La meccanica quantica accetta e vede i limiti della fisica classica

FISICA DELLA SAGGEZZA

Considerazioni nel rispetto di due formule delle tradizioni sapienziali, vedica la prima, alchemica la seconda: tutto è uno e come in alto, così in basso


Se le tradizioni hanno già detto tutto, ma in linguaggio esoterico, sulla realtà, l’universo, il mondo, la vita e la morte, così i molti imbalsamati sulla sola dimensione materiale delle verità hanno creduto bene di tenere fuori dal loro ambito di ricerca quanto avevano a disposizione. Il loro progresso si è così ridotto al guadagno, alla misura, alla scomposizione. In questo modo hanno creduto di poter abbandonare l’anima del mondo alla stazione di servizio.

Dopo tanto tempo passato a correre dietro al denaro e al suo potere, qualcuno si è accorto che c’era qualcosa che non andava, la scienza aveva capito molte cose ma altre neppure le aveva considerate, in quanto roba da ciarlatani e stregoni, dicevano i suoi fedeli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunque sia, la provvidenza secondo i cattolici, il karma secondo i Veda, e il ciclo delle rinascite, saṃsāra, secondo il Buddha, hanno complottato per offrire ad Heisenberg e soci l’opportunità di emancipazione dal totalitarismo materialista e positivista che aveva fin ad allora obnubilato la creatività umana. Ma anche dal capitalismo ordoliberale, dai diritti per legge e perciò dalla cancellazione dell’ordine della natura. Ma più ancora, dalla religione dell’uomo come ente indipendente dalla sua origine, dunque foriero di una cultura babelica, avviata a traballare viste le sue fondamenta impiantate su valori esclusivamente storico-materialisti.

La meccanica quantica accetta e vede i limiti della fisica classica. Queste due, come nella parabola della caverna platonica, pur vedendo il medesimo mondo, lo descrivono in modo differente. Le ombre proiettate sulla roccia non sono più il solo mondo disponibile, e così la sua descrizione non più la sola realtà.

Inizialmente, la questione riguardava soltanto l’ambito sub-atomico. Nell’estremamente piccolo, avevano osservato che la forma della realtà muta in funzione di chi la osserva, che materia e energia sono una cosa soltanto con il vezzo di travestirsi e interscambiarsi il guardaroba. Non solo, si divertivano anche a depistare gli ottusi alla faccia della logica. Diretta dalla logica infatti, l’orchestra era tenuta a rispettare il principio di causa-effetto e dello spazio-tempo, una diade sempre univocamente misurabile nel mondo ridotto a materia, ma non in quello infinitamente più vasto che stava albeggiando nell’oscurantismo materialista.

Il molto piccolo si prestava a essere assimilato a ciò che da sempre i ciarlatani dicevano sottile. Assumendo – o vedendo – tale similitudine, ci si poteva permettere ­di – o si doveva – riconoscere che sentimenti ed emozioni sono fertili germi che ingravidano sempre bisogni e motivazione. Così, concependo il mondo investito dalla presunzione oggettiva, esso diveniva relativo e del tutto apparente, anzi, creato proprio dall’impossibilità della neutralità dell’osservatore.

È un passaggio cruciale per chi ha in sé un barlume di spazio per accreditare che le cose non stiano proprio come c’era scritto sul sussidiario, o come la famiglia Angela e l’intero universo scientista le propinano in pasto alla curiosità delle persone. Cruciale, in quanto ogni nostra narrazione ci contiene, e se ciò accade, significa che non siamo altro da quanto narriamo. Allora anche la macro-dimensione, finora sfuggita al suo stesso aggiornamento, ha a che vedere con quanto si riteneva proponibile solo per la micro.

Ed è qui che i ciarlatani devono essere ripescati dal cestino dove sono stati vanagloriosamente gettati. I cui foglietti stracciati e accartocciati devono ora essere dispiegati e ricomposti, per recuperare quanto ci hanno scritto. Sarà lì che si leggerà che l’interesse personale fa danno alla nostra e altrui vita, e che quello incondizionato è molto più al centro delle cose di quanto possa essere la nostra furbizia argomentativa. Che la conoscenza è già in noi e che fuori ci sono solo arcipelaghi di sirene e lidi di porti effimeri.

Diversamente, se in cima all’arrogante torre della conoscenza cognitiva ora si traballa, a breve tutto crollerà. Su di noi.

“Anzi, scoprire che la logica sottile che orienta i buchi neri è la stessa che orienta la nostra memoria e le nostre scelte ci fa sentire parte dello stesso scorrere globale, dello stesso flusso” (1).

“Facciamo sempre l’errore di pensarci diversi dal mondo attorno a noi, pensiamo di guardarci dal di fuori. Ci dimentichiamo che siamo come le altre cose. Che guardiamo le cose essendo loro” (2).

Lorenzo Merlo

 

Note

  1. Carlo Rovelli, Buchi Bianchi, Milano, Adelphi, 2023, p. 119.
  2. Ivi, p. 122.

    Descrizione

    «La tessitura del mondo è in queste relazioni fra tempi. Non c’è tempo universale: la realtà è la rete tessuta fra i tanti tempi locali dalla possibilità di scambiarsi segnali»

    «Anche in questo libro Rovelli gira intorno – per poi arrivarci a gamba tesa sul finale – al suo grande amore: il tempo. I suoi libri sembrano le feste di Gatsby, che vogliono far colpo soltanto su Daisy e nessun altro, in questo caso su un solo tema, il tempo, e nient’altro. Ma forse così è l’intera fisica.» – Alessandro Tacchino per Maremosso

    « Non lo so se l’idea che i buchi neri finiscano la loro lunga vita trasformandosi in buchi bianchi sia giusta. È il fenomeno che ho studiato in questi ultimi anni. Coinvolge la natura quantistica del tempo e dello spazio, la coesistenza di prospettive diverse, e la ragione della differenza fra passato e futuro. Esplorare questa idea è un’avventura ancora in corso. Ve la racconto come in un bollettino dal fronte. Cosa sono esattamente i buchi neri, che pullulano nell’universo. Cosa sono i buchi bianchi, i loro elusivi fratelli minori. E le domande che mi inseguono da sempre: come facciamo a capire quello che non abbiamo mai visto? Perché vogliamo sempre andare a vedere un po’ più in là…? ».

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