Seduto su un barile di dinamite? quali sono i meccanismi mentali che hanno indotto “Giuseppi II” a convocare una assemblea-passerella ed a chiamarla “Stati generali”? L‘Italia del 2020 rassomiglia maledettamente alla Francia del 1789

 

Luigi Conte XVI convoca gli “Stati Generali”- e adesso si attende solo la Rivoluzione

“Stati generali”: una locuzione che porta male. Non furono – come molti hanno detto in

Filippo IV il bello

questi giorni – una trovata di Luigi XVI alla vigilia della Rivoluzione, bensì un’antica istituzione della monarchia francese. Esistevano fin dal 1300, quando Filippo IV pensò di farsi assistere da un’assemblea consultiva formata dai rappresentanti dei tre “stati”, cioè dei tre ceti sociali che muovevano la vita politica ed economica della Francia medioevale: il clero, la nobiltà e il popolo (in realtà, la rudimentale borghesia del tempo).

Nei fatti, gli Stati Generali vennero convocati pochissime volte, e solo per ratificare le decisioni del monarca di imporre nuove tasse. Questa singolare pratica pseudoassembleare rimase in auge per un paio di secoli, poi cadde gradualmente in disuso. Fino a quando – e veniamo ai fatti evocati in questi giorni – nel 1789 non venne riportata in vita da Luigi XVI e convocata una nuova (e ultima) volta; come estremo tentativo per arginare la rivolta che stava montando nel paese, frutto – anche allora – di una crisi economica giunta a livelli insostenibili.

Come andò a finire, lo sanno tutti: il rapido precipitare della crisi, la Rivoluzione Francese, e Luigi XVI finito sulla ghigliottina.

Ora, con questi precedenti, sarei proprio curioso di conoscere i meccanismi mentali che hanno indotto Giuseppi II a convocare una assemblea-passerella ed a chiamarla giustappunto “Stati generali”. Non si sono accorti – lui e il suo Richelieu in sedicesimo – che l‘Italia del 2020 rassomiglia maledettamente alla Francia del 1789?

Vittorio Colao

Evidentemente – è la mia personale opinione – quella cervellotica decisione è stata determinata da motivi forti. Quali? Due, a mio sommesso parere: uno di carattere “interno” rispetto al quadro politico della maggioranza di governo; ed uno di carattere “esterno”, legato alle incredibili ricette (leggi Colao) che si vorrebbero imporre all’Italia per la gestione della crisi post-Coronavirus.

Procediamo con ordine. Prima la motivazione interna. Giuseppi vuole restare al governo sino alla fine della legislatura (2023), e poi tentare l’avventura con un partito tutto suo. Ipotesi che lui smentisce, per chi gli crede. Personalmente, penso che, se Giuseppi dovesse miracolosamente durare ancóra per tre anni, il suo pseudopartito sarebbe sommerso da un’impopolaritá pari se non maggiore di quelle che, a loro tempo, mortificarono le liste di Dini e poi di Monti.

Credo che anche dalle parti del PD si pensi che Giuseppi, con il suo ego smisurato, voglia farsi un partito su misura. Cosa che i piddini non gradiscono, giacché – secondo tutti i sondaggi ufficiali e/o riservati – una lista contiana toglierebbe voti proprio al PD (e ai Cinque Stelle), senza peraltro intaccare il patrimonio elettorale del centro-destra. Ciò spiega la levata di scudi contro gli Stati Generali da parte di Zingaretti e compagni.

Ma questi sono fatti loro, dei partiti di governo, e non credo che la cosa possa interessare più di tanto. É la seconda motivazione – quella “esterna” – che dovrebbe preoccupare. E molto. Pur di restare in sella, infatti, Giuseppi è dispostissimo a legare sempre più strettamente le sorti dell’Italia a quelle dell’Europa tedesca, ai suoi ordini, alle sue “riforme”, ai suoi piani che non vanno certamente in direzione degli interessi del nostro paese.

Il ruolino di marcia è già pronto. A fornirglielo è stato quel  Colao che il Conte Tacchia ha chiamato (su input di chi?) a guidare una task force di “esperti” che dovrebbero dirci come fare a uscire dal guado [vedi “Social” del 24 aprile]. Naturalmente – come era logico prevedere – le ricette di Colao Meravigliao andranno a coincidere con quelle della Unione Europea; le quali, a loro volta, collimano perfettamente con i desiderata dei poteri forti della City e di Wall Street. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

Torniamo al “piano Colao” che sarà il piatto forte degli Stati Generali. Un autentico libro dei sogni che, attraverso ben 120 schede tecniche, elenca dettagliatamente le tante cose che, a parere del manager “dalle indubbie capacità” (dicono loro), sarebbero da fare.

Ma la cosa non si ferma qui. Perché, tra le nebbie delle dissertazioni teoriche, occhieggia qua e là anche qualche proposta pratica sul come e dove trovare i soldi per finanziare le “riforme strutturali”. É la parte meno nota del piano Colao, la più riservata, quella che non è stata divulgata ai quattro venti. Si tratta di “suggerimenti” che – secondo le prime indiscrezioni di stampa – sarebbero perfettamente in linea con i desiderata della cancelliera Merkel e dell’establishment dell’Unione Europea. Si tratterebbe – come titola il sito “Scenari Economici” – di «rubare le ultime cose rimaste all’Italia».

Colao Meravigliao

Colao Meravigliao – cito sempre da “Scenari Economici” – consiglierebbe di attingere a tre comparti: immobili pubblici, partecipazioni pubbliche (Fincantieri, Leonardo, ENI, eccetera) e – non poteva mancare – quella robusta riserva aurea della Banca d’Italia che tanto a cuore sta alla Kanzlerin. Più altre piccole cose – suggerisce “Il Giornale” – come «scoraggiare l’uso del contante» (con una tassazione ad hoc?) ed altre iniziative per «far emergere il risparmio privato».

Vedrete. A conclusione di questi incredibili Stati Generali, Giuseppi II prenderà atto dei “suggerimenti” che saranno avanzati dal Genio della Lampada, e si impegnerà per una azione – naturalmente “poderosa” – per realizzare le riforme “che l’Europa ci chiede”.

Ma questi – come dicevo l’altra volta – sono conti senza l’oste. Giuseppi non si rende conto di stare seduto su un barile di dinamite, e perde ancóra tempo a pavoneggiarsi fra passerelle e conferenze-stampa. La gente, intanto, è alla disperazione. Attenzione a non tirare troppo la corda.

 Michele Rallo

 

Fonte Accademia Nuova Italia

 

 

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