Nel 1912 apre uno studio fotografico a San Francisco ma la “Grande Depressione” americana cambierà drasticamente il suo approccio con la fotografia. Lavorando per conto della “Farm Security Administration”, inizia un’attività documentaristica del grande movimento migratorio dei disperati che si dirigevano verso la California. La sua opera più famosa “La Madre Migrante” simboleggia l’orgoglio e la dignità del genere umano con cui esso affronta le avversità.

Dorothea Lange, nasce a Hoboken (New Jersey) da immigrati Tedeschi il 26 Maggio 1895.

Dorothea fu segnata da due gravi episodi nella sua infanzia (l’abbandono da parte del padre – da cui l’uso del cognome della madre – e la poliomielite contratta all’età di 7 anni), decise di diventare una fotografa professionista mentre stava diplomandosi per diventare un’insegnante.

I suoi inizi furono al soldo di Arnold Gen e Charles H. Davis (due fotografi attivi nella sua città e proprietari dei due rispettivi studi fotografici). Nel 1919 si trasferì a San Francisco dove aprì il suo personale studio fotografico (nel frattempo aveva anche seguito un corso alla Columbia University) che andò a gonfie vele fino all’arrivo della grande depressione, nel 1930.

Con Migrant mother scttata nel 1936 a Nipomo, California per Dorothea Lange fu l’inizio della svolta della sua carriera, decisa a catturare nelle sue fotografie la disperazione della gente messa in ginocchio dalla grande depressione. La donna ritratta è Florence Owens Thompson, una donna di 32 anni, madre di sette figli, immortalata nei pressi di un campo di piselli in California dove era giunta dopo aver viaggiato su un camion con prole e marito: al momento dello scatto la famiglia si era fermata alla ricerca di un lavoro come raccoglitori agricoli (il titolo originale, infatti, è Destitute Pea Picker). La Lange scattando quella fotografia rese al meglio la resistenza di una nazione orgogliosa che si trovava nel bel mezzo di una crisi economica mai vista prima. Nel volto corrucciato della Thompson spicca lo sguardo totalmente perso con gli occhi carichi di tristezza e di una stanchezza che va ben oltre quella puramente fisica. Una sorta di rappresentazione della perdita di ogni speranza nel futuro e al tempo stesso la pesante consapevolezza e il senso di responsabilità dell’essere madre.

La Lange disse: “Appena la vidi mi avvicinai a lei, come attratta da una calamita. Non ricordo come riuscii a spiegarle la mia presenza, o la mia macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Scattai le foto, avvicinandomi sempre di più dalla stessa direzione. Non le chiesi né il suo nome né la sua storia”.

Durante la seconda guerra mondiale, Dorothea Lange lavorò agli ordini della War Relocation Authority, sul fronte giapponese della stessa guerra. Tutti gli scatti rimasero però segreti fino al 1972 quando furono per la prima volta resi pubblici nel libro Executive Order 9066  di Maisie and Richard Conrat.

Il massimo riconoscimento arrivà postumo: nel 1966. I suoi lavori furono esposti al MOMA (Museum of Modern Art).

Dorothea Lange morì un anno prima, nel 1965, a causa di un cancro.

In tutta la sua vita artistica, Dorothea ha sempre perseguito lo stesso tema: quello delle persone invisibili, della povertà, della sofferenza.

Aveva 70 anni.

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Un commento

  1. Paolo

    26 marzo 2017 a 10:36

    Interessante e soprattutto splendide foto in bianco e nero!

    rispondere

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