Lisbona 1° novembre 1755 ore nove del mattino, sulla splendida e ricca capitale del Portogallo il terrore si abbatté sugli abitanti. L’Atlantico si rovesciò sulle sue rive.

Il piccolo poema che Voltaire scrisse in quell’occasione non colpisce per le qualità letterarie (modeste), ma per la nettezza con cui vi sono individuate le questioni nodali. Leibniz aveva scritto che gli uomini vivono nel migliore dei mondi possibili – un mondo che opera di un Dio giusto e buono -. Voltaire colloca quell’affermazione sullo sfondo di Lisbona distrutta e invita i leibniziani a ripetere i loro argomenti al cospetto dei bambini morti e in mezzo ai rantoli delle agonie. Non si tratta di una confutazione filosofica, ma di un gesto molto più efficace e perentorio: la teodicea – ci torneremo più avanti – viene tagliata fuori dalla realtà, dichiarata irricevibile. In seguito, con ben altra grazia, la polemica proseguirà nelle pagine scintillanti del Candido(1).

   Il Diluvio… il terremoto di Lisbona… Auschwitz… il recente tsunami in Indonesia… nei pensieri e nei discorsi legati a questa funesta serie di eventi il nome di Dio ricorre ai livelli più vari, dal semplice ritrovamento di un bambino, di un uomo, di persone che si sono salvate dai campi di concentramento, «Dio ci ha salvati». Parole dietro cui s’intravede una teologia dai contorni fluidi: viene evocato un intervento divino, ma l’intervento ha la natura modesta di un’estrazione a sorte. Perché? Perché ci rivolgiamo a Dio soprattutto quando sperimentiamo la nostra fragilità. Questa la ragione principale. Ve ne è un altra, meno sicura: alla parola «Dio» e alla parola «catastrofe» corrispondono idee per certi versi affini. Anselmo d’Aosta(2)insegnò che pensare a Dio significa sforzarsi di concepire qualcosa di grande, anzi di grandissimo, poi qualcosa di ancora più grande e così via. Alla stessa maniera ci comportiamo quando fantastichiamo di catastrofi: la loro imperfetta perfezione sta nell’essere illimitate.

   In molti modi Dio e le catastrofi si sono annodati nei pensieri e nei libri. Per averne un’idea, conviene fare un passo indietro, sino ai tempi in cui, avendo gli dei – o l’unico Dio dei monoteisti – deliberato di punire gli uomini, che li avevano irritati, le cateratte del cielo vennero aperte e le acque maschili si rovesciarono sulla terra, mentre le femminili venivano rigurgitate dagli abissi. Quello sterminio fu temperato da un’eccezione (altrimenti non saremmo qui a parlarne): un uomo – uno almeno – sopravvisse. Noè fu il superstite presso gli ebrei, Ziusudra presso i Sumeri, Utnapishtim presso gli assiro-babilonesi, Manu presso gli indiani…

   Due elementi destinati a persistere sino a oggi – l’esperienza di cataclismi e i sensi di colpa degli uomini – costituivano la base di quei racconti. Prima era venuto il peccato, poi il cataclisma come castigo. Questo suggeriva la lettura dei testi. Oggi, dopo Freud, siamo portati a immaginare che prima sia venuto il cataclisma, poi la rimemorazione, o l’invenzione, di una colpa che lo giustificasse. Ma l’antica lettura ha radici profonde: basti ricordare l’opinione di chi, come il cardinale Giuseppe Siri, giudicò che l’Aids fosse un castigo escogitato da Dio contro l’omosessualità o quella dei predicatori nelle moschee di Sumatra, che anch’essi videro nello tsunami lo strumento usato da Allah per punire le discordie tra islamici.

   Le fiabe smaltate degli antichi disastri si lasciano leggere senza inquietudine. Tutto vi appare straordinariamente semplice: chi doveva morire moriva e chi doveva salvarsi si salvava. Fu quel che accadde anche a Sodoma e Gomorra, la città della pianura su cui nevicò larghe falde di fuoco. Gli uomini devoti che meditavano su quei disastri non si lasciavano turbare nemmeno dalla sorte delle piccole vittime innocenti, giacché i bambini, secondo una visione che persiste in certe organizzazioni criminali, venivano considerati appendici o attributi dai genitori. Come ha osservato René Girard(3nei suoi studi sul sacrificio delle vittime, tutte le vittime, erano necessariamente colpevoli. Questo durò fino a quando apparve una nuova religione che aveva al suo centro un vittima innocente. Nata sul tronco del monoteismo, credeva in un Dio infinitamente buono che per di più – come avrebbe scritto, con memorabile ironia, Jorge Luis Borges(4) – disponeva “delle notevoli risorse dell’onnipotenza”. Eppure questo Dio creatore aveva dato luogo a un mondo dove il dolore, l’ingiustizia e il disastro erano esperienze quotidiane e il più giusto poteva morire appeso a una croce. Improvvisamente gli uomini si trovarono davanti a un caos di contraddizioni. Ma presto si scoprì che, proprio in ragione di quel caos, la mente umana poteva muoversi con una libertà e una sincerità verso se stessa che non aveva mai conosciuto prima. Tutto era diventato infinitamente complicato, e le domande soverchiavano di continuo le risposte. Alcuni, pur di mettere ordine, inventarono geniali escamotage, altri si gettarono con voluttà nei più vertiginosi paradossi. A volte l’edificio appariva così instabile da far presagire un crollo imminente; altre volte, così solido da far temere che venisse occultata, sotto il peso della sua architettura, la sostanza del messaggio originario. Ma, a garantire la persistenza del nucleo, restava, al centro di tutto, la figura di una vittima senza colpa sotto forma di uomo crocifisso. Da lì era scaturita una nuova sensibilità e da lì poteva, in ogni momento e per ogni individuo, scaturire di nuovo.

Auschwitz.

   Nel 1710 Gottfried Wilhelm Leibniz(5) inventò una nuova parola. La parola era “teodicea”. «Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum?» «Se Dio esiste, da dove (viene) il male? E se non esiste, da dove (viene) il bene?» La teodicea amalgamava due radice greche (theós “Dio” e dikē “giustizia”) è una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male; per tale motivo, è anche indicata come teologia naturale e, nel XIX secolo limitatamente alla cultura francese, come teologia razionale. Essa stava a indicare una dottrina tesa a dimostrare la conciliabilità della bontà e dell’onnipotenza di Dio con la presenza del male nel mondo. Se il termine era inedito, non lo era l’obiettivo perseguito. Le sterminate pagine dei Padri della Chiesa avrebbero potuto fregiarsi in gran parte di quell’etichetta. Come in democrazia sono spesso previste forme di immunità per gli eletti del popolo, così in teologia ci si era sforzati per secoli di sottrarre Dio all’accanimento inquisitorio delle sue creature. La tesi prevalente affermava: non è Lui il responsabile, responsabili sono gli uomini. Dio si era limitato a crearli liberi e la libertà era una buona cosa. Alcuni cercarono di limitare la portata del Male. Agostino d’Ippona(6), che in gioventù aveva aderito al manicheismo – vale a dire a un sistema che vedeva nel Bene e nel Male le due radici costitutive dell’Universo – sostenne che non aveva una sua realtà indipendente, ma era sempre relativo al Bene. Per comprovare questa tesi, o altre analoghe, i teologi profusero tesori d’ingegno. Purtroppo di tanto in tanto capitavano calamità che non era facile attribuire alla responsabilità degli uomini e nemmeno considerare per un verso o per l’altro vantaggiose. Proprio al termine di un’argomentazione ineccepibile le mura potevano mettersi a tremare. Un fenomeno come il terremoto era una spada di Damocle che incombeva sulla teodicea. Lisbona e Voltaire diedero una scrollata formidabile all’edificio da sempre pencolante della teodicea (anche se la filosofia avrebbe trovato altre vie e altri linguaggi per proclamare che ciò che è reale è razionale, e dunque in definitiva buono). Il colpo di grazia sarebbe arrivato due secoli più tardi, da Auschwitz. Epilogo paradossale, giacché Auschwitz era sicuramente opera e responsabilità degli uomini. Ma il troppo stroppia. Come ha osservato il teologo ebraico Hans Jonas ne Il concetto di Dio dopo Auschwitz, l’Essere che aveva permesso quell’eccidio aveva compromesso per sempre la possibilità di una dottrina che affermasse contemporaneamente la sua infinita bontà e la sua onnipotenza.

   Dunque, di fronte alla straziante morte di miglia di persone, travolte dalle catastrofi, che si sono susseguite da che la Terra ha preso forma, una domanda che ricorre spesso tra credenti è: “Ma dov’era Dio quando è successo questo?”. Per i non credenti l’assenza di Dio è cosa familiare. In fondo, la domanda su dove fosse Dio proprio nel momento in cui c’era bisogno di lui è un topos letterario, presente in opere famose. Jorge Luis Borges e Giorgio Caproni. Nei loro “incontri” con la divinità danno prova di grande onestà intellettuale e della qualità della parola poetica anche nel suo uso speculativo. In ambito inglese, in Diario di un dolore di Clive S. Lewis. Il grande filosofo Friedrich Nietzsche affermò nell’ultimo secolo che «Dio è morto». Il dio absconditus, il dio silenzioso dinanzi all’Olocausto, il dio fuggitivo, il dio che attende… nondimeno il Novecento si è chiuso con una ripresa fiduciosa dell’analisi teologica e filosofica sul concetto e la realtà di Dio. Di fronte a queste tragedie, forse Dio era occupato o distratto, ma se fosse stato presente e attento, viste la sua bontà infinita e la sua onnipotenza, ogni calamità non avrebbe avuto atto.

  Non è così per il mondo greco, dove la natura non è una creatura di Dio, la natura è quello sfondo immutabile dice Eraclito, che nessuno uomo e nessun dio fece. Uomini e dei sono compresi nell’orizzonte naturale inteso come immutabile, l’uomo deve, contemplando la natura, catturarne le leggi e costruire, a partire dalle leggi e dalla natura, le leggi della città, e attraverso le leggi della città, le leggi per il buon governo dell’anima. Per cui il sole non può uscire dalla sua orbita senza sconquassi e sconvolgimenti: la natura è ciò che sta, e i greci studiando la natura tentano di ricavare quelle costanti a partire dalle quali è possibile creare le leggi nella città e a partire dalle quali è possibile desumere le forme attraverso cui si perviene al governo di sé partendo dalla natura. Il tempo non ha principio né fine, ma è fatto di attimi presenti, non è lineare (come lo presenta la tradizione ebraico-cristiana), ma circolare, con una periodica ed eterna ripetizione: perciò non bisogna considerare il passato (che ci condiziona in quanto irreversibile) né il futuro (che ci condiziona in quanto incombete). Ogni singolo istante ha un proprio valore immenso e merita quindi di essere vissuto come fosse eterno. I Greci antichi chiamavano “ciclico”, dove tutto si ripete con quella cadenza scandita dalle stagioni che dicono: letargo invernale, efflorescenza primaverile, rigoglio estivo, vendemmia autunnale. Queste differenze qualitative garantiscono la vita della natura e degli uomini che la abitano. Oggi la natura è diventata un´enclave assediata dal cemento delle città, dove freneticamente si producono e si degradano gli artefatti della tecnica. Il paesaggio, se non è estinto, è desolato. Accanto al tempo ciclico della natura, i Greci avevano individuato il tempo “scopico” proprio dell´uomo. Il verbo greco “skopēo” vuol dire infatti: “guardare”, “puntare al bersaglio”, tendere a uno “scopo”. I greci guardavano i cristiano ascoltavano il Verbo predeterminato.

Il Trionfo della Morte, Pieter Brueghel il Vecchio, 1562.

Non c’è la sopranatura, non c’è nulla di soprannaturale, i greci non credono a nessun aldilà, non chiamano l’uomo neppure con i nomi che pure disponeva, non usano mai la parola uomo (ànthrōpos), Omero e Platone usano mortale. L’uomo nasce, vive e muore. La natura concede all’uomo due cose: la sessualità e l’aggressività. La prima gli serve per procreare la seconda per difendere la specie. Quando l’uomo invecchia e perde la capacità di riprodursi, alla natura non serve più e lo abbandona. I greci hanno la consapevolezza del limite, concepiscono la natura come vicenda di innocenza e crudeltà, dove la vita degli uni avviene a scapito degli altri e l’uomo, per quel breve tempo che ha da vivere, deve reggere al dolore e cercare la felicità nel breve tempo che gli è concesso di vita. È ciò che la natura chiede e vuole. Quante volte, osservando cosa può fare la natura nei cataclismi, abbiamo esclamato: “È la natura che si scatena”. Se ragioniamo in questi termini, solo così possiamo accettarne la sua potenza e volontà. Catastrofi, epidemie, terremoti, alluvioni, incendi, carestie. Pensiamo solo alla carestia che colpì la Russi nel 1921. Metà dell’area arabile della Crimea fu distrutta dalla siccità, interessò soprattutto la regione del Volga e del fiume Ural e causò la morte di circa 2 milioni di persone. Nelle aree colpite dalla carestia la fame era così dura che ci si chiedeva se mangiare il poco grano rimasto piuttosto che seminarlo. Le pestilenze. La famosa Peste nera (o grande morte oppure morte nera) è il termine con il quale ci si riferisce normalmente all’epidemia di peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccidendo almeno un terzo della popolazione del Continente, tra i 20 e i 25 milioni di persone. Epidemie identiche scoppiarono contemporaneamente in Asia e nel Vicino Oriente, il che fa supporre che l’epidemia europea fosse parte di una più ampia pandemia.

Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, Pieter Paul Rubens, 1599-1600.

   Per la tradizione giudaico-cristiana la natura era il prodotto di una volontà, la volontà di Dio che l’aveva creata e poi l’aveva consegnata all’uomo affinché la dominasse. Si legge nel Genesi: “dominerai sugli esseri della terra i pesci nell’acqua, sui volatili del cielo”, per cui la tecnica è perfettamente conseguente al dettato divino. Non crea una contraddizione, è l’esecuzione di un compito, per questo motivo lo ritroveremo ancora nel Seicento con la nascita della scienza moderna che gronda ancora di metafore teologiche, ma come ci dirà, che attraverso la scienza e la tecnica noi ridurremo e recupereremo le virtù prenaturali di cui disponeva Adamo prima del peccato originale, soprattutto concorreremo alla redenzione perché ridurremo le conseguenze della colpa, le conseguenze della colpa erano sostanzialmente due: guadagnerai il pane col sudore della fronte, quindi la fatica del lavoro, e partorirai nel dolore, scienza e tecnica mitigheranno il peccato originale. Platone qui è chiarissimo dice: “Non pensare o uomo meschino che questa terra sia stata fatta per te. Tu piuttosto sarai giusto se ti aggiusti all’universa armonia (Leggi, 903c ).” Quindi non c’è il prima dell’uomo sulla natura, ma c’è l’armonizzarsi dell’uomo nell’ordine naturale. Il problema della tecnica si pone dunque: è più forte la tecnica o è più forte la natura? Dal momento che la tecnica modifica la natura, quale delle due avrà il sopravvento. È una domanda che Eschilo si pone in quella tragedia che porta il titolo Prometeo. Prometeo è amico degli uomini, ha dato agli uomini il fuoco, la capacità del calcolo, rendendoli da indifesi e muti in padroni delle loro menti. A un certo punto il coro chiede a Prometeo. «Prometeo è più forte la tecnica o la natura, anzi la necessità che vincola la natura alle sue leggi». E la risposta di Prometeo fu: «La tecnica è più debole delle leggi che governano la natura e allora tutto va bene perché l’intervento della tecnica non modifica l’andamento della natura».

La grandezza dei greci, scrive Nietzsche, consiste nel fatto che hanno avuto il coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e le atrocità dell’esistenza” senza lenirli con speranze ultraterrene. Ciò fu loro possibile a partire dalla concezione che avevano della natura. Non creatura di Dio regolata dalla sua provvidenza, ma ciclo che governa il generarsi e il dissolversi di tutte le vite, secondo necessità. La gioia della vita è resa possibile dalla crudeltà che essa genera: la morte. Qui è l’essenza del tragico. Un evento solo greco, scrive Karl Jaspers(7) perché solo i greci hanno colto la circolarità della vita con la morte, la felicità e la gioia della vita inseparabile dal dolore e dalla morte che l’annienta. Abstine substine «astienti, e sopporta dignitosamente il dolore». Motto del filosofo greco Epittèto (50-138 d. C.) che riassume l’etica della filosofia stoica: astenersi da tutto ciò che non è in proprio potere e sopportare quel che capita, poiché tutto ciò che accade è necessario e provvidenziale.

 

NOTE

(1) Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Lo scrittore francese fu stimolato sicuramente dal terremoto di Lisbona del 1755 che distrusse la città, mietendo migliaia di vittime. Voltaire scrisse prima un poema sul cataclisma (1756) e successivamente redasse il Candido (1759). Il romanzo, a dispetto della brevità, è considerato il magnum opus dello scrittore e filosofo “patriarca dell’illuminismo”.

(2) Anselmo d’Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury o Anselmo di Le Bec (1033-1109), è stato un teologo, filosofo e arcivescovo cattolico franco, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale di area cristiana. Anselmo è noto soprattutto per i suoi argomenti a dimostrazione dell’esistenza di Dio; specialmente il cosiddetto argomento ontologico ebbe una significativa influenza su gran parte della filosofia successiva.

(3) René Girard(1923-2015), è stato un antropologo, critico letterario e filosofo francese. Il suo lavoro appartiene al campo dell’antropologia filosofica e ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e teologia. Cattolico, ha scritto diversi libri, sviluppando l’idea che ogni cultura umana è basata sul sacrificio come via d’uscita dalla violenza mimetica (cioè imitativa) tra rivali. Le sue riflessioni si sono indirizzate verso tre idee principali: (1) il desiderio mimetico, (2) il meccanismo del capro espiatorio, (3) la capacità del testo della Bibbia di svelare sia l’uno che l’altro.

(4) Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo(IPA: (1899-1986), è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. Le opere di Borges hanno contribuito alla letteratura filosofica e al genere fantasy. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”.

(5) Gottfried Wilhelm von Leibniz, (1646- 1716), è stato un matematico, filosofo, scienziato, logico, teologo, glottoteta, diplomatico, giurista, storico, magistrato tedesco di origine soraba. È considerato il precursore dell’informatica, della neuroinformatica e del calcolo automatico: fu inventore di una calcolatrice meccanica detta Macchina di Leibniz. (F)

(6) Aurelio Agostino d’Ippona(354-430) è stato un filosofo, vescovo e teologo berbero con cittadinanza romana. Conosciuto come sant’Agostino. È stato definito «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell’umanità in assoluto». Se le Confessioni sono la sua opera più celebre, si segnala per importanza, nella vastissima produzione agostiniana, La città di Dio. «Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te.» «Ci hai creati per Te, (Signore), e inquieto è il nostro cuore fintantoché non trovi riposo in Te.» (Confessioni, I, 1,)

(7) Karl Theodor Jaspers(1883-1969) è stato un filosofo e psichiatra tedesco. Ha dato un notevole impulso alle riflessioni nel campo della psichiatria, della filosofia, della teologia e della politica. «L’ultima questione è sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare.»

fonte Wikipedia. 

 

Immagine: Adamo, affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, a Roma.

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2 Commenti

  1. tomlostriato

    10 ottobre 2018 a 11:58

    Concordo .

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    9 ottobre 2018 a 11:24

    “Ogni singolo istante ha un proprio valore immenso e merita quindi di essere vissuto come fosse eterno”.
    Sì…

    rispondere

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