La giustizia richiede che il ricorso alla forza sia legittimo soltanto qualora tutte le alternative ragionevoli […] non abbiano avuto  esito…

 

GLI INGIUSTIZIERI


Il concetto di guerra giusta non è nuovo. Intere generazioni sono state persuase che fossero volute da Dio le crociate, dietro le quali si nascondevano formidabili interessi, imprese coloniali per convertire gli infedeli, dietro le quali si consumavano ruberie, sfruttamento di risorse oltre che eccidi sanguinosi e bestiali. Tutti ci siamo abituati a pensare che fosse legittima l’operazione bellica degli alleati contro il nazifascismo, tanto da giustificare perfino Hiroshima e Nagasaki.

Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Perdite civili: 90 000 – 166 000 vittime a Hiroshima. 60 000 – 80 000 vittime a Nagasaki. Sono seguite altre vittime ammalatesi negli anni per varie patologie tumorali.

E ha assunto il valore di guerra giusta l’attuale conflitto che vede un popolo “aggredito” combattere con un esercito armato fino ai denti per difendere la propria autodeterminazione, anche quella a essere “antropologicamente” filofascista, a aver tollerato un golpe, a sopravvivere e a investire il 4% di Pil in armamenti cui si aggiungono quelli generosamente donati da potenze non disinteressate, grazie ai soldi che mandano a casa le donne esiliate, ed, insieme, a combattere per la nostra civiltà e i nostri valori, cui dovremmo dedicare come atti di fede, sacrifici, rinunce, stenti. E dunque più guerra “giusta” di quella!

Ed è per questo che stiamo subendo gli effetti di una normalizzazione del conflitto, che deve convincere il pubblico definitivamente che si tratti dell’ultima ratio, che si sia fatto tutto il possibile per evitarlo che, come afferma Walzer nel suo “Guerre giuste e ingiuste” il concetto di «estremo» è un’idea metafisica irraggiungibile perché si può sempre trovare un’altra giustificazione all’aggressore, si può sempre instaurare un altro tavolo di trattativa o inviare un’altra nota diplomatica.

La giustizia richiede che il ricorso alla forza sia legittimo soltanto qualora tutte le alternative ragionevoli, che abbiano qualche prospettiva di successo, non abbiano avuto  esito, magari per motivi nobili ma solo apparentemente perché “anche il patriottismo può essere adoperato male, come dimostra la rivelazione del Wall Street Journal, che forse verrà annoverato nelle file dei putiniani, che ha informato come Scholz 5 giorni prima dell’invasione avrebbe invitato Zelensky sulla base di un gentlemen agreement di Putin e Biden, a  rinunciare alle sue aspirazioni di aderire alla Nato e ad assumere la neutralità come parte di un più ampio accordo di sicurezza nella regione europea, proposta alla quale fu opposto uno sdegnato diniego.

Il fine della somministrazione di una informazione che viene da una parte sola, compreso il servizio della Rai che mostra orgogliosamente la performance di un missile made in Ucraina su brevetto Nato, che abbatte un elicottero russo, guidato da un essere umano diventato obiettivo centrato, compresa la obiettiva e ragionevole ipotesi di lavoro di Jens Stoltenberg pronto a rispondere con armi chimiche a eventuali analoghe aggressioni del nemico, è sempre lo stesso, creare le condizioni per accreditare, in termini di giustizia e ingiustizia,  il paradigma secondo il quale la guerra occupa uno spazio “artificiale” e un ambito particolare in cui i giudizi morali della vita quotidiana vengono sospesi in nome dello stato di necessità e in cui vale il detto inter arma silent leges: in tempo di guerra tacciono le leggi, proprio come è successo nel corso della campagna bellica a contrasto del virus, che ha consolidato la fatalità ineluttabile di instaurare uno stato di eccezione che dura e durerà indefinitamente.

Armarsi e armare un contendente, in modo da essere esonerati dal ruolo, poco significativo in termini propagandistici e poco redditizio da un punto di vista commerciale, di leadership in un contesto negoziale, serve a alimentare la narrazione manichea e semplicistica della contesa eterna tra il Bene e un Male incarnato da un demonio, malato, pazzo, minato da turbe che lo perseguitano fin dall’infanzia, assatanato di soldi e potere, così ferocemente ferino da fare pubblica ostensione di massacri di quelli che il politicamente corretto nascondeva come nel caso dell’Irak,(1)quando le vittime civili ammontavano al 90% dei morti e dunque era preferibile stendere il velo pietoso della rimozione.

Cosa c’è di meglio che costruire l’immagine di un antagonista inumano e inoppugnabile se non con una guerra totale per legittimare una spesa militare dissipata e insensata che non trova giustificazione nella contesa in corso, ma che dimostra che la scelta di campo compiuta all’origine ci può trascinare verso abissi di irragionevole autodistruzione, grazie all’artata confusione tra gli aiuti in armi all’Ucraina, le spese militari imposte dall’appartenenza alla Nato, e una non meglio identificata  politica di difesa europea.

Ormai pare non siano più sufficientemente profittevoli le guerre locali, a bassa intensità compresa quella che ha come teatro le nostre città interessate da un governo dell’ordine pubblico che deve mettere ai margini chi offende a un tempo il decoro, i principi della superiore civiltà occidentale e i dogmi della Scienza al servizio del Progresso, i disobbedienti, i renitenti a abbracciare il credo della produttività prestandosi a ogni forma di rinuncia al libero arbitrio, alla dignità, alla libertà.

Lo sa bene il traballante sicario che ormai sempre più isterico deve fare i conti con il dissenso e che spera di salvarsi preparando il funerale frugale e sobrio del Paese grazie all’adozione di una economia di guerra con tutte le misure appropriate in modo da adattare il sistema economico nazionale alle necessità che derivano dalla partecipazione diretta ad un evento bellico e allo scopo di fronteggiare emergenze siano essere di carattere sanitario, energetico, militare.

Come sempre gli effetti collaterali vengono presentati come “tollerabili” in vista delle ricostruzioni a posteriori. Come sempre le vittime non si contano tra decisori, generali, speculatori, signori delle armi: stavolta più che mai a pagare le spese sono quelli che vengono invitati alla mobilitazione per elevati principi, i popoli di serie B, considerati un peso che ostacola il pingue sviluppo secondo i canoni carolingi, il nostro Paese condannato alla demoralizzazione: la malinconia amara del sacrificio e la perdita di un orizzonte etico proibito ai poveracci che non possono che farsi schiavi per sopravvivere.

Ormai non c’è più tempo, bisogna cominciare a segare le zampe del trono.

Usa: la sedia elettrica compie 125 anni, è ancora in uso
Anna Lombroso

 

Note:

(1) PERDITE FRA LA POPOLAZIONE IRACHENA

  • Morti violente (marzo 2003-agosto 2007), Opinion Research Survey: 1.221.000 (intervallo 95% c.l.: 733 000-1 446 000. Modalità: 48% armi da fuoco; 20% auto-bomba; 9% bombardamenti aerei; 6% incidenti; 6% altre esplosioni)
  • Morti totali in eccesso (marzo 2003-giugno 2006), Johns Hopkins/Lancet: 655.000 (intervallo 95% c.l.: 393.000-943.000; di cui 601.000 morti violente)
  • Morti violente (maggio 2003-novembre 2006), ministro della Sanità iracheno: 100.000-150.000
  • Morti violente fra i civili (marzo 2003-settembre 2007), Iraq body count: 74.427-81.114
  • Morti violente fra i civili (marzo 2003-giugno 2006), Organizzazione Mondiale della Sanità: 104.000-223.000

Fonte: TheUnconditionalBlog del 5 aprile 2022

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