A Mileto nel VI secolo a.C. si cominciò a guardare la realtà senza mettere in imbarazzo il mito. Nasceva la filosofia.

 

    “C’era una volta il mito”. Se la filosofia fosse una favola, comincerebbe così. Sì, perché fu quando si iniziò ad abbandonare ogni spiegazione mitica e religiosa e ad avere una visione scientifica e razionale del mondo che nacque il pensiero filosofico, una delle più grandi scoperte della Grecia antica.

La parola filosofia significa “amore per la sapienza” ma anche “prendersi cura”. Il grafema “Sophia”, tuttavia, vuol dire chiaro, lampante. La filosofia quindi si pone come ciò che mostra la verità all’essere umano non nascondendogli nulla. La filosofia è la vera realtà delle cose. Il mondo visto non dagli occhi ma dalla mente.

Per avere una visione più attuale, la filosofia si può paragonare alla scienza cioè il “concreto”. La filosofia nasce dunque grande, piena, senza bisogno di correzioni se non quelle destinate alla conoscenza della verità.

   Ma quando, dove e perché avvenne questa rivoluzione culturale?

   I primi a voler mandare in pensione gli dèi dell’Olimpo furono i filosofi di Mileto, colonia greca della Ionia sulle coste della Turchia. Una città straordinariamente versatile, aperta a ogni influsso straniero proveniente da Anatolia, Fenicia, Egitto e Mesopotamia, vitalissima sul piano commerciale, con una ricca borghesia marittima, poco avvezza a riconoscere all’aristocrazia della madrepatria un potere significativo su di sé. Sede appunto di una delle prime scuole filosofiche occidentali, che diede i natali ai primi “presocratici”: Talete (624-546), Anassimandro (610-547), suo discepolo, e Anassimene (546-528), discepolo di Anassimandro. Le date sono molto incerte, ma possiamo riferirci con sicurezza a un periodo che va dalla fine del VII sec. a.C. alla seconda metà del VI sec.  Era diventata la più ricca di tutto il mondo ellenico e il suo unico grave errore fu quello di sottovalutare la potenza dell’impero persiano del re Dario, che nel 494 a.C. la rase al suolo.

   La filosofia germogliava già nelle colonie d’Oriente dell’Asia Minore e successivamente nelle colonie d’Occidente dell’Italia Meridionale (la scuola di Pitagora, per la precisione). Proprio a Mileto, lontani ed emancipati dalla madrepatria, grazie all’operosità, ai commerci e alla circolazione delle idee, non ultimo il lavoro degli schiavi, i coloni greci raggiunsero prima di altrove benessere, cultura e un’inedita autodeterminazione politica. Terreno fertile appunto per il fiorire della filosofia.

Con loro non nasce solo la filosofia ma anche l’ateismo in epoca schiavistica, filosofia e ateismo venivano indirizzati contro la mitologia, espressa, in chiave poetica, dalle antiche opere di Omero (Iliade, Odissea) e di Esiodo (Teogonia, Le opere e i giorni). Non dimenticando, faremmo loro un torto, che, oltre che “filosofi”, erano anche scienziati, politici, tecnici. Tanto per fare un esempio si può ricordare che Talete elaborò (non senza suggestioni caldee o babilonesi) un fondamentale teorema geometrico secondo cui un fascio di rette parallele secante due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali. Anassimandro invece introdusse in Grecia lo gnomone (l’asta della meridiana), che, sempre sfruttando l’idea dell’ombra, permette di calcolare lo scorrere del tempo. Proprio l’uso dello gnomone gli permise di scoprire l’obliquità dello zodiaco, responsabile del cambio delle stagioni. Realizzò anche una prima mappa della Terra allora conosciuta, per rispondere alle esigenze dei traffici marittimi, e disegnò la circonferenza della Terra.

   Sono, dunque, loro tre i primi a porsi il problema di trovare a quale cosa si possa attribuire l’origine di tutto, visto che non possono essere razionalmente accettate le favole dei poeti, elaborate per il piacere dei potenti aristocratici. Gli dèi di questi miti infatti sono troppo infantili e irrazionali, troppo simili ai comportamenti umani per poter essere accettati nelle loro qualità sovrumane. La filosofia razionale doveva, secondo loro, sostituire la mitologia religiosa.

   Fu Talete che fondò la scuola ionica che visse e operò a Mileto nel VI secolo a.C.. Egli inaugurò la ricerca filosofica intesa come tentativo di comprendere razionalmente il cosmo, alla ricerca del principio che spiega la realtà che ci circonda, egli semplicemente si chiese: da dove inizia il tutto? E dove finisce? E il modo migliore per farlo fu quello di porre nella natura o nell’universo un archè, (in greco significa «principio», «origine»), rappresenta per gli antichi greci la forza primigenia che domina il mondo, da cui tutto proviene e a cui tutto tornerà cioè un principio la cui esistenza potesse essere considerata anteriore a quella umana.

Le risposte date dalla mitologia e dalla sua intricata genealogia non bastavano più. Si passò così all’osservazione dei fenomeni naturali, dove ricondurre ogni effetto a una causa, sostenuti da una fiducia incrollabile formularono che, con la razionalità si potessero penetrare i segreti del mondo. Per Talete, dunque, quel principio di tutto (archè) era l’acqua, o meglio la sostanza fluida. Un movimento ondoso del divenire del mondo, dove non vi è nulla che si generi e si distrugga, perché l’acqua (la sostanza) che costituisce ogni onda rimane, “si conserva sempre”.

   Per Anassimandro – che lasciò le sue riflessioni nel primo scritto filosofico greco di cui oggi ci rimane solo un frammento – sostenne che si trattava di un principio astratto chiamato ápeiron («infinito» o «indefinito», rappresenta l’origine e il principio costituente dell’universo). Per Anassimene discepolo di Anassimandro, l’archè era invece nell’aria infinita, un soffio vitale (pneuma) ovunque diffuso, in perenne movimento, creava i venti, le nuvole, l’acqua, la terra e la pietra, mentre quando si dilata diventa fuoco.

Chi aveva ragione dei tre?

   Se guardiamo la composizione dell’acqua (due atomi di idrogeno e uno di ossigeno) dovremmo dire il primo. Ma proprio l’acqua ci dice che se la semplice condensazione di due elementi eterei è stata in grado di produrre qualcosa di così completamente diverso, allora vuol dire – seguendo il pensiero di Anassimandro – che in origine esiste qualcosa di molto più potente, non così facilmente individuabile o definibile. Talete e Anassimene s’erano basati sull’evidenza: Anassimandro invece cercò di andare oltre. Ma tutti e tre fecero nascere un’idea che avrà un incredibile successo durante l’Umanesimo e il Rinascimento: la natura è vivente, ha un’anima e quindi un’intelligenza; la natura cioè non è soltanto ciò che vediamo al di fuori di noi (in senso scientifico o estetico), ma è ciò che ci costituisce, è una realtà necessaria e primigenia, chiamata “physis” che significa letteralmente “natura”.

   Il mito però era duro a morire e secondo gli storici nessun filosofo greco negò fino in fondo l’esistenza degli dèi. “In Grecia il mito era onnipresente” ha scritto lo storico Jacob Burckhardt, autore di una Storia della civiltà greca che è considerata un classico. Così presente che anche lo stesso racconto dei fatti storici ne era condizionato. “I ricordi delle grandi imprese del tempo storico erano, per quanto concerne il luogo, pressoché nulli”, ha detto ancora Burckhardt. “Nessuno si chiedeva dove mai un Solone, un Pericle, un Demostene fossero comparsi nei momenti decisivi, mentre si desiderava essere ragguagliati con ogni precisione possibile sui luoghi classici dell’epoca favolosa”.

Percorrere una strada diversa da quella tradizionale rappresentava una sfida che poteva diventare tragica. L’accusa di aver corrotto i giovani e di aver insegnato loro a non rispettare gli dèi ufficiali costò a Socrate (470-399 a.C.) la condanna a morte. Sappiamo che i malati guariti immolavano un gallo al divino medico Asclepio, il filosofo ateniese, che si considerava guarito da ogni male della vita, subito dopo aver bevuto la cicuta, si rivolse così al suo discepolo Critone: “Siamo in debito di un gallo a Asclepio: fateglielo avere; non ve ne dimenticate”.

   Per citare un altro “grande”, Aristotele (384-322 a.C.), tra le menti più innovative e influenti del mondo antico, diceva che “l’amante del mito è in qualche modo filosofo”, a dimostrazione di un forte intreccio. Ma con una certezza. Se mito e filosofia nascevano dalla stessa necessità di appagare il bisogno di sapere, soltanto la seconda portava alla vera conoscenza.

 

Immagine: Jacques-Louis David (1748-1825)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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