato il sogno: il luogo dove aveva dormito sarebbe stato popolato dalla sua numerosa discendenza (il popolo di Israele). Allo stesso modo, nel Vangelo, un altro famoso Giuseppe fugge in Egitto e salva il piccolo Gesù dai sicari di erode grazie alla “soffiata” notturna di un angelo.

Nella Bibbia si legge: “Il profeta che ha avuto un sogno, racconti il suo sogno”

Il significato divino delle immagini oniriche non è nemmeno un esclusiva del mondo antico. Tra gli indiani d’America e i nomadi della Siberia, per esempio, il sogno è considerato il mezzo usato dagli spiriti per entrare in contatto con sciamani e guaritori.

Sane dormite.

«Il fatto che i sogni tramandati fino a noi siano riferiti alla sfera religiosa non significa che gli antichi non tenessero conto delle necessità più “quotidiane”» prosegue Bettini. «Nell’apparizione della divinità si cercava anche una soluzione alla malattia». I malati si recavano nei templi di Asclepio(3),  che era il dio della medicina, e vi si coricavano per dormire. Poi, nel sonno, aspettavano che l’apparizione li guarisse o almeno fornisse loro qualche utile consiglio. Oggi, allo stesso modo, c’è chi dice di essere stato guarito dall’apparizione in sogno di qualche santo.

Paul Delvaux’s, miroir, 1936

Gli antichi, infine, distinguevano fra i sogni di natura divinatoria e quelli che esprimevano bisogni primari, come il desiderio sessuale o la fame. Già Platone (V-IV secolo a.C.) era certo dell’esistenza di sogni che non avevano nulla a che vedere con i messaggi divini. Sostenevano provenissero da quella parte dell’anima che riteneva sede dei nostri istinti. Nel sonno, spiegava, i freni della ragione si allentano e se il nostro stile di vita non è abbastanza virtuoso saremo visitati da incubi conturbanti . la figura del tiranno, il tipo d’uomo peggiore che Platone potesse immaginare, veniva descritta come tormentata  nel sonno dai suoi desideri erotici e da sogni di violenza. Per la prima volta, il sogno era considerato il prodotto dell’interazione fra corpo e psiche.

La “smorfia” greca.

Pierre-Narcisse Guérin, Morfeo e Iris (1811)

I sogni degli antichi davano lavoro a frotte di interpreti. «I primi manuali per interpretare i sogni furono stilati dalle civiltà mesopotamiche» dice ancora Bettini. Intorno al IV secolo a.C. , in Grecia, esisteva invece il mestiere dell’oneirokrítes(“interprete di sogni”) che offriva a pagamento la sua consulenza. Artemidoro di Daldi (II secolo d.C.) autore di un Libro dei sogni, ha redatto un vasto campionario di queste pratiche. «Greci e Romani consultavano gli interpreti dei sogni come oggi si va dalla cartomante» continua Bettini. «Questi personaggi, molto popolari, lavoravano dietro a banchetti variopinti». Accanto ai “professionisti” abbondavano i ciarlatani, ma i clienti non mancavano mai.

Sogno o realtà

Oltre a chiedersi da dove venissero, gli antichi furono anche i primi a domandarsi se i sogni appartenessero o meno al mondo reale. «Il mondo dei sogni era preso molto sul serio nel mondo classico, ma ciò non significa che si facesse confusione fra sonno e veglia» precisa Bettini. Aristotele, 2300 anni fa, pensava che siccome le immagini che ci appaiono nel sonno qualche volta raffigurano cose che nella realtà non esistono, il sogno di fatto non esistesse. Il poeta-filosofo latino Tito Lucrezio Caro (I secolo a.C.) aveva una visione più “moderna”. Sosteneva che il sogno (scatenato secondo lui da cause fisiche) fosse reale quanto la veglia, poiché in entrambi questi stati il nostro corpo reagisce agli stimoli. Se sogniamo per esempio di fare l’amore, proviamo le stesse sensazioni di piacere che abbiamo nella realtà. Ancora nel 1635, però, lo spagnolo Calderón de la Barca si arrovellava su questo dilemma nel suo dramma La vita è sogno. In 16 secoli le opinioni sul sogno non erano dunque cambiate?

Tentazioni.

Una grossa novità, veramente, c’era stata: il cristianesimo. Riprendendo le idee di Platone, i teologi del Medioevo fecero del sogno (specie quello erotico) un argomento scottante. «Già nella mitologia greca esisteva una sorta di demone, Efialte, capace di procurare sogni erotici» spiega Bettini. «Ma fu con la rivalutazione medievale del diavolo che il sogno divenne il luogo prediletto per le tentazioni demoniache». Persino i sogni profetici venivano ora guardati con sospetto: era infatti empio tentare di decifrare il futuro, noto solo a Dio.

Con i primi passi della scienza moderna, i sogni divennero un fenomeno naturale da studiare. Il filosofo inglese John Locke (1632-1704) pensò di risolvere la distinzione “sogno o realtà?” notando che solo da svegli siamo capaci di ricordare la vita vissuta prima di addormentarci, mentre le immagini oniriche sono “discontinue”: nel sonno, infatti, non ricordiamo i sogni delle notti precedenti.

William Blake – Il Grande Drago Rosso e la donna vestita di sole (1806-1809)

Il grande momento per il sogno arrivò però con il Romanticismo. Il pittore e poeta inglese William Blake (1757-1827) trasformò in disegni e opere d’arte le visioni sconvolgenti che sosteneva di avere (anche da sveglio). E il poeta francese Paul Verlaine (1844-1896) quando dormiva metteva un cartello sulla porta della sua camera da letto con scritto: “Silenzio, il poeta lavora”. «Nell’Ottocento, il sogno era considerato un grande serbatoio per le idee degli artisti» spiega Bettini. E i personaggi dei romanzi di Hugo, Dostoevskij, Zola e Manzoni cominciarono a parlare dei loro sogni, ormai accettati come espressione della propria personalità.

Nel profondo.

Ma fu solo all’inizio del ‘900 che il sogno divenne oggetto di una indagine sistematica, grazie alla psicoanalisi introdotta da Sigmund Freud, il quale, con alcune sorprendenti ammissioni, rivelò che il vero  padre fu il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer. «Schopenhauer», disse «identificò la vera struttura portante della psiche umana nelle pulsioni sessuali e aggressive. L’inconscio non l’ho inventato io, l’ha inventato Schopenhauer. Io ho definito le regole per governarlo, anzi, per averne ragione.» La filosofia di Schopenhauer non ha avuto esclusivamente la funzione di inorridire, con un insieme di cupe e sgangherate affabulazioni, le menti più bigotte e facilone – quelle per cui la filosofia sarebbe da ripudiare in quanto sapere inutile -; ma è stata al contrario portatrice di alcune straordinarie intuizioni, che saranno decisive per gli sviluppi successivi della psicanalisi freudiana. La filosofia di Arthur Schopenhauer rientra di diritto nel novero di quei filosofi che con la loro genialità ‒ il più delle volte incompresa ‒ hanno saputo influenzare settori di ricerca apparentemente distanti da quello teoretico-speculativo. Le immagini oniriche, spiegava il medico viennese nel suo libro L’interpretazione dei sogni(1900) sono la “via regia” verso l’inconscio, con i suoi desideri inappagati, le sue frustrazioni, le sue paure. Sognando, sosteneva Freud, esprimiamo i nostri problemi e appaghiamo in parte i nostri desideri. Ma interpretando correttamente i sogni si possono scoprire (e rimuovere con la giusta terapia) le cause di nevrosi e altri disturbi. «Freud riprese l’idea antica del sogno come segno» conclude Bettini. «Solo che nella sua teoria quei sogni non descrivevano il futuro, com’era per gli antichi, bensì il passato». Molta gente, dunque, si sposta dal mondo psicoanalitico al mondo filosofico. Non dimentichiamo che la filosofia è anche una teoria della vita, è nata soprattutto come questo. Socrate andava nelle piazze e insegnava cos’è giusto, cos’è vero, cos’è buono cos’è bello, e come si conduce la vita secondo buoni binari di correttezza e serietà. Nella filovia troviamo una capacità, una saggezza che ci permette di sopportare e dominare il dolore che è costitutivo dell’esistenza, mentre invece la psicoanalisi in qualche modo promette di “guarire” da qualcosa.

Come allora.

Negli ultimi decenni, gli studi di neurofisiologia hanno chiarito (come forse aveva intuito Lucrezio) che i sogni sono essenziali per la nostra salute (la privazione del sonno profondo, se prolungata, provoca la morte negli animali da laboratorio) e tra gli psicologi in molti, ridimensionata la teoria freudiana, ritengono che sognando si attivino processi che ci fanno osservare la realtà da un diverso punto di vista, aiutandosi a interpretarla meglio. Un po’ come i sogni profetici degli antichi.

 

Un “libro dei sogni” moderno: la smorfia. 

La paura? 90. Il morto? 47. Anche se giocate al lotto, quasi certamente conoscete almeno queste fra le 50 mila voci della smorfia . Chiamata così, secondo alcuni, in onore di Morfeo, il personaggio mitologico greco-latino legato al sonno, la smorfia è una “chiave” che permette di identificare possibili corrispondenze (diverse a seconda del contesto) fra le immagini oniriche e i 90 numeri del gioco del lotto. «In un certo senso, è l’erede moderna dei manuali di interpretazione dei sogni dell’antichità» dice Maurizio Bettini. 

La “smorfia” napoletana.

A fumetti. Nata forse come evoluzione della  cabala ebraica, per la quale il mondo stesso non sarebbe altro che un insieme di simboli da interpretare, o forse da “volgarizzazioni dei manuali per oniromanti dell’antichità, la smorfia fu messa per iscritto nell’Ottocento ricorrendo anche a disegni, per permetterne l’uso da parte degli analfabeti. Esistono varianti regionali e locali, ma la più nota è quella napoletana, forse perché la città partenopea è la “capitale” del gioco del lotto.

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

(1) Maurizio Bettini(Bressanone, 24 luglio 1947) è un filologo, latinista e antropologo italiano. Classicista e scrittore, insegna Filologia Classica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove ha fondato il Centro «Antropologia e Mondo antico». Dal 1992 tiene regolarmente seminari presso il Department of Classics dell’Università della California (Berkeley). Cura la serie «Mythologica» presso Giulio Einaudi Editore e collabora con la pagina culturale de la Repubblica.

(2) Gilgameshera un re storico della città-stato sumera di Uruk, un grande eroe dell’antica mitologia mesopotamica , e il protagonista dell’Epopea di Gilgamesh, un poema epico scritto in accadico durante la seconda metà del millennio a.C. Probabilmente governò tra il 2800 e il 2500 a.C e fu deificato.

(3) V. articolo: “GLI ALBORI DELLA MEDICINA o il mito di Esclapio. https://wp.me/p8sOeY-1lu

Immagine: Paul Delvaux,  The Tunnel  (1978) 

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Un commento

  1. Elisabetta Bordieri

    27 ottobre 2018 a 13:27

    …alla fine però tutti i sogni muoiono all’alba…

    rispondere

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