Fede, politica e doppi standard.

«Gesù è morto di freddo. Il nuovo corso di papa Leone e del governo italiano»
Il silenzio della Chiesa e le ambiguità dell’Occidente.
di Augusto Grandi
Nel suo intervento, Augusto Grandi propone una lettura fortemente critica del clima politico e culturale che circonda il nuovo pontificato e l’atteggiamento delle istituzioni occidentali di fronte ai conflitti contemporanei. Il testo mette in discussione la coerenza morale con cui vengono denunciati o ignorati drammi e violenze nel mondo, sostenendo che esista una gerarchia delle vittime determinata più dagli equilibri geopolitici che da un autentico principio etico universale. Attraverso toni polemici e provocatori, l’autore riflette sul ruolo della Chiesa, sulle ambiguità della diplomazia internazionale e sulla posizione del governo italiano, invitando il lettore a interrogarsi sul rapporto tra coscienza morale, narrazione mediatica e potere (N.R.)
Forse è stato un po’ esagerato, il cardinale Prevost, quando ha scelto per sé il nome di Leone come Papa. Perché dimostrazioni di coraggio leonino proprio non si son viste. Neppure di fronte all’assassinio di un sacerdote cristiano da parte dei buoni israeliani ha trovato un briciolo di forza per condannare i criminali. Per lui esistono solo i “martoriati” ucraini, vittime dei cattivi russi. Non sono martoriate le bambine iraniane uccise a scuola dai suoi compatrioti yankee, non sono martoriati i palestinesi sterminati a Gaza o assassinati in Cisgiordania dai complici dei suoi amici yankee.

E neppure i libanesi, neppure i preti libanesi ammazzati dalla coalizione Epstein.
In fondo il papa leonino non ha fatto altro se non adattarsi alla legge liberticida imposta dal centrodestra con il sostegno di parte del PD. Vietato criticare Israele. E, con una incursione in ambito religioso, vietato persino accusare gli ebrei di deicidio. Dunque Gesù si è suicidato o è morto di freddo in croce. Potrebbe essere un caso da discutere a Ignoto X, la trasmissione di Pino Rinaldi. Un caso in stile Garlasco, per scoprire come ha fatto la vittima a salire sulla croce, dal momento che non si può parlare dei buoni che, da millenni, fanno solo cose buone.

D’altronde che può fare Leone in versione Don Abbondio? In passato i politici italiani andavano a San Pietro per ricevere il sostegno del Papa e della Chiesa. Oggi vanno in sinagoga, a Washington e Tel Aviv. Ma in futuro non si potrà più dire. Eventualmente si potrà citare Washington. Ma solo se proprio necessario. In attesa di un’altra legge liberticida. E poi tutti a votare, perché siamo in democrazia, dove la libertà di parola è tutelata.

caterina giacco
11 Marzo 2026 a 22:16
Deicidi gli Ebrei? Ma l’autore dell’articolo conosce la Storia antica? In Giudea c’erano i Romani e se il Sinedrio comminava la pena di morte a qualcuno doveva, per lo Jus gladii, confermarla o cassarla il Procuratore della Giudea che, all’epoca dei fatti , era Ponzio Pilato. Pilato non lo trovò colpevole e, quindi, i Sinedriti, Caifa in testa, cambiarono il capo d’accusa che divenne quello di lesa maestà e di sedizione , accuse false, prive di fondamento anche per Pilato che voleva, ancora , rilasciarlo e, quindi, ricorsero alla , non tanto, velata minaccia di andare a Roma ed esporre il caso a Tiberio. Pilato aveva la coda di paglia, per certe sue magagne, e, temendo per la sua carriera, firmò tutto quello che volevano, coinvolgendo Roma nel più tragico errore giudiziario di tutti i tempi. Romano era il magistrato che firmò per la condanna capitale, romana era la pena della crocefissione, romano era il drappello che scortò Gesù al Golgota e, quindi, chiamare deicidi gli Ebrei non ha alcun senso!
Riccardo Alberto Quattrini
12 Marzo 2026 a 10:49
Gentile Caterina,
la ricostruzione storica che lei richiama è nota e in larga parte condivisa dalla storiografia contemporanea. Proprio per questo oggi nessun serio studioso sostiene più la vecchia accusa collettiva di “deicidio” rivolta al popolo ebraico.
Va però precisato che l’articolo non intendeva affrontare il tema della responsabilità storica della condanna di Gesù, né entrare nella complessa dinamica tra autorità romana e autorità religiose della Giudea. Il riferimento presente nel testo ha un valore polemico e retorico all’interno di una riflessione più ampia sulla gerarchia morale con cui l’Occidente giudica i conflitti contemporanei.
Il punto centrale dell’intervento di Augusto Grandi non riguarda quindi il processo a Gesù, ma la selettività con cui oggi vengono riconosciute o ignorate sofferenze e vittime a seconda delle convenienze politiche e mediatiche.
Se il passaggio ha dato l’impressione di una lettura storica letterale, la sua osservazione permette comunque di chiarire meglio il contesto. Ed è sempre utile quando un dibattito pubblico resta ancorato ai fatti e alla loro interpretazione.