Un conto è saper di dover morire, altro è il dover morire. È quella probabile data di scadenza tanto prossima che crea angoscia e paura

FUGA IN MASSA DAL DOLORE

Qual è la differenza di fondo tra il nostro tempo e le civiltà tradizionali, ossia tra le società dominate dall’io, dalla tecnica e dalla finanza e le civiltà pervase dal sacro, dal rito e dal divino? Le civiltà tradizionali addomesticano il dolore, la morte, la vecchiaia e la solitudine, cioè le rendono familiari, inserite in un ordine naturale e soprannaturale del mondo, in un rito e in una visione religiosa. La nostra società, invece, allevia, rinvia, nasconde ed espelle il dolore, la morte, la vecchiaia e la solitudine, grazie alla tecnologia, alla medicina, al benessere, alle distrazioni.

La pandemia ha scatenato i quattro fattori dolenti, generando paura e spaesamento: ci siamo sentiti indifesi rispetto alla morte, alla sofferenza, alla vecchiaia e alla solitudine. Sono caduti gli alibi, le fughe, i palliativi.

Al dolore e ai temi annessi si è dedicato un filosofo tedesco di origine coreana, ormai celebre, Byung-Chul Han, che è uscito in questi giorni con due saggi, La società senza dolore (Einaudi) e La scomparsa dei riti (ed. Nottetempo). Byung è un conservatore implicito che descrive la società del presente come una società della perdita e dell’agonia: perdita del rito e del rapporto col dolore, agonia di Eros e della comunità, dominio della stanchezza e del narcisismo collettivo, violenza come pornografia e scomparsa della realtà. Non invoca il ritorno, non evoca la nostalgia, ma di fatto analizza il nichilismo che dilaga, il regime di sorveglianza che si impone su basi digitali e sanitarie, il totalitarismo dei dati (“dataismo”) dietro il neoliberismo. La nostra società, dice il filosofo coreano, conta ma non racconta, si fonda su un esercizio contabile, non sulla narrazione. Han si trincera dietro le spalle possenti di Junger, di Nietzsche e di Heidegger e lascia che siano loro a criticare la modernità; lui si limita a descriverne la miseria. Accenna, nel testo sul rito, alla necessità di reincantare il mondo, cioè ripristinare la forza del mito, del simbolo, del sacro. Elogia gli antichi guerrieri, i duelli, le cerimonie rituali. Un proposito che in altri tempi si sarebbe definito reazionario. Ma in Byung-Chul Han è ben dissimulato nel gergo del presente e di autori “compatibili”.

La bellissima gara di corsa raccontata nel Mito di Atalanta

I suoi saggi sono lo svolgimento analitico dei folgoranti aforismi di Nietzsche dedicati all’ultimo uomo, alla negazione del dolore e della tragedia, al gemellaggio tra felicità e infelicità, all’avvento della noia e della stanchezza, al minimalismo erotico (“una vogliuzza per giorno e una per la notte, salvo restando la salute”), all’arte come “una maga che salva e risana”, al gioco e alla guerra. Già nella Nascita della Tragedia il giovane Nietzsche affrontava la verità del dolore e squarciava il velo di Apollo che ne cela la realtà e gli abissi. Nietzsche aveva vera familiarità col dolore. Quello affettivo, con la perdita di suo padre quando era bambino; quello fisico, con le emicranie e i dolori che lo devastavano; quello mentale, con l’insorgere della pazzia che lo avvolse negli ultimi undici anni della sua vita. Irrise il Crocifisso ma finì in croce pure lui.

Maschera di Dioniso, II secolo a.C. (Wikipedia)

Oggi, nota il filosofo coreano, abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, viviamo un’anestesia permanente, abbiamo medicalizzato il dolore, ci perdiamo anche i doni più belli e più spirituali del dolore, la sua forza etica, solidale, purificatrice. Preferiamo rinunciare all’amore e ai legami intensi perché comportano dolore. Sottrarsi alla storia per sottrarsi ai suoi patimenti. Preferiamo vivere meno per soffrire meno. Nessun dolore, per dirla con Lucio Battisti.

Quanta grandezza nasce invece dal dolore: grandi opere, grande pensiero, grande santità sono risposte, rielaborazioni e sublimazioni del dolore. Noi occidentali di oggi che non abbiamo patito la miseria, la guerra e i lutti, fuggiamo dal dolore in ogni sua forma. Siamo più fragili, abbiamo meno capacità di sopportare, barattiamo la vita con la sopravvivenza, usiamo gli analgesici e i palliativi.

Riflessioni sacrosante che non considerano però il motivo-chiave che era alla base dell’accettazione del dolore almeno in occidente: il senso cristiano della vita. Quel che il filosofo nato a Seul non vede, e che invece Nietzsche reputava cruciale, è che la nostra società è in fuga dal cristianesimo. È la religione cristiana ad aver dato dignità e spiritualità al dolore, ad averlo rappresentato nella passione e nella crocifissione di Gesù Cristo e ad aver stabilito un nesso tra sofferenza e redenzione, tra dolore e salvezza. Il nostro mondo fugge dal cristianesimo e perciò dal dolore, ma si potrebbe dire pure il contrario, fugge dal dolore e perciò abbandona il cristianesimo.

È umanissimo che questo avvenga, è comprensibile. Quella fuga, in varie forme e maniere, riguarda tutti noi. Siamo disposti a tutto pur di non soffrire.

Il sogno dell’umanità presente è liberarsi dalla croce, vivere nella felicità o almeno in anestesia. Non pensarci. Fare, godere, digitare, ma eludere i conti con i quattro mali inevitabili da cui siamo partiti. Ma poi che vita ci resta, più duratura ma più insensata, più sicura e più vuota, anestetizzata e demotivata?

Mentre riflettevo sul dolore, i miei figli mi hanno portato in dono la prima edizione del Notturno di Gabriele d’Annunzio del 1921, cent’anni fa. È la storia di un dolore, “commentario delle tenebre”, lo definisce il poeta che lo scrisse con gli occhi bendati; e nella dedica consacra “All’amore, al dolore e alla morte di mia madre, queste pagine scritte col sangue”. Senza dolore non c’è poesia né amore, ricordo e bellezza, ci dice dal buio “l’orbo veggente”. Sarà retorica e vorremmo smentirlo, ma non ha torto.

 

 

Fonte: MV, Panorama n.9 (2021)

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