Tra alleanze storiche e nuove inquietudini strategiche, Tokyo cerca margini di autonomia nel sistema americano

«Giappone, tentativi di evasione dalla gabbia Usa»
Il dibattito nei grandi quotidiani giapponesi riflette una trasformazione più profonda nei rapporti tra Giappone e Stati Uniti.
Il Simplicissimus
Il progressivo mutamento del contesto geopolitico asiatico e globale riapre in Giappone una questione mai del tutto risolta: il rapporto con la tutela strategica statunitense dopo la Seconda guerra mondiale. Anche attraverso il ruolo storico di giornali influenti come Asahi Shimbun — per decenni interprete di una linea sostanzialmente allineata a Washington — emerge oggi un clima più complesso e meno uniforme. In un Paese dove la stampa mantiene ancora una diffusione di massa, come dimostra il primato editoriale dello Yomiuri Shimbun, il dibattito pubblico segnala tentativi cauti ma significativi di ridefinizione della postura internazionale nipponica. Non si tratta di una rottura, bensì di un lento movimento di assestamento: un’esplorazione prudente di spazi autonomi dentro una relazione che resta centrale ma non più indiscutibile. (N.R.)
Quando ho cominciato a fare il giornalista, l’Asahi Shimbun era una sorta di mito o forse di mostro perché, da solo, vendeva oltre 10 milioni di copie ed era il quotidiano più venduto al mondo, adesso ne vende solo 3 milioni e mezzo, ma quanto basta per superare da solo e di gran lunga le copie di tutti i giornali italiani messi insieme e, se è per quello, anche di quelli americani nazionali. Non è più il giornale più diffuso in Giappone essendo superato dallo Yomiuri Shimbun che ne vende quasi il doppio (sì, forse avrete capito che Shimbun o Shinbun, dipende dalla translitterazione, vuol dire giornale o meglio, letteralmente, nuove notizie). Ma non voglio fare una classifica dei quotidiani più venduti e nemmeno sottolineare come altrove, in Giappone, in Cina, in India e in Asia in generale, si legga ancora molto, mentre in Occidente si preferisce guardare e ascoltare con un drammatico ritorno alla cultura orale che testimonia del progressivo imbarbarimento cui stiamo andando incontro. Volevo invece sottolineare come l’Asahi Shimbun sia stato uno dei giornali chiave della colonizzazione americana dopo la Seconda guerra mondiale e come si sia sempre dimostrato ligio, anche in maniera ossessiva, alla linea di Washington.
Ma nei giorni scorsi ha pubblicato una lunga intervista al demografo e storico francese Emmanuel Todd, l’intellettuale che previde con ampio anticipo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e che ora preconizza la sconfitta dell’Occidente o meglio dell’imperialismo americano, in tutte le sue connotazioni. Il tema fondamentale dell’intervista è stato anche il destino del Giappone, che si è modernizzato “prendendo l’Occidente come modello”, nel momento in cui gli stessi presupposti di tale modello vengono meno. Il fatto stesso che si ponga questa domanda, fino a qualche anno fa inconcepibile, testimonia del fatto che la rete americana si va lentamente, ma visibilmente disfacendo. Già quattro anni fa, la misteriosa uccisione di Shinzo Abe, uno dei politici di più lungo corso nel Sol Levante e fautore di una politica sempre più autonoma da parte di Tokio, sollevò numerosi interrogativi sui mandanti e sullo scopo di questo assassinio politico. Ora ciò che veniva sussurrato nei corridoi della politica giapponese, comincia a prendere forma pubblica, soprattutto per l’incalzare di una crisi energetica, prima creatasi con la guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia, ma oggi diventata più acuta con l’aggressione all’Iran. Evidentemente il Giappone, al contrario dell’Europa, ha poca voglia di essere la vittima sacrificale degli spasmi preagonici dell’impero americano. Fino a che l’ossequio a Washington significava poter vendere ai consumatori compulsivi di oltre oceano (in questo caso ovviamente il Pacifico) i propri prodotti di elettronica commerciale, essere ubbidienti costituiva un vantaggio, ma ora significa rischiare il tracollo dell’economia.
Il Giappone costituisce anche la tessera fondamentale del domino nel Pacifico: se Tokyo si allontana da Washington, lo faranno anche la Corea del Sud e poi le Filippine: nel giro di pochi anni il dominio americano finirà col disgregarsi anche in quest’area. Magari potrà sembrare esagerato che un’intervista possa generare questi interrogativi, ma il linguaggio asiatico è molto più discreto di quello a cui siamo abituati e quando si arriva a uno strappo rispetto alla narrazione consueta, vuol dire che stanno maturando cambiamenti epocali anche laddove sembra tutto calmo. Forse la profezia di Mao Ze Dong non era sbagliata: “Il Giappone è una grande nazione, non tollererà che l’imperialismo americano la tenga sotto i propri piedi per sempre”. E del resto negli ultimi anni l’intercambio Cina – Giappone è andato crescendo costantemente, nonostante le storiche rivalità e Tokyo ha dato più di una mano a Pechino contro il tentativo di rivoluzione colorata a Hong Kong, sostenuto di fatto da Usa e mafia cinese. Ricordo di aver visto sequenze di un filmetto giapponese di fantascienza in cui la Terra viene salvata da un’invasione aliena grazie a un’astronave che per alcuni fotogrammi prende le fattezze della mitica Yamato, la più grande corazzata mai costruita e simbolo della guerra contro gli Usa. Quel conflitto che fu scientemente innescato dalle élite imperialiste americane sovrastate dal terrore che il territorio cinese conquistato da Tokio, fornisse all’impero del Sol Levante la base demografica ed economica per diventare il padrone del Pacifico. Ma ora tutto questo non ha più senso: la Cina ha in qualche modo reificato in proprio le paure statunitensi e non c’è più alcuna ragione per cui i due Paesi debbano essere ostili, visto che entrambi hanno rappresentato nell’arco di un secolo e in successione, il conflitto con l’Occidente imperialista anglosassone.
