Ha senso eleggere un parlamentare se va a votare solo la decima parte della popolazione?

GLI ELETTI DELLA DEMOCRAZIA DISERTATA

Ha senso eleggere un parlamentare se va a votare solo la decima parte della popolazione? Può ancora chiamarsi suffragio universale, democrazia, rappresentanza del popolo, se nove cittadini su dieci non vanno nemmeno a votare? Non sarebbe più giusto lasciare il seggio vacante se più della metà (o se volete, più dei due terzi) degli aventi diritto non va a votare? Ci dev’essere un quorum, come previsto in altre consultazioni, sotto il quale il seggio non viene assegnato e la decisione di non andare a votare è essa stessa riconosciuta come un messaggio di volontà popolare di cui tener conto.

L’ultimo caso, come sapete, è accaduto non in una sperduta zona insulare, montana o scomodamente periferica, ma nel cuore della Capitale, a Roma. Dove sono andati a votare alle suppletive di domenica scorsa solo undicimila elettori su più di centomila aventi diritto. Si dirà che è l’effetto covid. Ma il parlamentare predecessore da sostituire, che è poi il sindaco regnante, Gualtieri, aveva registrato un’affluenza di votanti appena superiore, che non sfiorava nemmeno la quinta parte degli elettori. Allora torno a formulare la domanda: ma si possono considerare valide votazioni così ristrette? In una democrazia matura anche l’astensione è un giudizio politico, ha pari dignità e il non voto merita pari rispetto del voto.

E lo dico considerando non solo le elezioni suppletive, come quella di cui stiamo parlando, ma più in generale le votazioni. Da troppo tempo si ritiene assurdamente un segno di maturità civica, liberale e democratica, la non partecipazione al voto, come quella che si registra storicamente nel modello della democrazia occidentale, ovvero gli Stati Uniti. Se non si va a votare in maggioranza, si ragiona, è perché la democrazia è al sicuro, i cittadini non avvertono la necessità di votare per impedire che vincano “gli altri”, perché sanno che in ogni caso il loro sistema, i diritti e le libertà, non sono in pericolo. Ma è un modo ben strano di ragionare: quando la maggioranza non va a votare è un verdetto di condanna per la democrazia. Con i referendum ricorderete che cadeva il loro effetto se non raggiungevano il quorum; forse una cosa del genere dovremmo prefigurare per le votazioni politiche. E questo discorso vale ancor più quando si tratta dei ballottaggi: la gente che torna a votare a due settimane dal primo voto è sempre ridotta, al punto che sotto un certo limite, c’è un vero vizio di legittimazione popolare e democratica in chi viene eletto da un terzo o anche meno degli elettori. Meglio abolire il doppio turno, a questo punto, ed eleggere i più votati in turno unico.

Al di là dei rimedi che si possono adottare, e delle risposte realistiche, confacenti, commisurate, all’astensionismo di massa resta sullo sfondo il problema politico. Ma che razza di democrazia è questa, dove il popolo rinuncia alla sovranità e non va nemmeno a votare? Forse perché avverte l’inutilità del voto, se poi saranno i tecnici, i gradimenti e i veti dell’establishment e dell’Europa, i giochini politici e parlamentari, le alleanze e i giri di valzer a pilotare gli esiti e a rovesciare perfino i verdetti popolari. O forse perché reputa troppo uguali i competitori, intercambiabili, non in grado di garantire una vera alternanza e sostanziale differenza di linea.

Aggiungo pure un’altra curiosità: ogni grande disaffezione alle urne, sia nelle elezioni suppletive che nei ballottaggi, stranamente presenta un’omogeneità di verdetto, solitamente favorevole ai candidati di centro-sinistra. La ragione pratica con cui vengono spiegati questi risultati è che l’elettorato di sinistra, nonostante tutto, resta più militante e vota fortemente “contro”; ha dunque una motivazione almeno antagonistica più forte rispetto ai candidati di centro-destra. È vero, ma se usciamo dalla semplice valutazione partigiana, vien fuori un altro criterio: di solito quando le urne vengono disertate in massa vincono i candidati e i partiti che sono più espressione dell’establishment, degli assetti di potere vigente. Perché il voto di opposizione, viste le reiterate prove di inefficacia e di raggiro della volontà elettorale, tende più facilmente a passare dalla protesta alla disaffezione, dall’opposizione all’astensione. E così le votazioni con pochi intimi, di solito, premiano i già iscritti al circolo, confermano i club che gestiscono il potere. Simbolo eloquente di questa votazione in tono minore e minoritario fu l’affermazione di Enrico Letta, segretario del Pd nelle suppletive a Siena; ed era un collegio già tradizionalmente considerato “rosso” e comunque con una partecipazione non così bassa come quella romana di domenica scorsa.

Di solito sottovalutiamo la portata di queste elezioni “minori”, quelle per assegnare seggi rimasti vacanti o dei ballottaggi, per esempio nei comuni: ma hanno un’incidenza notevole. Poi non si spiega perché l’opinione prevalente è che gli italiani siano inclini più verso destra che verso sinistra, ma alla fine della fiera a governare sono questi più che quelli. Al punto che quando si devono eleggere arbitri super partes o almeno extra partes, quelli indicati dalla destra vengono di solito bocciati e quelli indicati dalla sinistra vengono salutati come garanti, non di parte. Le storture della democrazia che lungo il tragitto si rimangia se stessa e diventa un circolo ristretto.

 

 

Fonte: MV, La Verità (19 gennaio 2022)

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