Non è un’offesa. Dal verbo ignorare. In questi giorni ne ho sentite di tutti i colori, pronunciate e scritte da giornalisti che rappresentano televisioni e giornali importanti.

GIORNALISTI IGNORANTI? SÌ, MA PERCHÉ FORMATI
DA UNA SCUOLA PER SOMARI
“Gli diedi un out out”. “Gli unici veri amici sono stati Bocca e Tobagi, che lo portai a casa la sera prima che lo uccisero”. Sono due perle giornalistiche che il collega Giorgio Ballario ha messo in evidenza in questi giorni. Il tragico è che i due capolavori sono stati pubblicati non sul giornalino della parrocchia ma dal Corriere della Sera, cioè il maggior quotidiano italiano.

E subito sono partite le spiegazioni di routine: colpa delle basse retribuzioni, della fretta, della scomparsa dei correttori di bozze, della riduzione del numero dei giornalisti, del troppo stress per caposervizio e caporedattore che non hanno tempo e voglia di controllare. Tutto vero, ma anche tutto terribilmente falso.
Perché le due perle riguardano altrettante interviste. Pezzi ragionati, dunque, non articoli di cronaca tirati giù all’ultimo momento per coprire un omicidio o un incidente improvviso. E certe interviste è improbabile che siano state affidate a giovani collaboratori appena arrivati.
Dunque il problema non è nel giornalismo ma nella scuola. Quella elementare e la media inferiore, in uno dei due casi. Perché una scrittura così da cani non dovrebbe essere accettata nemmeno in prima media. E, in passato, non sarebbe stata accettata. In un tempo lontano, era la scuola ad insegnare l’utilizzo di modi e tempi verbali. Era la scuola a spiegare che congiuntivo e condizionale avevano un ruolo specifico, non erano stati inventati solo per torturare gli studenti nelle interrogazioni.

Certo, in un mondo che vive solo in un eterno presente, senza passato e senza un ventaglio di possibilità per il futuro, le ipotetiche dei vari tipi non hanno ragione di esistere. La consecutio fa inorridire i frequentatori di Capalbio e Cortina, abituati ad interviste televisive a base di “te cosa ne pensi? Te cos’hai fatto”.

Ma non è colpa della mancanza di correttori di bozze, è colpa delle maestre e dei professori delle medie che hanno promosso somari di questo livello. O di quelli che hanno permesso di confondere l’inglese con il latino, out out con aut aut. Però fa figo la citazione in latino, benché sbagliata. In teoria, pur in assenza del correttore di bozze, per un controllo basterebbero pochi secondi con Google. Non è, però, una questione di tempo, ma di convinzione di sapere. Perché dovrei controllare se so già tutto?

Poi, ovviamente, i refusi non mancano mai perché i sistemi di scrittura modificano, autonomamente, ciò che viene scritto. E compare “è” invece di “e” anche se l’autore aveva scritto correttamente. In questi casi è vero che manca il tempo per rileggere e correggere. Com’è vero che chi è sottopagato non bada alla qualità. Ma sbagliare la consecutio o confondere inglese e latino è solo un problema di ignoranza, non di giornalismo. Ed è molto più grave.
