Proclamava di essere il pagliaccio della nuova eternità, si sedeva al pianoforte e cantava a gola spiegata in preda ad una irrefrenabile euforia. Il suo amico Franz Overbeck era corso da Basilea per rintracciarlo e riportarlo a casa.

Sembrava un istrione impazzito e inviava proclami firmati Dioniso oppure Crocifisso. Ma questo fa parte della stagione della follia, nell’abisso in cui stava sprofondato quando lo ritroviamo per la seconda volta a Torino nell’antica capitale sabauda, ma questa volta essa lo affascinò completamente. Era il 21 settembre 1888 Friedrich Nietzsche arrivò, fuggendo l’Engadina in preda all’alluvione.

Ora immaginatevi un uomo con una malattia misteriosa, talmente miope da essere semicieco, tarchiato, non agile, piuttosto sfortunato in amore, solitario, incompreso da madre e sorella, a cinque anni orfano di padre, criticato dal suo maestro appena esce il primo libro, colpito da depressione e da idee di suicidio, un uomo tormentato che abusa dei sonniferi e che riesce a concentrarsi solo per brevi periodi di tempo. Se un funzionario dell’attuale sanità pubblica leggesse tali notizie su un profilo clinico, non scommetterebbe molto sull’avvenire di questo signore e senza tema di essere smentito gli consiglierebbe  almeno l’analisi. Poi si curerà il resto.

In realtà sul lettino dello psicanalista siamo finiti noi, insieme alla nostra civiltà. È stato lui ad analizzare con una lucidità impressionante l’Occidente e quel che ne restava dell’anima, rovesciando i valori di giudizio, minando etiche e morali. Freud seguirà un’altra strada, clinica, individuale, ormai gradita al funzionario dell’Asl incontrato.

Nietzsche scrisse molto e ha fatto scrivere molto di sé e del suo pensiero.

Ivan Turgenev (1818-1883).

La parola che corre più spesso a Friedrich Nietzsche è: nichilismo. Ma non fu proprio lui il primo a usare quel termine, fu lo scrittore russo Ivan Turgenev(1) (1818-1883) che sembra rivendicarne la paternità. Nel suo romanzo Padri e figli (1862), scrive che il termine venne usato nel suo romanzo «Non a mo’ di rimbrotto, non a scopo di oltraggio fu da me usata questa parola, ma come precisa e opportuna espressione di un fatto – storico – che si era manifestato; essa fu trasformata in uno strumento di delazione, di condanna inappellabile, quasi in un marchio d’infamia». Lo scrittore russo usò il termine nichilista per designare la nuova generazione russa – il titolo del romanzo infatti – fa riferimento al conflitto tra la generazione dei padri e quella ribelle dei figli. Lo spirito di ribellione nei confronti dei valori tradizionali dei padri della nuova generazione russa materialistica e disillusa. Il termine nichilismo adottato da Turgenev ebbe fin da subito una connotazione negativa, nei suoi ricordi scrive che la parola nichilista venne usata – subito dopo la pubblicazione del suo romanzo – per indicare degli uomini che appiccarono degli incendi all’Apràksinskij Dvor (edifici del grande mercato di Pietroburgo). La prima esclamazione sfuggita alle labbra del primo conoscente da lui incontrato sul Nevskij (Nevskij Prospèkt è il corso principale di Pietroburgo), fu «Guardate quel che fanno i vostri nichilisti! Bruciano Pietroburgo!»

Nietzsche la definirà, cinquant’anni più tardi, dopo averla pensata a lungo, discussa nei suoi libri. Il nichilismo radicale è la convinzione di un’assoluta insostenibilità dell’esistenza. Annunciata come senso dell’epoca a venire e nell’annunciarla diceva ciò che io vado dicendo lo si capirà tra 50 anni, e aveva fatto una previsione ottimistica nel senso che nel nichilismo siamo affondati pesantemente, – già dagli anni ‘70/’80 – segnando il punto di rottura definitivo con la tradizione idealista. Vediamo di capire in che senso ciò è potuto accadere, a partire proprio dalla definizione che Nietzsche da del nichilismo.

La definizione di Nietzsche è la seguente: «manca lo scopo, manca il perché, tutti i valori si svalutano», che i valori si svalutino non è un grosso problema, la storia va avanti perché determinati valori si svalutano e altri rinascono e si rivalutano, con la parola valore non dobbiamo intendere nulla di spirituale tantomeno nulla di assoluto, i valori sono solo dei fattori di coesione sociale. Una determinata società valuta che determinati valori consentono di vivere meglio rispetto ad altri valori, ma i valori altro non sono che valutazioni umane e sotto questo profilo subiscono tutte le sorti tipiche dell’umano tra cui anche la loro transitorietà. Tanto per fare un esempio prima della Rivoluzione francese funzionavano  dei valori gerarchici e la società era organizzata a partire  da questi valori. Dopo la Rivoluzione francese sono nati i valori di uguaglianza di cittadinanza almeno formale e allora i valori gerarchici sono tramontati e ne sono nati altri. Nichilismo vuol dire qualcosa di più dei valori che precedevano la nostra epoca e che sono tramontati e non ne sono nati altri per cui resta il nulla a cui agganciarsi. Martin Heidegger(2) che ha riflettuto molto su queste pagine di Nietzsche dice che il nostro tempo è un tempo di povertà estrema caratterizzato dal fatto che più non son gli dei fuggiti e ancor non son i venienti la riprende in questo caso una poesia di Holderlin, più non sono gli dei fuggiti, cioè i valori precedenti che organizzavano il modo di vivere, e ancora non sono i venienti, i nuovi dei, i nuovi valori che organizzano la società a venire. Nietzsche poi distingue una sorta di nichilismo passivo, nichilismo della decadenza che ha come sua conseguenza la rassegnazione. Se non ci sono più valori rassegniamoci e vediamo di realizzare noi stessi all’interno di un sano realismo che si accompagna poi ad un deprecabile egoismo oppure dice si può invece impegnarsi in una sorta di nichilismo non passivo ma attivo che consiste nell’andare davvero in fondo al nichilismo e questa seconda impresa è stata sollecitata anche da Heidegger. Di ce Heidegger il nichilismo non serve a niente metterlo alla porta perché ovunque c’è da tempo e in modo invisibile esso si aggira per la casa ciò che occorre è accorgersi di accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia. Noi siamo persone che abitano una regione, una storia che abbiamo chiamato occidente e l’occidente ha sostanzialmente due matrici culturali una matrice greca l’altra è la matrice giudaico-cristiana.

Carl Ludwig Nietzsche, padre di Friedrich.
Nietzsche nel 1868, in uniforme da artigliere.

Sul Nietzsche nazista si sono riempite biblioteche. Sono stati effettivamente utilizzati, non solo perché Hitler e gli ideologi nazisti erano convinti nietzschiani, ma anche perché i soldati venivano mandati al fronte con nello zaino “La volontà di potenza”, silloge di frammenti nietzschiani inneggianti alla lotta, al coraggio e alla guerra. Friedrich Nietzsche, nel Crepuscolo degli idoli fa costantemente riferimento a Socrate: per lui il filosofo greco rappresenta l’inizio e il fondamento della decadenza della cultura occidentale. Decadenza è, secondo Nietzsche, il ricorso costante ed esclusivo alla ragione, il rifiuto di tutto ciò che nell’uomo è istinto e vita, la fiducia nell’esistenza e nella conoscibilità di una Verità certa e immutabile e quindi nella possibilità per l’uomo di dominare la realtà attraverso la sapienza e la scienza. In questo senso Socrate sarebbe responsabile non solo di tutta la filosofia metafisica, ma anche dell’atteggiamento illuministico della scienza moderna che, per Nietzsche, ha portato al massimo degrado la civiltà occidentale. Contro i mali che affliggevano la società del suo tempo (e l’umanità) Socrate si pose come medico: ma dovette constatare che egli stesso era ammalato e che l’unico vero medico era la morte. Nietzsche fa riferimento esplicito alle ultime parole di Socrate, riportate da Platone nel Fedone.

«Non riesco a persuadere Critone che io sono il Socrate che ora discute con voi e ordina i suoi argomenti; egli invece crede che io sia il Socrate che tra poco vedrà cadavere, e mi chiede, appunto, come deve seppellirmi.» Socrate allora prega gli dei perché la sua migrazione sia fortunata, alza la coppa e beve l’infuso amaro tranquillamente, impassibilmente. «O Critone», disse, «dobbiamo un gallo ad Esculapio: dateglielo e non ve ne dimenticate». «Sì», disse Critone, «sarà fatto: ma vedi se hai altro da dire». A questa domanda egli non rispose più: passò un po’ di tempo, e fece un movimento; e l’uomo lo scoprì; ed egli restò con gli occhi aperti e fissi. E Critone, veduto ciò, gli chiuse le labbra e gli occhi.

Nietzsche e la madre Franziska (1892).

La critica contro Socrate può nascondere qualcosa di velenoso, e particolarmente pericoloso. Il passo è sostanzialmente una condanna della morale, Più che l’uomo egli ne criticò ciò che ha sempre rappresentato e per la quale non ha esitato a morire. Questo potrebbe aver dato ossigeno a quelle correnti di pensiero che giustificarono il ricorso alla violenza senza tener conto dei valori morali. Nietzsche è l’anima della destra e lo sarà sempre. Sognava una rinascita dei valori antichi, valori aristocratici, che esaltano la gara, il coraggio, la disuguaglianza, il primato, la conquista, e che erano stati sovvertiti dai valori democratici del cristianesimo: carità, uguaglianza, dignità di tutti gli uomini, fratellanza. Ma ai suoi tempi il cristianesimo era solo un resto formale e convenzionale di quello forte e intraprendente che era stato in passato. Inoltre i valori spirituali accumulati nei passati millenni erano travolti dal materialismo della civiltà di massa. Nietzsche accusò il cristianesimo, e la morale che lo caratterizzava, di essere la causa della decadenza dell’Occidente (e, sotto questa angolatura, caro alla sinistra), psicologo della storia e araldo della «morte di Dio», questo filosofo è stato chiamato a rispondere a tutte le domande che il Novecento si è fatto.

È un vero peccato che la sua vicenda umana  sia rimasta in ombra o è nota soprattutto per alcuni luoghi comuni.

Massimo Fini scrisse un ottima biografia, Nietzsche e come sottotitolo «l’apolide dell’esistenza». Fini ha scritto un ritratto umano del pensatore con la penna del migliore giornalista, senza dimenticare il ricorso diretto alle opere e tenendo presenti i contributi critici più sicuri (ad esempio La vita di Nietzsche di Janz, tradotta da Laterza in tre volumi.

Fini si è sempre occupato di Nietzsche. Fa parte di quella generazione che andava al liceo e grazie a Giorgio Colli e all’edizione italiana delle opere pubblicate da Adelphi scoprì il grande genio. Siamo negli anni Sessanta e un decennio dopo Fini ne scriveva già sull’Europeo di Tommaso Giglio. Del resto in quegli anni si era recato a Röcken, minuscolo villaggio prussiano dove Nietzsche nacque e fu sepolto, prima della caduta del Muro. Ed è proprio dalla fine che inizia il suo libro. Vide lo stato di abbandono della sua casa, felci e erbacce sulla sua tomba, il nome dimenticato. Il contrario di oggi. E da quella visita, descritta nelle prime pagine, avvia il ritratto: il bambino vecchio che fu Friedrich, ma di testa e dolori reumatici a 17 anni, il suo disinteresse per lo sport, la sua visita inconcludente in un bordello di Colonia. Qui fu portato da un vetturino che aveva equivocato e si trovò circondato da una mezza dozzina di signorine: si gettò allora sulla tastiera di un pianoforte, la musica gli sciolse l’imbarazzo e riuscì a guadagnare l’uscita. Giustamente Fini dedica al nostro un capitolo che intitola: «E con le donne niente». Già, il sesso. Dopo Colonia ecco un altro esempio: per l’uscita della Nascita della tragedia, riceve una lettera da tale Rosalie Nielsen alla quale, per dirla in breve, fissa un appuntamento in un hotel di Friburgo. Ma quando entra nella camera, Nietzsche  vede «una donna appassita, di una bruttezza ripugnante, vestita a sghimbescio, sudicia». Gli bastano pochi secondi per darsela a gambe urlando: «Mostro, mi hai ingannato!». Lei non si arrende e lo molesta senza requie. A lui piacciono «giovani, belle, alte, bionde» ma loro no ricambiavano con uguale ardore.

Lou Von Salomé, Paul Rée e Nietzsche nel 1882.

Un suo grande amore lo riversò su Lou von Salomé, (1861-1937), scrittrice e psicoanalista tedesca. Fu lei, giovane e affascinante russa, che Friedrich Nietzsche conobbe nel 1882 e che probabilmente lo ispirò a creare le prime due parti della sua opera più importante: Così parlò Zarathustra. L’episodio “Delle femmine vecchie e giovani” dello Zarathustra, sembra mostrare la glorificazione dei simboli classici della repressione. Vi si legge che gli uomini devono essere allevati per fare la guerra e le donne per servire i guerrieri. Questo contenuto è poco integrato in una ottica umanista.

«L’uomo deve essere educato alla guerra e la donna al conforto del guerriero: tutto il resto è stoltezza». Nietzsche avrebbe finalmente trovato la sua dottrina e la sua strada che gli avrebbe permesso di superare la fase di crisi e di scetticismo derivato dalla negativa esperienza del suo legame con Lou Salomé.

«Perché te ne vai così timido e furtivo nel crepuscolo, Zarathustra? E cosa nascondi con delicatezza sotto il tuo mantello? Forse un tesoro che ti è stato donato? O un bambino che ti è stato generato? Oppure te ne vai sulle vie dei ladri, tu amico dei malvagi?» «In verità, fratelli miei!», disse Zarathustra, «è un tesoro che mi è stato donato: è una piccola verità quella che porto».

Nietzsche nel 1861, all’età di 17 anni.

Da giovane il filosofo «è totalmente digiuno di politica»; disciplina che non gli interessa , «non la capisce e gli rimarrà sempre estranea». Fini ricostruisce gli studi e i grandi incontri, con i maestri di Lipsia e con Wagner, quindi lo accompagna a Basilea quando diventa collega di Burckhardt (di cui segue anche le lezioni). E dopo aver  ridimensionato la leggenda della sifilide, documento dopo documento scorta il filosofo al manicomio, tra convulsioni, schiamazzi da isolamento, paresi, escrementi di cui si imbratta(3). Non ebbe un allievo, pubblicò a proprie spese i libri, fu considerato un dilettante e censurato con il silenzio. Quando la sua ragione lo abbandonò, folle di esegeti cercarono di capirne il messaggio, disputando anche le sue intenzioni. E lui si vendicò non accorgendosi più di nulla, lasciandoli discutere eternamente.

Ancora oggi, a più di 100 anni della sua morte, Nietzsche divide le anime. Lo si può amare o odiare, comunque non può mai lasciare indifferente. E questo è molto per un filosofo.

La firma di Friedrich Nietzsche.

 

NOTE

(1) Ivan Sergeevič Turgenev (1818-1883) è stato uno scrittore e drammaturgo russo. La data di nascita è il 28 ottobre, secondo il calendario giuliano in vigore all’epoca. Il suo romanzo Padri e figli è considerato uno dei capolavori della narrativa del XIX secolo per la sua analisi della struttura familiare russa della sua epoca e dei rapporti interpersonali al suo interno.

(2) Martin Heidegger(1889-1976) è stato un filosofo tedesco. È considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico, anche se ha sempre rigettato quest’ultima etichetta.

(3) Anche il padre, Carl Ludwig Nietzsche, muore il 27 luglio 1849, dopo un anno di “apatia cerebrale” secondo alcuni dovuta a una caduta, secondo altri probabilmente un tumore cerebrale, un ictus, l’epilessia del lobo temporale o la stessa malattia cerebrale che avrebbe poi colpito il figlio, i cui primi segni si erano manifestati due anni prima.

fonte Wikipedia. 

BIBLIOGRAFIA

Massimo FiniNietzsche. L’apolide dell’esistenza. Marsilio (15 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

Bibliografia Nietzscheriana:

     

 

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3 Commenti

  1. Elisabetta Bordieri

    17 novembre 2018 a 17:32

    Felice che me lo chieda. Direi “presto”, ma il tempo esiste davvero?

    rispondere

  2. Elisabetta Bordieri

    16 novembre 2018 a 8:39

    Interessantissimo!

    rispondere

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