Dal momento che posseggono un cervello, pensano?

Pan troglodytes nel suo habitat naturale – riflessioni sul pensiero animale e la similitudine cerebrale con gli esseri umani

GLI ANIMALI PENSANO?

L’intelligenza degli scimpanzé e il mistero del pensiero

di

Angelo Tartabini


Pan troglodytes nel suo habitat naturale: riflessioni sul pensiero animale e la similitudine cerebrale con gli esseri umani

Gli animali pensano? Dal momento che posseggono un cervello, più o meno come il nostro, anche se relativamente più piccolo, certamente pensano anche loro. Ora il punto è cosa pensano e come facciamo a sapere che pensano? Se vogliamo farci un’idea di come gli animali pensano dobbiamo riferirci solamente a due di loro, quindi non a tutti: lo scimpanzé comune (Pan troglodytes) e lo scimpanzé nano o Bonobo (Pan paniscus).

Scimpanzé Bonobo (Pan paniscus) impegnato nello sbucciare un frutto. La sua abilità evidenzia la complessità del pensiero animale, sfidando l’idea che il linguaggio articolato sia l’unico mezzo di espressione intellettuale

Perché ci riferiamo solo a questi due primati non umani? La risposta non è poi tanto difficile. Perché questi due scimpanzé, anche se ovviamente non tutti gli appartenenti a queste due specie, ma alcuni di loro, riescono a comunicare il loro pensiero con il linguaggio dei segni. Tutti gli altri animali quindi non ne sono capaci, o quasi. Qualche tentativo è stato fatto con i gorilla, ma il risultato con loro è stato molto scarso, con altri animali addirittura fallimentare.

Gli scimpanzé riescono ad acquisire, anche se in maniera molto rudimentale, il linguaggio dei segni, lo stesso che apprendono i sordomuti per poter comunicare con una sintassi e una grammatica pari a quelle del linguaggio parlato in cui si emettono dei suoni, i fonemi, che costituiscono le parole che a loro volta formano le frasi.

Molti credono che il pensiero sia governato principalmente dal linguaggio articolato e, dal momento che gli animali non parlano, credono che sia loro precluso anche il pensiero, senza riflettere sul fatto che la parola è solo un’espressione esteriore del pensiero e che, nel corso del nostro breve cammino evolutivo, la nostra natura non è stata mai modificata significativamente dalle parole.

Il pensiero è la capacità di costruire delle rappresentazioni mentali senza l’aiuto di un riferimento, come per esempio, quello sensoriale, percettivo o di altro tipo. Infatti, con il pensiero possiamo farci delle rappresentazioni autonome di un problema, di una situazione, e il pensiero non è mai costituito da parole isolate come nel linguaggio. Il pensiero è un tutt’uno ed è più complesso delle parole stesse. In sostanza il pensiero non si realizza solo con le parole ma con se stesso.

Come ha scritto Noam Chomsky, persino la grammatica è indipendente dal pensiero, aggiungendo che gli scimpanzé avrebbero potuto parlare autonomamente, così come cominciano a fare i bambini, se avessero avuto gli strumenti per farlo. In sostanza, il pensiero non coincide mai con la parola. Nel bambino, fino a circa due anni di età, le linee di sviluppo del pensiero e del linguaggio sono separate; a partire da questa età cominciano a intersecarsi e da quel momento il linguaggio comincia a diventare intellettivo e il pensiero deduttivo, verbale e astratto.

Il fatto è che il linguaggio e il pensiero (e qui è il punto fondamentale) hanno radici genetiche diverse, come aveva ben intuito lo psicologo e pedagogista russo Lev Vygotskij nel lontano 1934 scrivendo: “il pensiero e la parola non sono legati tra di loro da un legame originario. Esso si realizza nel corso dello sviluppo del pensiero e della parola del bambino”. Il pensiero, inoltre, non si può nemmeno frammentare in piccole unità perché così facendo perderebbe le sue “proprietà” fondamentali e unitarie. Il pensiero è globale e irriducibile ed è una proprietà del nostro cervello.

Poi, se il pensiero corrisponde a un’eccitazione nervosa, cioè a uno stato neurale, forse gli animali, soprattutto gli scimpanzé, ma anche altri mammiferi, non hanno un cervello capace di attivare un pensiero come il nostro? Dobbiamo assumere che se il pensiero, come processo neurale, può prendere luogo in un cervello umano, questo può avere luogo anche in quello di un animale.

Si può quindi concludere che gli animali pensino come noi esseri umani, ma il punto è che bisogna dimostrarlo e l’unico modo per farlo è quello di “parlare” con loro. Prima, però, dobbiamo porci alcune domande fondamentali. Gli animali hanno immaginazione? Provano emozioni? Hanno degli scopi, delle finalità e delle motivazioni? Sono capaci di un pensiero produttivo, cioè possono cogliere nuove proprietà dagli elementi di un problema dando loro gli strumenti per poterlo risolvere? Hanno un pensiero sociale (che tra l’altro è la prima forma di pensiero)? Hanno una coscienza? In sostanza, sono psicologicamente come noi esseri umani?

Gli scimpanzé hanno dimostrato sperimentalmente di possedere tutte queste proprietà anche se le loro azioni sono indipendenti dal linguaggio articolato che, ovviamente, non posseggono.

Diritti fondamentali anche per loro

Più di un secolo fa lo psicologo gestaltista tedesco Wolfgang Köhler osservò negli scimpanzé le prime fasi di sviluppo del pensiero nella risoluzione di problemi come quelli dell’aggiramento di ostacoli per raggiungere un premio e nell’uso e nella costruzione di strumenti per raggiungerlo, senza l’uso di un linguaggio, nemmeno di quello dei segni che gli scimpanzé, come già detto, possono comunque acquisire, anche se non tutti sono in grado di farlo. Solo i più dotati di intelletto e cognizione ci riescono. Inoltre, gli scimpanzé di Köhler furono capaci di emulare, non solo di imitare.

L’imitazione sarebbe solo un gesto meccanico e ripetitivo. Una volta appreso un nuovo comportamento come quello di schiacciare delle noci che non si possono aprire diversamente, con delle pietre o con dei bastoni, gli scimpanzé cercano sempre di migliorare le loro tecniche secondo modalità conformi alla loro manualità e persino alle loro personalità e intelligenza. Tutte queste operazioni sono indipendenti dalle operazioni intellettive che noi esseri umani mettiamo in atto con il linguaggio articolato, quando per esempio qualcuno ci istruisce con delle parole, su come risolvere un problema o come costruire un attrezzo che non abbiamo mai costruito in precedenza.

Queste degli scimpanzé sono operazioni svolte attraverso il pensiero produttivo (non riproduttivo), il pensiero che li porta a individuare negli oggetti che vengono dati loro (per esempio, bastoni separati ma congiungibili a incastro attraverso una scanalatura) oggetti utili a costruire qualcosa di nuovo, che prima non esisteva, cioè un bastone più lungo per raggiungere un premio non raggiungibile con un solo bastone alla volta. In sostanza con queste operazioni gli scimpanzé hanno dimostrato di sapere reimpostare in nuovi termini un problema loro sottoposto e per farlo non hanno avuto bisogno del linguaggio articolato o di qualcuno che gli dicesse come fare.

Gli scimpanzé posseggono un tipo di pensiero produttivo. Una creatività senza linguaggio, attraverso l’impiego di soluzioni innovative e costruzione di nuovi strumenti, senza la necessità di istruzioni verbali

In determinati test alcuni scimpanzé sono stati capaci di riconoscere degli oggetti che avevano solo toccato con le mani senza averli visti prima, essendo stati bendati alla prova. Le scimmie femmina fanno operazioni ancora più complesse di queste, per esempio riescono a evitare, con l’inganno e il sotterfugio, il controllo sulle loro attività sessuali da parte dei maschi dominanti. In conclusione, è vero che il linguaggio articolato è stato determinante ai fini del nostro salto evolutivo, ma non è stato fondamentale ai fini del nostro successo: è stato il pensiero.

Angelo Tartabini

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Tartabini ha svolto attività di ricerca in Giappone, in Olanda, negli Stati Uniti d’America, in Sud Africa, in Canada e in Inghilterra per più di un decennio. È autore di oltre duecento pubblicazioni e 16 volumi.

 

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