Sarah Savioli, con la scrittura fresca e piena di brio propria della migliore tradizione della nostra commedia e grazie alla sua lunga esperienza come perito tecnico-scientifico forense, dà vita a una delle investigatrici più insolite, divertenti e stralunate della commedia gialla nostrana. 

 

La prima indagine di Anna Melissari, investigatrice dal talento unico e singolare: parlare con gli animali e con le piante… provocando irresistibili effetti comici e imprevedibili svolte nelle indagini

Ho imparato che l’arrampicata sugli specchi non serve a nulla e impatta contro la razionalità infantile esplodendo in mille frammenti”.

Questa breve frase, poco dopo l’incipit de “Gli insospettabili”, di Sarah Savioli, riassume in felice sintesi tutto quanto c’è da sapere su questo fantastico, e sorprendente, romanzo d’esordio della scrittrice sarda.

Da leggere con l’animo lieve e sgombro da preconcetti, con semplicità e candore. E attenzione.

La frase riportata dice tutto, sancisce che solo un bambino, infatti, con l’innocenza neutrale che si riconosce ai bambini, riconduce razionalmente alla norma la capacità di comunicazione con l’altro, qualsiasi altro, quantunque diverso.

Anna, la protagonista, moglie devota, madre amorevole del piccolo Luca, impiegata come aiuto di una coppia d’investigatori privati, a seguito di un’accidentale diversità anatomica, un ematoma in una specifica, atavica area encefalica, ha scoperto all’improvviso la sua capacità di “comunicare” con piante e animali.

Dialoga così tranquillamente con cani, gatti, tartarughe, ficus, tigli, oleandri, e insomma tutto il creato animato che ci circonda, di cui spesso, se non sempre, siamo testimoni inconsapevoli, li notiamo cioè senza in realtà soffermarci a considerarli più di tanto, senza sapere nulla d’essenziale degli altri viventi, li diamo per scontati.

Così, se in un’indagine investigativa la polizia e gli investigatori raccolgono indizi e testimonianze come da manuale, Anna interroga, ma sarebbe più esatto dire che chiede gentilmente, ricevendone pari cortesia, a quadrupedi e pennuti presenti, ai platani e alle piante in loco.

Un racconto originale e gradevole, ottimamente scritto, si legge che è un piacere, fluido, scorrevole, emoziona e indulge al sorriso, indigna e esorta alle riflessioni, anche ispide o struggenti.

Anna dialoga con il cane Otto, con il gatto Banzai, con il ficus di casa, con i platani dei viali, con i passerotti. Il suo non è un comportamento assurdo, nemmeno un superpotere, semmai una forma estrema di sensibilità e attenzione per l’altro. Quello che manca a gran parte degli umani.

I superpoteri sono altri, altri sono i supereroi:

“…essere gentili ed avere tanta fantasia non sono poteri soprannaturali, ma qualità che per essere mantenute tutta una vita richiedono un coraggio da supereroe”.

Per questo, animali e piante sono naturalmente, loro sì, supereroi. Insospettabili.

La trama del romanzo 

Anna ha quarant’anni, un bimbo, un marito, un gatto e un ficus. La sua vita scorre come ogni altra, se non fosse che, a seguito di un piccolo ematoma cerebrale, Anna può comunicare con piante e animali. Una straordinaria capacità che, oltre a offrirle un nuovo sguardo sul mondo, le regala un inaspettato impiego: diventa collaboratrice della squadra dell’Agenzia investigativa del burbero investigatore privato Cantoni, con cui litiga in continuazione, insieme a quel “quintale d’uomo” di Tonino e all’alano arlecchino Otto, goloso di dolci e incline alla flatulenza. Mentre, sul luogo del delitto, Cantoni e Tonino interrogano parenti e vicini di casa, ecco che Anna di soppiatto parla con il cane della dirimpettaia, con le piante del giardino accanto, con un piccione aspirante suicida, con due vecchie sorelle tartarughe un po’ sclerotiche. Grazie ai suoi insoliti informatori, Anna cerca una possibile risposta per la madre di Armando, un trentaquattrenne ex tossicodipendente “precipitato” dal quarto piano della palazzina in cui viveva. L’ambiente della droga è il punto di partenza di un’indagine che – fra battibecchi, rivelazioni inattese, dialoghi con i più diversi animali sul senso del vivere, un figlio di quattro anni fantasioso nelle domande e una sorella in perenne crisi sentimentale – Anna, insieme a Cantoni e a Tonino, vede complicarsi in molteplici piste. Come “tanti pezzi di un puzzle, ma di puzzle tutti diversi fra loro”. Sarah Savioli, con la scrittura fresca e piena di brio propria della migliore tradizione della nostra commedia e grazie alla sua lunga esperienza come perito tecnico-scientifico forense, dà vita a una delle investigatrici più insolite, divertenti e stralunate della commedia gialla nostrana. Acrobati è il suo primo romanzo.

Come inizia

  • Alle minuscole piante selvatiche che
  •  bucano il cemento e che, là dove tutti
  •  sono convinti sia qualcosa di impossibile,
  • germogliano, crescono e
  •  fioriscono.

  

 

   Nella nebbia del primo pomeriggio invernale, in una stretta via del quartiere dietro alla stazione di una cittadina di provincia, l’unica macchia di colore sulla facciata di un palazzo vinto dal tempo e dall’abbandono è una camicia rosa dietro a un vetro del quarto piano.

   Una camicia che sboccia dalla finestra.

   Spunta come una gemma, con la rapidità fluida dei germogli che non lasciano tempo allo stupore.

   Poi cresce sempre più, si stacca.

   E vola.

   Vola la camicia rosa con una grazia che sembra una carezza gentile al palazzo.

   Vola avvolgendo il corpo dell’uomo che l’ha indossata quella mattina.  

   Vola leggera, ma se l’aria ha danzato con lei, il suolo invece manca di poesia e sa solo accoglierla con la durezza di uno schianto senza rispetto.

   “Hai sentito?!”

   “Ho sentito cosa?”

   “Quel botto. Un attimo fa.”

   “No che non ho sentito, sto guardando la televisione. Avranno sbattuto con la macchina, e poi lo sai che sono sorda.”

   “Ti dico che c’è stato un botto strano, non da macchina che sbatte. Saranno mica quei tre balordi che son passati qui davanti poco fa che stanno spaccando qualcosa? Ma guarda che c’è della gente in giro che fa paura, eh? Erano di sicuro dei drogati.”

   “Rilassati, su. E fammi seguire il programma così mi distraggo un pochino… sai che la cervicale mi fa disperare.”

   “Vado a controllare, non si sa mai…”

   “Ma cosa vuoi vedere con quel furgone parcheggiato davanti alla finestra?! Mettiti tranquilla, dai.”

   “Sì, dei drogati di sicuro… La gente adesso non ha voglia di lavorare, come gli specialisti che ho chiamato… Neanche oggi vengono…

Quando è arrivato il furgone ci ho sperato e invece no. Uno schifo, una porcheria… e qui la palma muore, eh? Qui muore, questa palma…”

   “Mettiti accanto a me a guardare la tv che arrabbiarti ti fa alzare la pressione, su… E lasciami ascoltare adesso…”

   Così le due anziane sorelle si scordano subito di quello strano rumore proveniente dalla strada di fronte. L’attrazione per la novità è durata un battito di ciglia.

   Non sanno ancora di aver udito il tonfo del corpo di un uomo caduto al suolo.Non possono immaginare quanto sia grottesco che tutta una vita che finisce abbia un suono così breve.

1.

   “Mimi, perché si dice che la mucca muggisce e non che mucchisce?”

   “In effetti, è una bella domanda. Però potremmo chiederci anche perché non si dice che muccheggi.”

   “Ecco, perché?”

   “Sono modi di dire, amore. Qualcuno un bel giorno ha deciso che si diceva così e poi tutti hanno iniziato a farlo. Se ognuno dicesse quello che vuole non ci capiremmo più e allora ogni tanto dobbiamo decidere che va bene una parolina anche se ce ne piacerebbe di più un’altra.”

   “…tì… però tra io e te ci diciamo mucchisce, che ci capiamo ed è più bello, va bene?”

   “Va bene, mi piace! Mucchisce sarà la nostra parola segreta.”

   “T ì!”

  

   I viaggi in auto sono sempre interessanti se posso allietarli intrattenendo queste conversazioni con il mio bimbo di quattro anni. È qui che la sua testolina produce i più articolati dubbi e perché sulla vita e sulle cose. Dubbi e perché dalla complessità direttamente proporzionale al mio livello di stanchezza.

   Così, tra un “Mi scappa la pipì!”, “Ma l’hai appena fatta” e un “Ma come guida quel demente lì?!”, “Mimi, non si dice demente”, cerco di rispondere ai suoi quesiti con il massimo della mia sincerità perché ho imparato che l’arrampicata sugli specchi non serve a nulla e impatta contro la razionalità infantile esplodendo in mille frammenti.

   “Mimi, cosa c’è da mangiare stasera?”

   “Minestra e bistecchina buonissima.”

   “La minestra non mi va.”

   “E allora bistecchina buonissima. Siamo a casa, amore.”

   La mia vita si dipana così.

   Ore 18:30, si torna a casa: a quel punto della giornata sono in balia della spossatezza e dello sconforto al pensiero che manchino ancora almeno quattro ore al magnifico momento in cui mi infilerò a letto.

   Non penso quasi mai di farcela. Mi dico: “Stasera cedo. Stasera non ce la posso fare. No, sto cedendo. Come ho fatto a non crollare cinque minuti fa? Crollo, cedo. Ora”.

   E poi resisto.

   Chissà se è così per tutti o sono io la carcassa, il macchinario da demolizione. Anni fa mai avrei pensato di provare una stanchezza tale. Io che avevo sempre tante belle idee per la testa e che mi chiedevo perché mai si dovesse dormire più di sei ore.

   E dopo essermi interrogata sull’entità della mia inettitudine, parcheggio, prendo le borse, faccio scendere il ricciolino, apro la porta, salgo le scale di casa, svesto me e il bimbo, calze antiscivolo, “No, Luca! Non tirare il cappellino!”, raccolgo il cappellino, chiudo la finestra, metto su il brodo. E nel frattempo la testa vaga altrove grazie all’utilizzo di risorse cerebrali che sarebbero per vocazione dedicate a farti respirare e battere il cuore e si adoperano invece a far funzionare anche tutto il resto.

   Ho imparato che il fatto che una vita possa essere banale e al tempo stesso eccezionale è qualcosa che sta negli occhi di chi guarda.

   Io trovo straordinaria la mia, come straordinaria è la capacità di andare avanti sempre, comunque, anche quando di energie non se ne hanno più, e poi ecco che salta fuori qualcosa che ha del miracoloso, come le risorse cerebrali di cui sopra.

   “Mimi, posso guardare un cartone animato?”

   “Sì. Dieci minuti ed è pronto.”

   Tra poco rientra mio marito, la lavatrice ha finito e poi stenderò.

   Una vita così, insomma, niente di speciale.

   Fuori le giornate cominciano impercettibilmente ad allungarsi, ma la primavera è ancora lontana. Il rumore dei cartoni animati si mescola con quello di padelle e stoviglie.

   Ed ecco che Banzai entra in cucina, strusciandosi languido contro lo stipite. Il pelo vaporoso gli dà un tocco di regalità felina che mi riempie di ammirazione. Senza dubbio si è appena alzato da qualche angolino caldo e morbido della casa. Si siede composto, si copre delicatamente le zampe davanti con la coda e mi punta addosso i suoi grandi occhi verde smeraldo.

   “C’è da cambiare la sabbia della lettiera. È così sporca che devi ringraziare la mia nobiltà d’animo se non ti ho già fatto la cacca sul pavimento,” mi dice flemmatico.

   Sì, me lo dice il gatto.

2.

   Mi parlano gli animali. Mi parlano le piante.

   Ma non sono stata sempre così, si tratta di qualcosa di relativamente recente.

   Ammetto che la prima volta sono rimasta un po’ spiazzata.

   Era l’inizio di una lunga estate torrida che credevo avrei passato in balia dell’ansia per aver perso il lavoro. L’azienda nella quale ero stata impiegata per quasi dieci anni era fallita e in quattro mesi di intenso invio di curricula l’unica risposta era stata un disperante silenzio. Così mi cullavo nell’illusione della ripresa felice di settembre, cercando di convincermi con scarsi risultati che fare la casalinga per qualche tempo non sarebbe stato poi male.

   Quando tutto cominciò ero sola in casa a inebriarmi di antipolvere. A un tratto sentii una voce sommessa, flebile.

   “Aiutami… sto morendo… aiuuutami…”

   Dopo un attimo di panico, capii.

   Era il ficus.

   Non lo innaffiavo da un po’ e, per quanto la cosa fosse stupefacente, il poveretto aveva le sue buone ragioni di lamentarsi e chiedere disperatamente soccorso.

   Tremante, gli diedi un bricchetto d’acqua.

   Mentre le sue foglie riprendevano vigore, il ficus non la smetteva di ringraziarmi e io restavo seduta per terra con il bricco in mano e il tono muscolare di una bambola di pezza.

   La testa mi girava e arrivai a pensare di essere stata drogata a mia insaputa per una candid camera; guardavo nel vuoto sperando che da un istante all’altro saltasse fuori mio marito sorridente con una troupe televisiva di perfetti sconosciuti e io, piena di gioia per lo scherzo ben riuscito, avrei preso a sberle lui e la troupe.

   Macché. Nessuno.

   Guardai il ficus, presi atto di quello che era appena successo e, volendo fare di necessità virtù, gli chiesi di avvisarmi ogniqualvolta avesse avuto bisogno di bere qualcosa.

   “Vai tranquilla,” rispose lui, contento di essere scampato per un pelo alla morte.

   Un angolino della mente, l’unico non invaso dal panico, mi disse che, per quanto la situazione fosse bislacca, alla fine annaffiare la pianta sarebbe stata una cosa in meno a cui pensare.

   Andai in bagno, sciacquai il viso e mi convinsi che non sarebbe successo più.

   Sì, era un episodio isolato che avrei presto dimenticato… un banale colpo di calore…

   Mi rasserenai. Per un quarto d’ora.

   Poi mi sentii chiamare da fuori e aprii la finestra: il cane dei vicini voleva fare due chiacchiere, i suoi padroni erano usciti da un po’.

   Vuoi negare due parole a un vicino?

   Conversammo per una mezz’ora, lui giù in giardino, io alla finestra, come due insoliti Romeo e Giulietta, e grazie a lui mi ricordai della riunione di condominio della settimana successiva, cosa che avevo regolarmente rimosso non appena saputa.

   Insomma, la faccio breve.

   Mi abituai alla mia nuova condizione quasi come fosse una naturale evoluzione del mio rapporto con il mondo.

   Inizialmente mi passò per la testa la fugace idea di una patologia mentale, ma poi mi dissi che non era poi così male riuscire a comunicare con piante e animali. Ritenni in ogni caso di verificare: da brava madre di famiglia avevo pur sempre il dovere di sopravvivere a possibili acciacchi gravi e funesti. Così al medico dissi che ci vedevo leggermente offuscato, avevo delle forti emicranie e che insomma volevo fare qualche controllino.

   Dalla risonanza magnetica emerse che, non si sa come, non si sa perché e non si sa quando, una piccola vena cerebrale si era stufata della solita routine e, volendo compiere un atto memorabile, aveva deciso di farla finita facendosi saltare in aria e formando un minuto, ma importante ematoma in una piccolissima area del mio cervello.

   Mi dissero: “Per fortuna è un punto del cervello che per quanto ne sappiamo non ha particolari funzioni”.

   “No, no. Le funzioni ce le ha eccome,” pensai io, ma lo tenni per me.

   “Signora, dobbiamo aspettare che si riassorba da solo e tenere sotto controllo la situazione. Ha qualche altro sintomo, oltre ai mal di testa e alla vista offuscata?”

   “No. Assolutamente no.”

   Pazza sì, scema no.

   Da allora sono passati due anni. La situazione è identica, l’ematoma non si è ridotto di un millimetro. Mai avuto mal di testa né vista offuscata, però parlo con le mucche nei campi e con gli alberi nel parco.

   A questo punto starete pensando che io sia un po’ strana e in effetti non avreste tutti i torti.

   Strana lo sono di sicuro, ma la vita lo è di più: è infatti la mia curiosa condizione ad avermi procurato un lavoro, entusiasmante anche se precario.

   Quando la mia condizione scomparirà, anche il mio impiego se ne andrà con lei.

   E io comincerò a sentirmi molto sola, in un mondo tornato silenzioso. Ne sono a tal punto spaventata che preferisco non pensarci, non ne parlo mai. E poi non saprei con chi parlarne, la cerchia di persone che è a conoscenza del mio dono è piuttosto ristretta.

   Ne sono al corrente mio marito Alessandro, la mia analista e alcuni perfetti sconosciuti con cui condivido il lavoro.

   Nulla sanno mia sorella, mio padre, i parenti in generale.

   Non che io pensi che non mi vogliano bene, ma temo le loro reazioni se raccontassi delle mie ardite conversazioni.

   E le mie amiche… sono buone amiche, sia chiaro.

   Il fatto è che, come me, hanno quarant’anni suonati: metà di loro cerca disperatamente di trovare marito e figli, mentre l’altra metà cerca altrettanto disperatamente di liberarsene, anche solo per un mezzo pomeriggio. Uno scambio tra le due metà, inspiegabilmente, non viene preso in considerazione.

   Insomma, lasciamoli tranquilli tutti quanti.

   Ma torniamo a noi.

   Dov’ero?

   Ah, sì. Il mio lavoro.

   Aiuto un detective privato nell’accertamento dei fatti delittuosi alla ricerca della verità!

   Lui e il suo collega interrogano i vicini, io i cactus e le cocorite.

   Certo, non è che i miei informatori possano finire nei registri ufficiali, ma con una copertura da supporto amministrativo riesco a dire la mia e a essere d’aiuto. Non è una cosa semplice. A volte posso comunicare, a volte assolutamente no; altre volte l’unica evidenza che so accertare è l’infinito dolore espresso dal silenzio.

   La mia analista sostiene che quelle conversazioni potrebbero non svolgersi realmente, ma che siano solo il risultato di un’aumentata capacità di leggere i particolari.

   Non ho potuto approfondire questo discorso, perché durante la seduta ho chiesto se l’idea, che onestamente mi pareva valida, fosse sua o della sua analista.

   Lei ha risposto: “Non ce la posso fare,” ha aperto la porta e mi ha chiesto di tornare la settimana seguente.

   Comunque, questo investigatore con il quale lavoro si chiama Cantoni.

   Domattina mi passerà a prendere, saprò dove andremo e che forma avranno i miei brutti sogni.

3.

   Bambino lasciato alla scuola materna, marito partito per il lavoro, gatto coricato sul divano e impegnato a depositarvi peli di colore perfettamente contrastante.

   Per quanto mi riguarda, appuntamento per le dieci.

   Alle nove e cinquantacinque sono già di fronte al cancello di casa.

   Alle nove e cinquantacinque Cantoni arriva.

   Siamo due perversi regolarmente in anticipo con lo scopo di anticipare l’altro, al fine di farlo sentire in ritardo rispetto all’anticipo minimo dovuto.

   Cantoni e io siamo così, litighiamo quasi sempre e quando non litighiamo è perché teniamo il muso e siamo offesi per la litigata precedente, quindi lavoriamo insieme che è una meraviglia.

   “Cantoni! Buongiorno!”

   “Anna, salga che andiamo.”

   Se c’era bisogno di partire alle nove bastava dirlo.

   Alle otto e cinquantacinque sarei stata di fronte al cancello.

   Forse addirittura alle otto e cinquantadue.

   Comunque oggi alla guida, stretto fra il volante e il sedile, c’è quel quintale d’uomo di nome Tonino Caputo e io lo adoro. È il collaboratore di Cantoni, napoletano verace corrispondente al millimetro allo stereotipo dell’italiano-campano onesto, intelligente e ironico.

   A conoscerlo bene è ancora meglio.

   “Tonino, come sta? E Paoletta, si è ripresa dalla varicella?”

   “Tutto a posto, se Dio vuole! La febbre è scesa e mo’ tiene solo qualche puntino. Ora tengo ’a mamma con la gastrite. Povera, scendo questa settimana a trovarla… Me la dai una settimanella di ferie, Cantoni?”

   “No.”

   “Ecco, Annare’… questa no, ma una delle prossime settimane scenderò a trovare mamma, poverina.”

   Mentre io e Tonino ci intratteniamo amabilmente sulla descrizione dettagliata delle pustole varicellose della nostra progenie, dal bagagliaio emerge l’enorme testone di Otto, l’alano arlecchino dell’agenzia investigativa.

   “Otto, amore caro, come stai?”

   “Ohi, tengo mal di pancia, Annetta bella…”

   “Cantoni, Otto ha mal di pancia!”

   “Lo so. Chieda a Tonino come mai.”

   Mi sa che ho capito l’origine del cattivo umore.

   Rivolgo a Tonino uno sguardo severo. Lui guida e non può vederlo, ma non ho dubbi che se lo senta sul collo.

   “Annare’, gli ho dato un dolcetto, un cannoncino piccolo. Poverello, ci hanno portato un vassoio di paste… ci guardava sconsolato. Dai, Otto, mo’ passa!”

   “… sto murenn’…” Otto si accascia nel bagagliaio.

   Mi accerto che il cannoncino non contenesse cioccolato, perché in tal caso la cosa sarebbe seria per davvero.

   Tutto tranquillo: si trattava solo di un capolavoro alla crema pasticcera. Uno. Uno?

   Siamo sicuri?

   “Otto, ma quanti ne hai mangiati di cannoncini?”

   “Che volevi fa’, gli avanzi? Io c’ho il cuore risparmioso…”

   “Otto, quanti erano?!”

   “Sono un cane, non so contare.”

   Non è vero.

   “Che dice?” chiede Tonino.

   “Che ha finito il vassoio, dice, Tonino!”

   “Uh, Marònna. Ne ha mangiati sette o otto come minimo.”

   Cantoni guarda fuori dal finestrino, poi scatta.

   “Tonino, se c’hai ammazzato il cane io ammazzo te.”

   “Uh, che cosa brutta,” guaisce Otto. “Ammazzato… la violenza è ’na cosa brutta assai…”

   “Cantoni, non dica queste cose che Otto la comprende e si spaventa!” Mi giro sul sedile e mi metto inginocchiata così riesco a massaggiare il pancione di Otto che prontamente si mette in posizione. Dopo neanche trenta secondi si rilassa e lascia andare tutto il gas che può essere contenuto nell’addome di un cane di ottanta chili.

   “Annare’, che sollievo!”

   Lui sta meglio. Noi no.

   Tonino ride e Cantoni è ancora più arrabbiato.

   Tutto come al solito, insomma.

   “Anna, lei e la sua fissa di portarci sempre dietro questo cane. Tonino, che cazzo ridi pure tu?! Accidenti a te e alla volta che mi sei arrivato in ufficio con lui.”

   Tonino è il responsabile dell’arrivo di Otto nella vita di Cantoni: durante un viaggio a Napoli dalla famiglia, aveva incontrato un vecchio compagno di scuola nei guai e, da bravo animo gentile, gli aveva dato una mano. L’uomo, che era un allevatore di cani senza un soldo nemmeno per sbaglio, per sdebitarsi gli aveva regalato un cucciolo di alano arlecchino.

   Rivenduto gli avrebbe senza dubbio dato un buon ritorno economico, peccato che il buon Tonino nel giro di tre minuti e mezzo si fosse già affezionato al cane, figuriamoci dopo un intero viaggio in auto da Napoli fino al Nord.

   L’amore è amore.

   Quando sua moglie vide il cane gli censurò immediatamente anche solo il pensiero di un’adozione, così Tonino lo portò in ufficio. Cane da guardia e rappresentanza. Cantoni, che aveva molte meno armi per opporsi rispetto alla moglie di Tonino, brontolò, ribrontolò, brontolò ancora e poi si arrese. Si arrese così tanto che Otto andò a dividere con lui l’ufficio e diventò definitivamente suo.

   Passi la rappresentanza, ma quanto all’essere un cane da guardia non ho mai conosciuto una bestia tanto fifona.

   “Cantoni, siamo sicuri che ce la faccio a tornare per quando chiude la scuola materna del bimbo, vero?” Mi dispiace, ma senza la risposta a questo mio dubbio fondamentale non posso proprio andare avanti.

   “Anna, ci dovremmo stare.”

   “Mi organizzo, eh?!”

   “Faccia come crede.”

   “Nei film e nei romanzi non hanno mai i figli che escono da scuola o a casa con il vomito e la diarrea. Non capisco. Forse ce li hanno, ma tra i piedi mai. Anche i poliziotti dei film, sempre soli poveretti… mai una moglie da portare a far spesa, la comunione di un nipotino. Com’è ’sta cosa, Tonino?”

   “Eh Annare’, la vita!”

   “…questo è il valzer del moooscerinoooo…” che per gli altri suona circa “…auuu auuu bau auuu uuuu…”

   Otto sta decisamente meglio.

   “E basta!” Pover’uomo, Cantoni. È sfiancato.

   È il nostro gioco delle parti, ci facciamo arrabbiare a vicenda perché le cose che siamo costretti a vedere non sono mai facilmente digeribili, soprattutto per me che, a differenza dei miei compagni d’avventura, sono nuova di questo mestiere e alle volte mi lascio travolgere dall’empatia. Cantoni ha deciso di lavorare anche su casi pesanti, io ci tengo davvero a fare esperienza e imparare, ma non c’è indagine che non lasci un segno. E non so mai quando, con che intensità e in che forma mi colpirà.

4.

   La destinazione si trova nel quartiere dietro alla stazione. Quand’ero studentessa ci venivo spesso a passare la serata in qualche locale o a casa di amici dove finivamo per chiacchierare fino alle ore piccole.

   Per quanto i ricordi siano addolciti dal velo positivo che la giovinezza posa su tutto, ora in questo posto campeggiano solo le vetrine sporche e opache dei negozi sfitti alternate alle insegne colorate degli empori cinesi e di qualche kebab.

   L’impressione è quella di trovarsi in un’anticamera di passaggio, terra di tutti e di nessuno, ma naturalmente lì la vita pulsa proprio come in ogni altro punto della città, eppure è vita che passa tra qualcosa e qualcos’altro.

   Tonino si guarda in giro e parcheggia.

   Parcheggia male.

   È una delle tante prerogative di Tonino: riuscire a lasciare la macchina nelle posizioni più inappropriate senza prendere la multa, che se io ho la gomma appena fuori dalla riga, invece… Tonino no. Avrà dei superpoteri anche lui come me, e prima o poi me lo confesserà.

   Cantoni impone a Tonino di lasciare il cagnone in mac china, perché ci metteremo davvero poco tempo.

   Tonino cede a malincuore: “Otto, amore di papà,” dice al cane, già pronto a scendere, “non ti possiamo portare sulla scena del crimine, lo capisci? La inquineresti”.

   “Io non inquino. Io valorizzo,” risponde Otto accasciandosi nel bagagliaio con il suo miglior muso da cane affranto.

   “Si è offeso molto, Annare’?”

   “No, Tonino. Nulla che non possa essere aggiustato da una carezza.”

   Non mento. I cani sono così. Non esiste offesa che non possano perdonare e, a essere onesti, noi umani di offese da farci perdonare ne abbiamo sempre.

   Salutiamo con la mano Otto che resta di vedetta in auto e ci avviamo verso il palazzo giallo. I fregi alle finestre raccontano di un tempo lontano di alta borghesia e benessere, di una dignità severa e altezzosa che ora si è afflosciata tra tapparelle rotte e frigoriferi dimenticati sui balconi.

   Di fronte alla porta d’ingresso c’è una macchia per terra, sull’asfalto, una macchia che non vuole andare via. Tiene ancorato un istante, che come ogni istante sbiadirà senza speranza, lentamente, fino a non esistere più.

   L’ex portineria è avvilente: la lunga fila di cassette delle lettere è sbilenca e coperta dei resti delle etichette con nomi di passati inquilini andati chissà dove. A rigidi regolamenti condominiali nei quali un tempo venivano imposte targhette decorosamente identiche, si è sostituita l’incuria sprezzante di pezzi di carta incollati con nomi scritti a biro e di volta in volta cancellati.

   Dai tratti di pennarello su fogli attaccati al muro con lo scotch escono urla. “Non voliamo publicità”, “Spegnere la luce perché la pagghiamo e non abbiamo soldi da butare!”, “Chiudere la porta, se nò entrano i ladri”, “Chiudere la porta di accesso ai garasc che ce il cancello su via Rivera rotto e poi entrano i ladri”, “Non aprite a chi unque che entrano i ladri”.

   Un caseggiato che al suo interno deve avere un inquilino poderosamente sensibile alla sicurezza, un briciolino meno alla grammatica di base.

   Ai suoi cartelli risponde irridente un cazzetto inciso sul muro con un coltellino.

   L’ascensore in ferro battuto non risponde alle nostre chiamate. Sarà rotto, ma in compenso lì non c’è nessun cartello che lo segnali.

   “Non funsiona… ” rotola una voce roca alle nostre spalle: appartiene a un vecchietto microscopico che spunta da una porta al pianterreno. L’omino sembra fatto di carta appallottolata, stropicciata e che in qualche strana maniera ha preso vita. Ha la pelle, i capelli, gli abiti sui toni del fungo prataiolo, tutto dello stesso colore a parte ciò che ha ai piedi, con l’incredibile capacità che hanno solo gli anziani e i bambini di spiazzarti con l’inatteso. Porta infatti delle scarpe da ginnastica fluorescenti gialle e blu di parecchi numeri più grandi e che lui però ha arrangiato a mo’ di ciabatta, con il retro schiacciato sotto al tallone.

   Scick ciac scick ciac, l’omino ci si fa incontro scivolando sulle sue pattine spaziali.

   “È votto… il scensove… non funsiona…”

   Stiamo per ringraziarlo e fare due parole con lui, quando dalla stessa porta esce come una murena dalla tana quella che probabilmente è la moglie. Lo afferra per il cardigan fungo prataiolo, lo tira indietro e lui scivola che è una bellezza, neanche le suole delle ciabatte non convenzionali fossero oliate, emettendo un cigolio che sembra un pianto.

   “Non si parla con gli sconosciuti!”

   “Signora, non si preoccupi…” prova ad accennare Cantoni.

   “Mo ci dicevo solo che il scensove è votto…”

   “Non si parla con gli sconosciuti!”

   Sbam. Porta chiusa.

   “Cantoni…”

   “Dica, Anna.”

   “Mi sa che il scensove è votto.”

   A ogni rampa di scale altri avvisi. “Se non pulisci le scale quando è il tuo turno si vede, non credere di essere furba”, “Chiudere l’ingresso garasc”, “Chi ha sporcato di fango le scale che le pulisse che non è un cesso”, “Non tenere aperto l’ingresso garasc!”.

   Così letterariamente intrattenuti e in tale clima da guerriglia condominiale, saliamo fino al quarto piano.

   La porta ha ancora il segno degli adesivi per i sigilli. Cantoni tira fuori le chiavi, entra. Quando Tonino e io lo seguiamo, veniamo subito investiti da un tanfo acre di aria viziata.

   “Dunque, Anna, come già le accennavo, quindici giorni fa alle tre del pomeriggio, dalla finestra di questo appartamento è volato giù tale Armando Piazza, 34 anni. Fin da ragazzino fuori e dentro da comunità di recupero per droga. Nell’ultimo anno sembrava aver trovato un minimo di equilibrio, anche se le sue compagnie non erano eccellenti,” dice Cantoni con tono didascalico, mentre controlla tra le sue carte: “I vicini hanno riferito di un violento litigio nell’appartamento proprio poco prima che il Piazza volasse giù e parlano tutti di più voci differenti, quindi nella lite sono coinvolte diverse persone. Nessuno però ha visto in faccia queste persone, perché i vicini si sono guardati bene dal mettere il muso fuori dalla porta vista l’aria che tirava. Il Piazza doveva aver capito che i suoi assalitori venivano a spaccargli la testa perché poco prima che arrivassero ha chiamato il numero d’emergenza dell’ultima comunità dov’era stato e ha lasciato in segreteria un messaggio in cui chiedeva aiuto immediato.”

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L’autrice

Sarah Savioli nasce nel 1974 in Sardegna. Laureatasi a Parma in Scienze naturali, consegue un master in Scienze Forensi e uno in Chimica analitica e per più di dieci anni lavora come perito tecnico scientifico forense, prima in collaborazione con il Dipartimento di Fisica dell’Università di Parma e con il Ris dei Carabinieri, poi in libera professione. Gli insospettabili è il suo primo romanzo.

 

  • Gli insospettabili
  • Sarah Savioli
  • Editore: Feltrinelli
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 746,84 KB
  • Pagine della versione a stampa: 240 p.
  • EAN: 9788858838921    Acquista € 9,99

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