La morte di un uomo può prolungare la vita agli altri uomini nati nello stesso giorno, pensò Francesco che presagì di aver trovato qualcosa di molto importante…

 

 

 

racconto

di

Celeste Morelli

La suoneria dello smartphone ripeteva il motivetto di Happy Birthday e lo schermo lampeggiava ritmicamente. Francesco alzò la testa dal cuscino e allungò la mano per prendere il cellulare dal comodino.

   «Chi è?» chiese Ada con voce assonnata

   «Dormi, non preoccuparti», rispose Francesco leggendo il messaggio sul display.

   «Ormai sono sveglia… chi è?»

Francesco si alzò e si diresse verso il bagno:

   «È un nuovo socio giapponese del Gruppo. Viene in Europa e vorrebbe incontrarci. A Parigi.»

   «Uhmm… e noi ci andiamo?» chiese Ada, mentre lui scompariva nel bagno.

Francesco, fermo davanti allo specchio, fissò l’ombra scura della barba sul suo viso:  

   «Perché no?» le rispose con voce divertita.

Poi aprì la custodia sulla mensola e ne estrasse un rasoio a mano libera: saggiò il filo della lama passandovi delicatamente il pollice sopra e ne carezzò il manico di madreperla. “Perché no?” sussurrò ancora al suo doppio nello specchio, che ora fissava la lama d’acciaio intarsiato con gli occhi stretti come due fessure.

 

Tutti i giorni, l’impiegato di concetto Francesco Strano lasciava il suo tavolo sotterrato nello scantinato del Catasto Urbano di Palermo e saliva tossendo fino all’Archivio, un enorme salone pieno di vetrate da cui si spaziava su tutta la città. Francesco poggiava la scala senza un gradino agli scaffali dove erano ordinati i raccoglitori e archiviava le pratiche della giornata.

Da quando l’Amministrazione aveva introdotto il nuovo sistema di archiviazione elettronica, Francesco non aveva più incontrato nessuno dei colleghi che a fine giornata entravano nel grande salone affacciato sul lungomare. Ricordava sempre con nostalgia la confusione di quei momenti, gli scherzi che si facevano nell’attesa di servirsi di quell’unica scala senza un piolo, le spiritosaggini su quel suo cognome che lo aveva sempre divertito, fino a un giorno qualunque che aveva cambiato la sua vita.

   «Il suo nome?» aveva chiesto la segretaria dell’ambulatorio.

   «Strano, Francesco Strano», aveva risposto e la donna gli aveva consegnato le analisi che lo condannavano a morire di una malattia senza cura.

   «Strano», continuava a dirsi mentre la tosse si impadroniva di lui e il suo corpo si prosciugava, «strano morire mentre si vive e continuare a vivere guardandosi morire» e a questo stava pensando mentre archiviava le vecchie pratiche cartacee che gli erano state affidate.

In passato Francesco aveva dovuto superare molti momenti dolorosi. Rimasto solo, senza più alcun parente, la sua vita era trascorsa fra il monotono lavoro in ufficio e la lettura dei libri di astrologia in cui amava studiare il suo segno zodiacale, Leone di terza decade con pianeta dominante Marte. La sua passione per l’astrologia non disturbava la religiosità assorbita in parrocchia fin da bambino e non mancava mai alla messa domenicale, finché la scoperta del suo male non lo trasformò in un teorico vendicativo, inesauribile nel maledire quel dio che l’aveva tradito.

Una bestemmia interruppe l’intercalare delle sue ossessioni quando il piede gli scivolò nel vuoto della scala difettosa, facendolo rovinare a terra. Lacrime di disperazione gli solcarono le guance. In tante altre occasioni era scivolato a causa di quel piolo mancante, ma le sue braccia lo avevano sorretto ogni volta. Oggi invece gli era mancata la forza e questo gli dava la misura del progredire del suo male.

Il capo gli pulsava dolorosamente dove aveva battuto. Francesco portò una mano alla tempia per trovare sollievo e vide un vecchio giornale dimenticato lì accanto, illuminato da un sottile raggio di sole che attraversava la grande vetrata: allungò la mano verso il foglio ingiallito. I caratteri sbiaditi riportavano la cronaca della morte di un uomo ucciso in un agguato. Francesco presentì di aver trovato qualcosa di molto importante… e a un tratto vide le date: quell’uomo, che un destino beffardo aveva fatto morire proprio nel giorno in cui compiva gli anni, era nato lo stesso anno, lo stesso mese e lo stesso giorno in cui era nato anche lui.

Francesco vide le righe sbiadite risplendere, come illuminate dal flash che attraversò la sua mente; il ricordo di quel suo compleanno di sette anni prima, che per lui era rimasto memorabile perché si era sentito forte e felice come mai nella vita, così pieno di energia che anche gli amici e i familiari lo avevano notato e lui non sapeva perché, ma era così. E oggi, dopo più sette anni, scopriva che proprio in quel giorno preciso qualcuno aveva ucciso un suo coetaneo!

   «La morte di un uomo può prolungare la vita agli altri uomini nati nello stesso giorno», pensò: e a un tratto mille riflessioni si affollarono nella sua mente, raccordando le analogie della sua percezione con le dottrine della fede da poco rinnegata, frugando fra le regole dell’astrologia finché ogni tesi contraria fu travolta da nuove ragioni. Infine Francesco si strappò alle sue riflessioni per concentrarsi sulla prima intuizione.

   «Se le persone che nascono nello stesso giorno sono legate da innumerevoli influssi che ne regolano il destino… e se in quel giorno, il tempo assegnato per vivere è come una torta che debba essere divisa fra loro, la morte di alcuni allungherebbe la vita degli altri», pensò e sentì che i dubbi si allontanavano, regalandogli una nuova speranza di vita.

Si rimise in piedi e si ripulì dalla polvere, ma un violento accesso di tosse lo fece piegare in avanti, col fazzoletto premuto alla bocca.

Fermo davanti alla vetrata del salone, ancora ansimante per lo sforzo di respirare, Francesco avvolse nello sguardo la città, con i palazzi più alti che svettavano sulla morbida distesa dei vecchi quartieri. I suoi nemici, quelli che respiravano la sua aria e rubavano il tempo assegnato al suo corpo vivevano fra quelle case: e lui sarebbe andato a cercarli.

 

Qualche giorno dopo, Francesco chiese un permesso in ufficio per motivi di salute: alle dieci in punto uscì e si recò alla sede centrale dell’Anagrafe Municipale, dove entrò confondendosi fra la gente frettolosa. Appoggiati contro il muro del vasto cortile interno, vide quelli che cercava: erano gli “spicciafaccende”, uomini che si mimetizzavano dietro gli occhiali neri e gli abiti scuri che portavano sempre, in estate e in inverno. Per un modico compenso, più le spese delle marche da bollo, gli spicciafaccende potevano fornire in pochi minuti ogni tipo di certificato, evitando lunghe attese in fila agli sportelli: inoltre, potevano fornire tante altre cose.

Mezz’ora dopo, Francesco uscì dal portone stringendo in pugno la lista dei nati nel suo stesso giorno, completa di nomi e cognomi, indirizzo e luogo di residenza di ognuno, fornita dal sistema computerizzato dell’anagrafe municipale.

Si diresse al lavoro e appena arrivato si chiuse nel suo ufficio. Distesa sul tavolo la lista, si concentrò sul da farsi: lesse con calma i nomi, le date, le vie. In quel giorno di agosto, trentatré anni prima, a Palermo erano nati in tredici. Tolto sé stesso, restavano in dodici ma quattro erano già morti. Rimanevano in otto, compresi i fratelli Corradi che erano nati gemelli. «Siamo in troppi» pensò. Tirò un lungo sospiro, si ravviò i capelli e restò a contemplare le ciocche rimaste attaccate alle dita. Ora che li aveva trovati, non gli rimaneva che ucciderli.

Gli anni che seguirono videro Francesco mettere in atto il suo piano fino alle estreme conseguenze. Una bella mattina di fine settembre Francesco, affacciato alla finestra di casa sua, aspettò che il sole si alzasse all’orizzonte.

Poi, prese la mappa nascosta in mezzo ai suoi libri e si mise al lavoro. Come aprì la carta topografica della città, segnata con tre grandi croci rosse, rivide l’abbazia del suo primo assassinio, i luoghi del secondo e del terzo. Ricordava con chiarezza la passeggiata che lo aveva condotto alla sua prima vittima.

L’Abbazia sorgeva sul monte… cielo, fiori e l’erba verde che saliva su, su, fino al pianoro dove la stradina ghiaiosa conduceva alla porta della cappella. Francesco aveva appreso che il frate, colpevole di succhiargli la vita, confessava ogni sera, fino al tramonto: e quel frate era il primo della sua lista.

I pochi fedeli rimasti pregavano vicino all’altare.

Francesco, seduto in fondo alla chiesa, aspettava il momento più adatto e intanto rifletteva sulla sua teoria di vita e di morte. Qualche dubbio angoscioso lo sfiorava ancora, però il suo corpo non gli lasciava molto tempo. Ciascuna delle rughe del suo volto si era affondata nella carne, gli occhi mostravano sempre più la materia acquosa di cui erano fatti e l’architettura delle sue ossa si disfaceva, mal sorretta dalla spina dorsale ogni giorno più curva.

L’ultimo penitente si alzò dal confessionale e raggiunse gli altri accanto all’altare. Era il momento. Francesco si alzò dal suo banco e si diresse verso il confessionale. In ginocchio davanti al frate, alzò gli occhi al suo viso. Il religioso gli sorrise, florido e forte sotto i suoi paramenti dorati e poi mormorò le formule della confessione: Francesco respirò con affanno, mentre sentiva vacillare la sua decisione di uccidere. Il frate lo invitò a confessarsi. A testa bassa, egli rispose che aveva paura della morte, perché per lui rappresentava la fine di tutto.

Il frate, ascoltatolo attentamente, lo avvertì di guardarsi dall’orgoglio della ragione e di avere maggiore fiducia nel volere divino, perché con la morte arrivava la ricompensa voluta da Dio per i giusti. Alle ragioni di Francesco rispose che i nostri pensieri sono solo illusioni, riflessi evanescenti di una Ragione più grande che solo la morte potrà rivelarci, finché le ultime parole del frate lo colpirono come una frustata:

   «La Vita non ha significato senza la Morte, ma la Vita dura il tempo assegnato da Dio e la morte è il Tempo che finisce…».

Francesco lo sentì riaffermare i punti cruciali della sua teoria; estrasse lentamente il rasoio e lo aprì senza farsi notare:

   «E se tu, fratello, in tutto ciò vedi un cupo mistero è solo perché la ragione cade facilmente preda agli errori ed alle illusioni diaboliche…». La frase terminò qui, interrotta dal rasoio che recise la carotide del frate. Il corpo sussultante scivolò verso il basso e Francesco lo assestò delicatamente contro il sedile, abbandonandolo con la bocca aperta sotto gli occhi sbarrati. Rimise in tasca il rasoio, chiuse il confessionale, si diresse alla porta e uscì.

 

Seduto al tavolo da pranzo della sua casa, Francesco sbatté le palpebre per allontanare il ricordo di quel suo primo assassinio.

Si concentrò sulla carta topografica della città spiegata davanti a lui. Si era concesso sette anni per ucciderli tutti. Già erano passati tre anni, tre croci erano state segnate e tre vite recuperate. Il suo corpo aveva ripreso vigore ed oggi era molto diverso dall’uomo di tre anni prima. Questo sabato avrebbe sistemato i fratelli Corradi, i due coetanei nati gemelli che lo derubavano di due belle fette di tempo. Francesco segnò due cerchietti sulla mappa, in corrispondenza dell’area del porto. Poi si alzò dalla seggiola e si diresse verso il bagno per i riti del mattino. Alla fine, si rimirò nello specchio, sorridendo a sé stesso:

   «Ti trovo bene», esclamò ad alta voce e si ravviò i capelli, che da qualche tempo gli ricrescevano lucidi e folti. Poi indossò un abito vecchio su una maglia aderente, intascò il rasoio a mano libera che utilizzava ormai da tre anni e uscì.

L’eco dei suoi passi risuonò fra le stradine dell’antico quartiere, ancora addormentato nel mattino autunnale. Francesco affrettò l’andatura col mento proteso all’insù, per sentire l’aria frizzante lambire il suo volto sbarbato. Continuò a camminare senza fermarsi, fino all’ingresso del porto. Si diresse verso la zona commerciale dove passeggiò a lungo, confuso i passeggeri in transito e gli operai che si avvicendavano per il cambio dei turni; il nome gridato due volte dal capo-movimento attirò la sua attenzione.

   «Corradi e Corradi. Tutti e due, al pontile del faro!».

I gemelli Corradi, sottili e silenziosi, passarono paralleli vicini a Francesco, che li vide avviare i motori di due montacarichi e allontanarsi fino a scomparire alla vista. Li seguì, guidato dal rumore delle macchine che si addentrarono negli stretti passaggi formati da montagne di merci imballate e grigi magazzini corrosi dalla salsedine. Infine giunsero sotto la nave e Francesco si avvicinò, strisciando le suole sulla banchina scivolosa. Un sorvegliante uscì dalla stiva del cargo e si fermò a metà della passerella poggiata sul molo:

   «Avanti, avanti! Oggi dobbiamo partire, muovetevi!» si sgolò l’uomo rivolto ai gemelli Corradi.

Discosto sul pontile del faro, Francesco carezzava il rasoio dentro la tasca e osservava i due fratelli svuotare la stiva: era affascinato dall’incredibile somiglianza dei due, che dava la sensazione che le macchine fossero guidate da un unico uomo. Nella pausa del pranzo il sorvegliante si allontanò e Francesco, nascosto dal faro, vide i due gemelli impugnare due uncini estratti dalle borse e agganciare una cassa di legno. Con i muscoli tesi per sforzo la trascinarono in direzione di un vecchio furgone e Francesco li vide caricare la merce e richiudere in fretta il portello.

Il cuore gli rimbombava ancora nel petto quando arrivò di nuovo il grido del sorvegliante:

   «Voi due, volete spicciarvi? Non possiamo star qui tutto il giorno!».

Francesco si affacciò dietro il faro e vide i gemelli tornare al lavoro. Il sorvegliante lo guardò con sospetto:

   «Tu! È da stamattina che giri intorno, che vuoi?».

Francesco sentì i due carrelli frenare e vide i gemelli Corradi puntare su di lui i freddi occhi della malavita all’erta, impassibili sotto le coppole di feltro. Sentì la paura penetrargli nelle ossa e si avviò lungo il molo, indietreggiando per qualche passo prima di mettersi a correre fra i meandri del porto. Fermo dietro il muro dei magazzini, raccolse i suoi pensieri. I fratelli Corradi non erano inoffensivi come i tre che aveva già ucciso… e con gli occhi della mente si vide rantolare davanti ai due gemelli, colpito dai loro uncini appuntiti. Vinto dalla paura, camminò ancora, per andare a nascondersi in mezzo alla gente. La sirena del porto annunciò il cambio dei turni e interruppe il corso dei suoi pensieri. Davanti a lui, in un edificio umido e basso, entravano alcuni lavoratori del porto, mentre altri ne uscivano già ripuliti. Si avviò per confondersi fra loro quando fu scosso da una tosse violenta che lo bloccò sui suoi passi: e d’improvviso rivisse la tragedia della sua malattia e capì che doveva ancora uccidere, oppure rassegnarsi a morire. Il suo piano gli fu chiaro all’istante. Nascosto fra i macchinari dell’autoparco, tolse la giacca e sporcò di grasso e fuliggine il viso, la maglia e i calzoni. Poi tornò verso lo spogliatoio e li attese. Li vide arrivare da lontano: camminavano paralleli ed uguali, piccoli nella distanza. Francesco entrò nel basso edificio e si piegò sul lavatoio laterale, cominciando ad arrotolarsi una manica. Un operaio finì di lavarsi ed uscì, lasciandolo solo. I gemelli entrarono e si spogliarono in fretta. Francesco girò il viso sporco di grasso e li vide: nudi fino alla cintola, i fratelli Corradi si insaponavano il viso. Estrasse il rasoio e si avvicinò cautamente. Uscì mentre le loro agonie si congiungevano nei due rivoli rossi che scivolando sul pavimento bagnato, colarono insieme fino al tombino.

Tornò alla sua vita di funzionario remoto e si abituò alle imprese che lo tennero occupato a distribuire la morte per altri due anni.

L’esperienza del porto gli aveva insegnato a preparare in anticipo le proprie vittorie: studiava con calma le vittime, decideva sui tempi, visionava il luogo più adatto. Aspettava lo scadere di ogni anno e poi entrava in azione. I giornali ogni volta registravano con preoccupazione quegli strani assassinii legati da uno stesso strumento omicida, ma nessuno riusciva a stabilire i moventi: le vittime non erano state derubate del denaro che avevano addosso e non si trattava di crimini sessuali o passionali. La polizia vagliava tutte le ipotesi, interrogava i possibili testimoni, operava dei fermi che qualche volta il magistrato di turno trasformava in arresti. Alcuni sospetti erano in carcere, anche se poi il cadenzato ripetersi di nuovi omicidi li scagionava di fatto; loro però rimanevano in attesa di giudizio e questo bastava a far credere che i casi erano stati risolti.

Uno dei suoi coetanei si era trasferito in campagna nel sud e amava la caccia. Fu sgozzato in un bosco da un uomo che aveva creduto di incontrare per caso.

Un altro anno Francesco stese morta con un’unica rasoiata la graziosa fioraia che riponeva la merce nel banco, ma fu delicato con la sua bambina seduta di fuori e per non farle vedere la madre sgozzata, la prese per mano e la condusse fino alla giostra dei giardinetti, dove le pagò tre giri anticipati e andò via mentre la piccola girava felice, ondeggiando sul cavallino bianco che aveva scelto per lei.

 

Francesco Strano ora godeva della ritrovata salute e coltivava tanti interessi: aveva acquistato un computer, frequentava una scuola guida, leggeva molto di più. E la sera, dopo il lavoro, indossava una tuta e correva fino al Bar del Giardino, dove ordinava un caffè freddo con panna e una brioche. Quel bar gli piaceva: per venire fin lì dal suo borgo doveva camminare un bel po’, ma aveva le sue buone ragioni per farlo. Il cameriere si avvicinò col vassoio e depose sul tavolo, con gesti precisi, la coppa di peltro col caffè coperto di panna, il piattino con la brioche fragrante e il cucchiaino sul tovagliolo: infine, il bicchiere con l’acqua e lo scontrino del conto.

Non veniva soltanto per gustare quel caffè freddo con panna che già meritava lo sforzo, il vero motivo era un altro. Si appoggiò alla spalliera di vimini, allungò le gambe sotto il tavolo, bevve un sorso d’acqua e si preparò ad assaggiare la panna.

In quel quartiere lussuoso, c’erano le case più belle e le persone più ricche della città. Bevve altra acqua, portò il cucchiaino alla bocca e lasciò che il gusto della panna facesse il suo effetto. Lui sapeva tutto della coppia che abitava nella villa vicina. Aveva seguito quei due tante volte e ne conosceva spostamenti, abitudini e orari. Spezzò un pezzo di brioche e lo tuffò giù nella panna, fino al caffè: non masticò, ma attese che i tre sapori mischiati gli avvolgessero il palato in un unico abbraccio. L’uomo era un avvocato, molto più vecchio di lei. Usciva da casa al mattino e tornava la sera, quando andavano via i due domestici. Lei era bella e gentile, giovane come Francesco: si chiamava Ada. Portò la coppa alle labbra e alitò sul caffè per sentirne sul viso il vapore gelato. Poi, lasciò sciogliersi in bocca le minuscole scagliette di ghiaccio, chiuse gli occhi e inghiottì di colpo il caffè che fluì nella gola e rimbalzò fino in fondo alla pancia. Si sentiva felice. In quel periodo, Ada e il marito andavano al ristorante due volte la settimana e tornavano a sera inoltrata. In primavera e in autunno uscivano una volta la settimana. In inverno per lo più restavano a casa. Francesco respirò profondamente la tiepida aria serale e si asciugò le labbra e le dita col tovagliolo. Al suo tavolo d’angolo, nascosto fra i rampicanti, aspettava. L’automobile bianca gli sarebbe passata vicino. L’uomo, seduto al volante, avrebbe abbordato lentamente la curva. Lei, col sedile reclinato un po’ indietro e le braccia incrociate sul petto, avrebbe fissato la strada.

Nell’attesa, Francesco controllò il suo orologio. Puntuale, la macchina bianca superò dolcemente la curva e si fermò accanto alla villa. Le luci all’ingresso proiettarono due ombre contro la strada deserta: Ada era tornata.

Francesco lasciò il denaro sul tavolo, camminò fino alla panchina più vicina e restò a guardare le finestre illuminate in due stanze adiacenti. Poi, qualcuno abbassò la serranda e spense la luce. Oltre le tendine abbassate dell’altra finestra, filtrò a lungo un chiarore attenuato. A notte, quando si spense, Francesco prese la via del ritorno.

Prima di giungere a casa, deviò in un vicolo che conosceva bene: sul marciapiede si apriva la porta di un basso, nascosta da una tenda tarlata. Scostò il sipario a fiori rossi e vide la ragazza seduta che gli volgeva la schiena e guardava la televisione: senza muovere il capo, la puttana spostò gli occhi truccati allo specchio del cassettone e riconobbe Francesco, che la guardava dalla soglia. Anche quella volta, Francesco immaginò di fare l’amore con Ada. La pedinava da anni, Ada, e per tutto quel tempo aveva segnato altre croci rosse sulla mappa, registrando al contempo il fluire delle forze nel suo corpo e il riaccendersi di voglie che aveva creduto spente per sempre. Anche Ada però era cambiata. Prima andava a spasso ogni giorno e comprava un sacco di cose in mille negozi… ora invece sembrava che uscisse senza una meta, carezzava i bambini piccoli per strada e tornava a casa senza acquisti. Attraverso la grande vetrata al piano terreno della villa, Francesco l’aveva vista suonare, seduta al suo pianoforte; e le sue labbra si muovevano come se cantasse sottovoce.

I primi tempi, Francesco si era meravigliato per tutte le occasioni di ucciderla che aveva lasciato passare, ma da quando aveva deciso che Ada sarebbe stata la sua ultima vittima, se l’era goduta fino in fondo: prima aveva imparato la forma delle caviglie, tonde sul davanti del piede e scanalate profondamente sui lati, sopra i talloni. Poi, risalendo lungo le gambe, aveva fissato a memoria le forme del suo corpo. Seguendola in diverse stagioni aveva visto variare i tessuti che la ricoprivano, ma anche in inverno i suoi panni ne rivelavano i contorni snelli ma un po’ arrotondati, morbidi come quelli di una bambina golosa. Pure i capelli, biondi e pesanti, li aveva tagliati e tinti più volte. Lui ne era stato spesso scontento, ma nell’ultimo periodo Ada era tornata bionda e Francesco aveva approvato in silenzio il ripensamento. Ormai aveva indovinato le forme del corpo nascosto dalle stoffe ondeggianti e a volte riusciva a immaginarla nuda, morbida e liscia sotto il suo ampio abito estivo: quelle volte le strade affollate si trasformavano in un paesaggio nebbioso dove erano solo loro due a camminare e la stoffa dei pantaloni di Francesco mal nascondeva la sua eccitazione.

Quello che lui non sapeva, era che lei lo aveva visto seguirla. Lei lo aveva sbirciato con la coda dell’occhio, aveva ammirato i tratti di quel viso sempre liscio e curato, la figura giovanile, la silenziosa discrezione mai abbandonata per un approccio volgare. E lo pensava nel silenzio della sua casa, nei giorni sempre uguali accanto al marito ormai solo affettuoso e nelle lunghe notti senza amore e senza figli da accudire. Ogni giorno aspettava il fedele sconosciuto e usciva da casa per provare a se stessa che poteva ancora aspirare a un’esistenza diversa. Mancava ormai poco ai suoi quarant’anni e Ada sentiva il suo corpo pulsare di un’energia che negli ultimi anni era diventata stranamente più intensa… il tempo passava per tutti ma lei sapeva di non essere mai stata così bella; al punto che vedendola accanto al marito, parecchi lo scambiavano per il padre.

Francesco continuava a seguirla ma l’idea di fermarla non lo sfiorava neppure: Ada era la sua riserva di vita, una porzione di tempo contenuta all’interno di quel corpo caldo che nei suoi sogni ad occhi aperti penetrava ogni volta che andava con una donna, immaginandone il cuore caldo e segreto, pulsante sotto la pelle. E continuò a seguirla, finché di tutti i nomi della sua lista non rimase che uno: Ada. Decise di ucciderla nel giorno del loro compleanno.

 

Quella mattina Francesco si rase con più cura del solito, si vestì del suo abito più bello e compì il tragitto fino a casa di Ada togliendo ogni tanto la mano dal pomello del cambio per carezzare il rasoio nella tasca. Puntuale con sé stesso, parcheggiò la macchina davanti al Bar e restò in attesa. Era il giorno del loro compleanno e quando Ada uscì dalla villa, Francesco rimase meravigliato: aveva i capelli raccolti in un nodo sulla nuca e portava una semplice maglietta bianca sui jeans e le scarpette di tela. Vista la ricorrenza, si era aspettato di vederla vestita con più cura, comunque la seguì passeggiando alla solita distanza. Conosceva a memoria il percorso che Ada avrebbe seguito e aveva già in mente dove poteva affiancarla per tagliarle la gola. Con sorpresa, la vide cambiare direzione e varcare il cancello del parco adiacente allo stadio. Poi Ada svoltò in un vialetto di terra battuta e si addentrò fra il verde e i cespugli di rovi. Quella zona del parco era frequentata soltanto dalle coppiette in cerca d’intimità e a quell’ora non c’era nessuno. Francesco abbandonò le precauzioni adottate per non farsi notare e la distanza che li separava diminuì gradualmente.

Ada sembrava che volesse agevolare il suo compito, perché ogni tanto si fermava a liberare la maglietta impigliata nei rovi oppure a raccogliere i fiori fra i cespugli.

Francesco le si trovò così vicino da poter vedere la peluria bionda della nuca, dorata sotto i raggi del sole. La sua mano dentro la tasca impugnò il rasoio, facendo ruotare la lama fuori dal manico. Ada raccolse un fiore e lui le fu addosso, lei riprese il suo passo ed entrambi camminarono fianco a fianco, finché Ada gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Francesco sentì sulla bocca le sue labbra che si aprivano in un bacio profondo e il suo corpo che gli si avvinghiava contro, cercandolo e rotolando sull’erba, dove lei lo prese dentro di sé e finalmente il sogno ad occhi aperti di Francesco diventò realtà, mentre intorno a lui il paesaggio diventava nebbioso e indistinto.

Quando tutto fu finito, lei cercò le mani di Francesco e le portò al suo viso… ma Francesco soffocò il principio di un grido e fuggì fra i cespugli, lasciandosi dietro una traccia di sangue che lo seguì fino al prato, dove cadde sfinito. Uno squarcio gli solcava la mano fino al polso, dove la lama lo aveva ferito sotto la spinta improvvisa dell’abbraccio di Ada. Ada, che aveva seguito le tracce di sangue fra i cespugli, lo trovò abbandonato sull’erba. Sotto gli occhi serrati, due strisce bagnate gli solcavano il viso e il rasoio insanguinato luccicava lì accanto, agli ultimi raggi del sole morente.   

   «Perché?» urlò Ada, «Cosa hai fatto?». Francesco si rimise a sedere e raccolse il rasoio. La donna gridò e poi emise un bisbiglio: «Allora sei vivo!».

   «È poco più di un taglietto… con qualche punto tornerò come nuovo, stai tranquilla!» rispose Francesco ripulendo il rasoio.

   «Ma perché lo porti con te?» lo supplicò Ada indicando la lama.

   «Non sopporto la barba, mi rado spessissimo …», la rassicurò Francesco «ma se tu vuoi… d’ora in poi andrò dal barbiere». E lasciò scivolare il rasoio nella tasca, con noncuranza. Ada gli sorrise, scuotendo la testa.

   «Sei strano …».

   «Strano? Sì … Francesco Strano. Piacere …», rispose sorridendo anche lui.

Ada stracciò una striscia di stoffa dalla sua maglietta e gli fasciò la mano ferita. Poi si avviarono insieme verso l’uscita del parco. In silenzio, camminarono per i viali finché non giunsero al Bar del Giardino.

La casa di Ada era là e un domestico stava innaffiando le piante sul balcone.

Rimasero a guardarsi imbarazzati, senza parole. Poi Francesco la cinse alla vita e lei gli si abbandonò contro il fianco. Abbracciati, si diressero verso l’auto di Francesco.

 

Molti anni dopo, una coppia prodigiosamente giovanile indugiava davanti al bancone del Bar del Giardino, mentre la sera incombeva sul panorama di ville e palazzi sospeso nel crepuscolo. Ada, fasciata in un elegante abito blu che ne evidenziava il corpo flessuoso, andò a sedere a un tavolino all’aperto e con un gesto attirò il cameriere, mentre Francesco finiva di digitare qualcosa sulla tastiera del cellulare.

   «Caffè freddo con panna, per favore …», chiese gentile.

   «Subito, signora!» la interruppe il ragazzo con uno sguardo di ammirazione che la percorse tutta, per poi tornare di nuovo sul bellissimo viso. «Nient’altro?»

   «Caffè freddo con panna e brioche per due!», ordinò Francesco alle sue spalle, mentre il ragazzo colto di sorpresa sobbalzava e si allontanava farfugliando qualcosa. Francesco si sedette di fronte a Ada, seguendo con le sopracciglia aggrottate il ragazzo. «Ti stava disturbando?», chiese a Ada.

   «Ma che dici? È un ragazzino!» rispose lei sorridendo per quella gelosia fuori luogo: balenio di denti bianchissimi fra le labbra rosse, occhi luminosi, capelli biondi, pelle dorata dal sole… bella come una dea scesa sulla terra. E sorrideva solo per lui.

Il bip-bip dello smartphone che teneva nella tasca interna della giacca lo distolse da quella visione… mentre il sorriso di Ada mutava in un broncio appena dissimulato: Francesco diede un’occhiata alla notifica push sul suo profilo di Facebook e si mise ad armeggiare sul touchscreen del cellulare.

   «Ma devi proprio dar retta a tutti?» gli chiese Ada senza più nascondere il suo disappunto.

   «Scusami, ma visto che sono il presidente e il fondatore del Club ho anche delle responsabilità verso i soci, non credi?» obbiettò Francesco.

   «Sì sì, lo so», ribatté Ada. «Però certe volte mi piacerebbe non dover dividere certi momenti con nessuno… e questo è proprio uno di quei momenti!».

   «Colpa della tecnologia! Neanche io m’aspettavo un’adesione così grande al nostro Gruppo su Facebook! Però lo sai che fare il presidente del Club dei Nati Uguali mi dà tanta energia… mi fai un sorriso?» le chiese con una timidezza che non ci si sarebbe aspettata da un uomo così imponente. Ada però continuava a fissare il vuoto davanti a sé, rabbuiata:

   «Non lo so… è che non riesco a far finta di niente. Se penso che potrebbe succederci qualcosa di brutto com’è successo a tante persone del Club… ho paura». Francesco si avvicinò, sporgendosi sul tavolino e parlando a bassa voce:

   «Tu non devi aver paura, perché a noi non succederà mai niente di brutto… io lo so!». Ada lo guardò dritto negli occhi e gli rispose anche lei a voce bassa:

   «Quando parli così, a volte penso che sei pazzo; ma poi ti vedo così generoso, così pronto ad aiutare le persone del nostro Club… e mi convinco che in questa tua pazzia c’è del buono».

   «È vero che sono pazzo… sono pazzo di te!».

   «Va bene! Però io sono gelosa del tempo che dedichi al Club e a questo maledetto telefonino!».

   «Il Club è solo una piccola mania del tuo vecchio innamorato! Però mi fai un sorriso? Uno solo… per favore…», le chiese Francesco, con una voce così contrita da sciogliere di colpo il suo broncio.

   «Come ti permetti di dire che sei vecchio?» scherzò ad alta voce. «Guarda che abbiamo la stessa età… e poi dimostri meno anni di quelli che hai!».

   «Anche tu, amore mio!» rispose piano Francesco, sfiorandole le labbra con le dita e fissandola così intensamente che il giovane cameriere di ritorno con i caffè, girò su se stesso e tornò indietro per non disturbare, respinto dall’onda di energia che gli arrivava da quella coppia innamorata.

Francesco se ne accorse con la coda dell’occhio e lo richiamò al suo dovere:

   «Ehi… e il nostro caffè freddo?»

   «Subito signore» rispose il ragazzo girando di nuovo sui tacchi. Si avvicinò a passo svelto e con un largo gesto del braccio depose il vassoio sul tavolo:

   «Caffè freddo con panna e due brioche…», annunciò, mentre Francesco gli porgeva una banconota.

   «Grazie signori, è bello avervi qui!». E arrossì per la confidenza eccessiva di quelle parole che gli erano uscite dalla bocca senza volere: però si vedeva che erano due persone così… così brave. E pure così belli… eh sì, proprio due belle persone!

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