È morto Felice Gimondi, lo spilungone della Val Brembana, l’uomo dallo sguardo mite, l’ultimo vero campione del ciclismo italiano. Un purosangue di paese, figlio splendido di un‘Italia che, con la sua morte, perde un altro pezzo.

 

GIMONDI, L’ULTIMO CAMPIONE.

 

 

È morto Felice Gimondi, l’ultimo vero campione del ciclismo italiano. Un malore sulla spiaggia e il grande corridore non è riuscito a tagliare il traguardo dei 77 anni, che avrebbe compiuto in settembre. Tra i giornalisti, l’articolo di commemorazione di chi muore si chiama coccodrillo. Si dice che per alcuni personaggi i “coccodrilli” siano sempre pronti. Certamente non era il caso di Gimondi, ancora ben attivo, con quel fisico da montanaro di una volta, alto e magro, le rughe a scavare il volto affilato dal grande naso.

Chi scrive non fu tifoso del campione bergamasco. Preferivamo Gianni Motta, un milanese biondo e allegro che avrebbe vinto assai più, nella sua pur bella carriera, se un persistente problema a una gamba non ne avesse frenato le possibilità. Gimondi, tuttavia, fu un vero grande. Dopo Coppi, Bartali e il mitico Alfredo Binda, il varesino che negli anni 30 fu pagato per non correre un Giro d’Italia, tanta era la sua superiorità, Felice è il quarto grandissimo della bicicletta tricolore. È uno sport, il ciclismo, che ha conosciuto una popolarità enorme, oggi è oscurato da altre discipline, da brutte storie di doping dalla scarsa attenzione degli investitori pubblicitari. Pare che non “tiri” in TV, se non nelle spettacolari salite che alimentano il mito di fatica e resistenza dei fachiri su due ruote.

Nella nostra infanzia, il ciclismo era amatissimo, i bambini giocavano al Giro d’Italia per strada, tracciando con il gesso un percorso lungo e sinuoso. Ognuno aveva un tappo a corona usato – lo chiamavamo gretta – al cui interno incollavamo l’effigie di un corridore presa dai giornali dell’epoca. Il gioco, interminabile, consisteva nel dare uno specie di pizzicotto con due dita alla gretta, che non doveva mai uscire dal percorso disegnato. Era un esercizio di destrezza con le sue regole e la certezza di tornare a casa con le ginocchia sbucciate. Il nostro tappo aveva il volto di Guido Carlesi, un bravo velocista pisano detto Coppino per la sua somiglianza fisica con il grande Fausto. Il Giro lo vinceva quasi sempre un ragazzino con il tappo di Gimondi, che era giovanissimo e semisconosciuto.

Nell’estate del 1965, avevamo dieci anni, il caldo pomeriggio divenne elettrizzante, poiché al gioco si sostituì la realtà. Era la tappa decisiva del Tour de France, la più importante corsa ciclistica del mondo, Felice Gimondi, un ragazzo italiano di 22 anni, indossava la maglia gialla, simbolo del primato. Qualcuno aveva portato una piccola radiolina, i transistor di allora che bisognava avvicinare all’orecchio per ascoltare. Sentimmo l’epica radiocronaca, forse di Mario Ferretti, il giornalista famoso per la frase su Coppi: un uomo solo al comando. Gimondi aveva vinto il Tour, noi facemmo festa nella piazzetta assolata tra i gessetti e le grette. Trovammo chissà come una maglietta gialla e organizzammo la premiazione del nostro amico con la gretta di Gimondi, diventata improvvisamente preziosa.

Eddy Merckx.

Questo è il nostro ricordo infantile di Gimondi. Capimmo poi quanto fu grande.  Irruppe nel ciclismo Eddy Merckx, un belga che vinceva tutto, ma proprio tutto. Lo chiamavano il cannibale per quella sua ansia di vittoria, fosse un grande giro o una piccola kermesse (i circuiti di paese che si organizzavano allora a margine delle gare più importanti). Merckx vinse oltre 400 corse da professionista, fu tre volte campione del mondo, fece collezione di Giri d’Italia, Tour e Milano-Sanremo, ma Gimondi era sempre lì. Il primo dei “normali”, perché il cannibale era invincibile. Eppure, il rappresentante di quell’Italia ancora dialettale e un po’ retrò sapeva vincere. Oltre al Tour, tre Giri d’Italia, uno di Spagna, un indimenticabile campionato mondiale a Barcellona nel 1971, e poi le grandi classiche, corse a cronometro e persino le Sei Giorni, un esercizio di resistenza e acrobazia in pista all’epoca assai popolare.

Non si poteva essere nemici di Gimondi, lo impediva la sua tempra di combattente, mentre si poteva odiare sportivamente Merckx senza cessare di ammirarlo. Del resto, noi siamo sempre stati per il Toro contro la Juve, per Gino contro Fausto, per chi lotta con tutte le forze e non per chi è baciato dalla sorte. Merckx è nato per vincere sempre, Gimondi per correre, lottare e sudare il molto che ha conquistato. Era uno normale, Felice. Non fu mai un mito, ma un grandissimo campione e una persona seria, corretta, un esempio in sella e nella vita. Avrebbe vinto il doppio delle sue 120 corse se Merckx, il dannato cannibale venuto dalle nubi fiamminghe, fosse stato “solo” un eccelso campione e non il più grande di tutti i tempi. Eppure Gimondi, di tre anni più anziano, durò più a lungo. Merckx vinse tutto in meno di un decennio e fu un paio di volte sfiorato dal fantasma del doping, il bergamasco di Sedrina restò in sella per quasi quindici anni. Nove volte sul podio al Giro d’Italia, nessuno fu come lui. Tanti anni fa, in una tappa di montagna del Giro, un tifoso portò uno striscione scritto a mano che non abbiamo mai dimenticato: Gimondi, la tua droga è la polenta.

Sì, Felice, lo spilungone della Val Brembana dallo sguardo mite, sempre misurato, mai sopra le righe, fu l’ultimo grande mai colpito da sospetti. Vinceva o perdeva con le sue forze; era, come si dice in gergo, un uomo di fondo. Se le corse fossero state più lunghe di 50 chilometri avrebbe sempre staccato tutti, con quelle leve lunghe e quel passo che non cedeva mai. Fu grande a cronometro, segno di concentrazione, brillante velocista, scalatore non eccelso, ma capace di reggere il passo dei massimi grimpeur.

Vestì solo due maglie da professionista, quella della Salvarani e quella biancoceleste della Bianchi che fu di Coppi. Era un tempo in cui gli sponsor delle formazioni ciclistiche, che ancora non si chiamavano così, erano medie aziende dell’Italia che si rialzava e diventava una potenza industriale con il lavoro, la dedizione e l’intelligenza di tanti suoi figli. Salvarani produceva cucine, chissà se esiste ancora, ed anche Eddy Merckx, con la sua armata di formidabili gregari fiamminghi dai cognomi difficili (De Schoenmaker, Houbrechts, Huysmans) correva per aziende italiane. Faema, le macchine da caffè, e Molteni dalle maglie color camoscio care agli appassionati di ciclismo, salumai lombardi travolti poi da una truffa sui rimborsi all’esportazione.       

Forse, oltre alla gambe e al cervello, contò molto anche l’origine di Gimondi. Era un bergamasco della val Brembana, gente solida dai valori semplici e antichi, famiglia modesta ma scolpita in quei principi forti che si sono perduti proprio dagli anni in cui Felice battagliava contro Merckx. Una volta siamo passati da Sedrina, un paese né bello né brutto sulla strada che porta a San Pellegrino. Ci hanno detto, forse scherzando o forse no, che è un paese sfortunato perché un monte incombente nasconde spesso il sole. Ma sarà sempre la piccola patria di un grande campione che è stato un esempio per tutti. Gimondi è uno degli ultimi grandi figli di quell’Italia contadina di ieri che ci appare tanto migliore del paese malato e gaglioffo di oggi.

Alla fine della carriera, è stato un eccellente dirigente sportivo. Non prese mai la residenza a Montecarlo o in altri paradisi fiscali, restò brembano e fu sempre fedele al suo vecchio direttore sportivo, Luciano Pezzi, un romagnolo assieme al quale costruì la carriera di un altro campione scomparso giovanissimo in circostanze drammatiche, Marco Pantani.  Lo scalatore di Cesenatico, trentatré anni dopo Felice, imboccò in maglia gialla gli Champs Elysées ma andò presto incontro a uno sconcertante destino. Era già un altro ciclismo e un’altra Italia.

Gimondi, la tua droga era la polenta, la tua forza tranquilla il cuore che ha ceduto inopinatamente sulla spiaggia, le gambe lunghe e sottili del purosangue di razza. Un purosangue di paese, figlio splendido di un‘Italia che, con la tua morte, perde un altro pezzo. Siamo commossi, davvero. Dicono che solo i miti non muoiono mai e tu non lo sei stato. Ma eri un grande campione e un uomo vero. Per te il Dio del ciclismo farà un’eccezione e se nel mondo di là si organizzano corse in bicicletta, la tua sarà la squadra dei campionissimi.

Scusa se non sappiamo congedarci da te che con un pezzetto della canzone che Paolo Conte dedicò a Gino Bartali, tuo fratello di bici, lui contro Coppi, tu contro Merckx. “Oh, quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita.”

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Un commento

  1. Pinuccia

    19 Agosto 2019 a 14:29

    Bellissimo pezzo di giornalismo scritto col cuore a me ricorda quando ero bambina anch’io giocavo con i tappi delle bottiglie sul marciapiede di casa mia a Milano nella mitica Piazza Libia si anche se ero femmina mi piacevano i giochi da maschi bei ricordi di un tempo passato ……….grazie

    rispondere

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