Le parole hanno dei padroni? O meglio, qualcuno determina i significati, orienta il senso di ciò che è detto, divenendo quindi padrone del linguaggio e dei termini in cui ci esprimiamo?                                              

   È una riflessione antica, oggetto di indagine della filologia, della linguistica e della semiologia. È evidente il rapporto tra parole e potere. In queste settimane di aspra polemica politica ne abbiamo la prova, a partire dalle opposte interpretazioni del nostro testo legislativo più importante, la costituzione. Ci si accapiglia sul senso di alcuni articoli della legge fondamentale della Repubblica, in particolare quelli relativi ai poteri del suo presidente. Al di là delle strumentalizzazioni, l’unica certezza è che ognuno ha buone ragioni per intendere in un senso o in un altro ciascuna delle parole che la compongono. 

Nello specifico, sappiamo che il testo della costituzione italiana, oggetto di interessata venerazione, fu il compromesso tra opposte visioni della società in un momento particolare della storia nazionale. Basta osservare con la lente del linguista o del semiologo il suo incipit, il primo comma dell’art. 1 che recita solennemente “l’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro.” Ogni parola utilizzata, compresa la virgola gettata come per scandire la frase meriterebbe un esame specifico, ma il senso della proposizione, posta come architrave della comunità nazionale, è oscuro o inesistente. Sappiamo che i costituenti marxisti spingevano per fondare l’Italia sui lavoratori, allo scopo di gettare basi giuridiche per un futuro socialista. Fu il giurista cattolico Costantino Mortati, memore della dottrina sociale della Chiesa e forse dello Stato nazionale del lavoro del regime precedente, a suggerire il compromesso vincente. Sta di fatto che, al di là della retorica, uno Stato si fonda sulla volontà storica di una popolazione di stare insieme con regole comuni. Il lavoro è un mezzo, non un fondamento. 

   L’esempio vale per rispondere affermativamente al quesito iniziale: sì, le parole hanno dei padroni perché sono strumenti di potere. Nessuna neutralità, specie in un tempo in cui la comunicazione è tanto estesa e pervasivo. 

Le fiabe talora spiegano più di mille trattati. In Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll vi è il celebre dialogo tra Alice e Humpty Dumpty, il goffo personaggio a forma di uovo. La bambina non capisce le parole di Humpty Dumpty, che si spiega così: “Quando io mi servo di una parola, quella parola significa quello che piace a me, né più né meno”.   Alice comprende così che le parole possono avere tanti significati, ma la conclusione del suo bizzarro interlocutore è una lezione di potere come solo la leggerezza della fiaba poteva impartire: “quando faccio fare a una parola un simile lavoro (…), la pago sempre di più”. Questo rivela la forza delle parole e il desiderio del potere di impadronirsene.

  In tempi di ostentata libertà, nasce la correttezza politica, ovvero il divieto di dire o pensare certe cose, e l’obbligo per molti concetti di significare quello che piace al potere. Analizzare alcuni stilemi o sintagmi diffusi permette di capire l’orientamento di chi li utilizza ed impone e, naturalmente, individuare i fini perseguiti dietro termini solo apparentemente neutri o strumentali. Alcuni modelli esemplari sono di queste settimane, con le frasi poste a simbolo di manifestazioni di massa che il potere vigente non ama, ma deve sopportare e incorporare nel suo sistema simbolico. 

Uno è l’adunata nazionale degli alpini, il reparto militare forse più amato, il cui “segno” è il cappello con la penna dell’aquila, animale eponimo del dominio delle vette. La missione costitutiva del corpo è la difesa dei confini, ovvero delle Alpi. Il motto dell’ultima adunata, tenuta a Trento, anodino e fuorviante, è stato “per la pace e la memoria”. L’obiettivo celato dell’ideatore era neutralizzare gli alpini come simbolo della difesa del territorio, confinandoli nello spazio circoscritto della “memoria”. Gli alpini, suggerisce il motto, sono memoria, quindi passato. 

   Memoria è un altro termine di cui è stato manomesso il significato. Gli alpini sono parte della tradizione popolare, della storia patria, del radicamento istintivo alla terra che difendono in armi e calpestano concretamente dopo averla ricevuta dai padri. No: la loro storia, nel bene e nel male, non è che innocua memoria, ricordo neutralizzato nell’aneddotica folk di grappa e bevute. Inoltre, gli alpini “devono” rappresentare la pace. Nessuno più di chi ha partecipato alle guerre conosce il valore della pace, ma il non detto, la morale sottostante è che ad essa vada sacrificato tutto, specie concetti anacronistici come l’onore, la dignità nazionale, la stessa indipendenza. Nulla di strano, poi, se la sovranità appartiene ai “mercati” e i capi delle istituzioni si comportano come vediamo.

Il 2 giugno, anzi nella domenica successiva (non si devono disturbare con noiose ricorrenze nazionali i signori Mercati!) si svolge la parata militare per la festa della Repubblica. Il motto sui manifesti istituzionali è “uniti per il paese”. Siamo uniti, è una buona notizia, ma per una cosa chiamata paese. Italia o nazione proprio non esce dalla bocca di lorsignori, Patria è fuori discussione, persino repubblica sarebbe più dignitoso di “paese”. Questo ci permettono di essere, Roncobilaccio, Bonate di Sopra o Castelvecchio di Rocca Barbena, ma senza l’amoroso sentimento di appartenenza che lega al luogo natio. Del resto, quando i membri delle consorterie progressiste parlano dell’Italia, la chiamano invariabilmente “questo paese”. 

   Terza stazione della Via Crucis: il presidente Mattarella annuncia davanti ai microfoni di aver detto no a un ministro sgradito per tutelare i consumatori. Ecco un’altra parola omnibus: in principio eravamo persone, poi l’illuminismo ci ha resi cittadini, il comunismo masse. Il liberalismo ci vuole individui, ma suo figlio Mercato ha trovato la ragione definitiva della presenza umana sulla terra: consumare. Homo consumens instabilis. Siamo nati per ingozzarci di merci, fare indigestione di “opportunità” e sputarle velocemente. Nel   Satyricon, Petronio descrisse i banchetti esagerati delle élite imperiali romane. Tra eccessi di ogni tipo, mangiavano sino al vomito per poi ricominciare. Consumare, infine, significa esaurire: risorse, vite, principi: sacrifici umani ad un Dio esigentissimo e apparentemente benevolo. 

Le parole diventano pietre angolari, forgiano l’orizzonte di riferimento dei sudditi, mutano la prospettiva, fondano l’immagine corrente di ogni cosa. La parola, rivela Humpty Dumpty, significa quello che piace a me. Saussure avrebbe detto che significante e significato coincidono, langue e parole si confondono nella volontà sovrana dei manipolatori del linguaggio come nell’universo fittizio della fiaba. Talvolta, quando il termine è crudo, o contiene un giudizio sgradito, il potere ricorre a circonlocuzioni, inserendole nel linguaggio attraverso la burocrazia delle leggi vigenti, ovvero a sigle o acronimi. Pensiamo all’interruzione volontaria di gravidanza, forma giuridica della pratica dell’aborto, indicata nelle circolari e negli atti amministrativi come IVG. Se la vita è un acronimo, il suo valore si perde, sfuma tra le scartoffie. Sorella Morte ha mille nomi diversi volti a distogliere lo sguardo sino alla vana rimozione. Dissolvenza, come nel cinema quando l’immagine scompare gradualmente, sostituita dalla successiva che emerge piano piano. 

   Una delle caratteristiche della neolingua imposta e politicamente corretta è la sua necrosi progressiva. Proibendo i significati, sfuggono i significanti, cioè le parole usate per esprimerli, specie se si tratta di pensieri e parole ribelli, di opposizione. Senza parole adatte è assai difficile articolare pensieri coerenti, autenticamente umani. Pensiero che non pensa, bollò Heidegger la sovrastruttura tecnica. Di pari passo, avanzano nuove scienze destinate a possedere il linguaggio per torcerlo nella direzione voluta, ad esempio nell’arte della negoziazione affaristica o del messaggio pubblicitario. Persuasione occulta, ovvero dominio su sudditi ignari. Pensiamo ad alcuni risvolti della PNL, programmazione neurolinguistica, alla scientifica rimozione dei tabù morali, delle remore e dei principi naturali attraverso passaggi metaculturali successivi. La rana bollita a fuoco lento di Noam Chomski e la “finestra di Overton”. 

Restano i fondamenti posti dal pensiero strutturalista con la sua distinzione tra significante (termine utilizzato) e significato (ciò che esso rappresenta agli occhi di chi parla e di chi ascolta). Resta decisiva la polarità tra langue e parole. La langue (lingua) è strutturata secondo una grammatica stabilita che fissa le norme d’uso di ogni singola lingua. La parole, la cui traduzione italiana parola è insufficiente, è la componente libera, individuale del linguaggio, l’atto linguistico che ogni parlante (locutore) realizza esprimendosi in un idioma. La lingua è dunque un sistema di “segni” di cui attraverso la parole ciascuno si serve a suo modo. Saussure espresse altri schemi oppositivi come “sistema-processo” e “codice-messaggio”.

   I manovratori della neolingua invertita e del politicamente corretto hanno appreso assai bene la lezione, realizzando una sorta di ossificazione della parole. Io non pronuncio più un termine a mio modo per esprimere un concetto personale all’interno di un sistema di codici, messaggi, significati, mi allineo non alla grammatica della langue bensì al concreto significato psicologico prescritto dal potere che mi sovrasta.  Esso accoglie le regole strumentali di valore pratico (non posso chiamare pera un albero se tutti associano al fonema albero l’immagine di un tronco di legno fronzuto piantato nel terreno), ma impiantando sensori psicologici per cui sono obbligato a chiamare diversamente abile uno zoppo, paese la terra natale e genitore biologico il padre o la madre naturale di qualcuno. Il salto è enorme, per quanto resti inavvertito ai più. 

Facciamo un esempio noto a chi ha superato gli “anta”. Per l’infanzia delle generazioni passate, a Natale i regali li portava Gesù Bambino. La progressiva rimozione dell’immaginario religioso ha espulso il nazzareno e incoronato Babbo Natale, figura della mitologia nordica. La stessa parola Natale è stata spogliata del suo ovvio legame con l’idea della nascita. Nel mondo comunista sovietico venne inventato Nonno Gelo, ma funzionò meglio il trasbordo “dolce” verso la barba bianca, il vestito scarlatto e la slitta trainata dalle renne poiché faceva già parte, in qualche maniera, dell’immaginario collettivo. La Rivoluzione francese pretese di cambiare il nome dei mesi senza successo: una fusione fredda, imposta con scarsa conoscenza della psicologia delle masse. I nomi dei mesi di Robespierre ci sono oggi sconosciuti, resta forse Brumaio per il titolo di un’opera minore di Marx (Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte). 

   Analoga espulsione dal campo per la parola straniero, che evoca l’alterità dei non connazionali. Con un’acrobazia verbale da circo Barnum, abbiamo introiettato (coincidenza di langue e parole…) il significante extracomunitario. Doppia carambola al biliardo, giacché accettiamo di fatto come connazionali (rectius concittadini) francesi, lituani o croati o qualunque altra popolazione venga inserita nella comunità destinale imposta, l’Unione Europea e contemporaneamente sterilizziamo sino all’irrilevanza ogni componente identitaria, culturale, etnica o, ohibò, razziale dell’Altro da noi. Egli è un semplice extracomunitario, non più straniero, ovvero non possiede (ancora) documenti amministrativi che ne cambino la condizione. Basterà una legge ad hoc (pensiamo allo ius soli) e diventerà concittadino, anzi connazionale, poiché nel frattempo i due concetti, distinti e differenti, vengono sovrapposti, anche nei moduli amministrativi ufficiali. Sono cittadino italiano in quanto il timbro di un organo amministrativo lo certifica, a nulla contando la mia nazionalità, albanese, malgascia o, incidentalmente, italiana.  

Nella confusione tutti i gatti sono grigi. Di recente, l’organo di garanzia più importante del paese (pardon dello Stato), la Corte Costituzionale, si è pronunciato contro norme di alcune regioni (organi territoriali di rilevanza costituzionale, a mente del novellato Titolo V!) tese a favorire i cittadini italiani in alcuni ambiti sociali. Non abbiamo letto la sentenza, ma è facile supporre che i giudici –  di nomina tutt’altro che imparziale – abbiamo stabilito che il termine “cittadini” nella carta non si riferisce esplicitamente ai connazionali o a coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana (con un’altra parola tutt’altro che neutra si chiama naturalizzazione), ma a chiunque presente sul territorio, specie attraverso il combinato disposto (ah, la lingua di legno!) dell’articolo che tutela la condizione dello straniero.

   Capiamo dunque quanto sia decisivo possedere le parole, dirigerne il significato. Un altro caso riguarda i concetti di legalità e legittimità. In accordo al trionfante positivismo giuridico, la legittimità coincide con la legalità, cioè l’osservanza della legge scritta. Si organizzano per i giovani corsi e financo crociere della legalità, assolutamente condivisibili se si vuole diffondere il senso civico, ma sappiamo che non ogni legge è giusta, ossia conforme a bene comune e senso morale. Legalità finisce con trasformarsi in legalismo, al fine di sterilizzare il dissenso, mentre la legittimità si riduce a parola vuota o peggio a falso sinonimo. 

Il linguaggio è “il vincolo della socialità”, scrisse il grande studioso romantico di tradizioni dei popoli Johann Gottfried Herder. Non è dunque vezzo da pedanti analizzarne evoluzione, ricadute, cambiamenti. Nella Fenomenologia dello Spirito, Hegel lo definisce “la coscienza di sé che è per altri”, in grado di connettere passato e presente e ogni essere umano con la comunità di cui fa parte. Esiste ed è fortissima una dimensione simbolica e, per così dire, giudicante, delle parole. La cultura egemone se ne è appropriata e le brandisce come pietre fino in interiore homine.  C’è chi, meritoriamente, ha compilato un vero e proprio dizionario della neo-lingua, come i giovani studiosi Lorenzo Vitelli e Andrea Chinappi. 

   Il tema, per quanto di difficile impatto, è di capitale importanza per animare una resistenza culturale al sistema vigente. Ci torneremo presto, nel tentativo di analizzare alcuni “trasbordi ideologici” provocati dalla neolingua politicamente corretta, al servizio, non è vano ribadirlo, di un potere globale mondialista interessato a cambiare il nostro modo di pensare a partire dalla lingua che parliamo, di cui ci stanno espropriando con la forza attraverso l’imposizione dell’inglese tecnocratico dell’economia. Pensiero unico, consumatore unico, Dio unico Mercato, lingua unica.

L’incubo diventa realtà: non permettiamo che ci rubino le parole per descriverlo e quelle per insorgere.  

 

Immagine: Grande Torre di Babele, Pieter Bruegel il Vecchio (1563) olio su tela. Kunsthistorisches Museum, Vienna.

                                                                  

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