Agatha Christie non andò mai a scuola, eppure è diventata la più grande scrittrice di gialli di tutti i tempi.

Agatha Christie.

Nata il 15 settembre 1891 a Torquay (Gran Bretagna), figlia minore del matrimonio di Fred Miller (Miller è il suo vero cognome) e Clara Boehmer. Da bambina aveva un carattere timido e ritirato, e rifiutava le sue bambole per giocare con amici immaginari. Suo padre, che viveva affittando appartamenti, passava la giornata a giocare a carte e morì quando lei aveva 11 anni, lasciando la moglie e i figli in bancarotta Agatha crebbe dunque in una famiglia borghese e non avendo frequentato alcuna scuola, viene istruita dalla madre, Clara Boehmer, donna della buona società e nonché dalla nonna e dalle governanti di casa. Tornata da Parigi dopo aver tentato gli studi per diventare una cantante lirica, conosce Archibald Christie, colonnello della Royal Flying Corps, con cui si fidanza.

Nel 1920 le venne l’idea, lavorando in un ospedale, come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni, per il suo primo romanzo giallo che vedeva come protagonista l’investigatore belga Hercule Poirot, “Poirot a Styles Court”. Attraverso le avventure di quest’ultimo e dell’arzilla vecchietta Miss Marple fece la storia del genere “giallo/poliziesco”, influenzando generazioni di scrittori. Si misurò anche con il “romanzo rosa” pubblicando sei opere sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott. Ricordata per capolavori assoluti come Assassinio sull’Orient Express e “Dieci piccoli indiani”, è, dopo Shakespeare, la scrittrice inglese più tradotta di sempre e i suoi romanzi hanno ispirato numerose versioni cinematografiche.

Ecco a voi Hercule Poirot. 

Hercule Poirot.

Doveva essere un ispettore per avere una buona conoscenza del crimine. Doveva essere anche meticoloso e molto ordinato, decisi, mentre mi affaccendavo a raccogliere una serie di oggetti che avevo seminato nella mia stanza. Un omino preciso, con la mania dell’ordine, della simmetria, e una netta propensione per le forme quadrate piuttosto che per quelle tonde. E poi molto intelligente, con il cervello pieno di piccole cellule di materia grigia… ah, che bella frase, non dovevo dimenticarla. Bisognava anche che avesse un nome importante, un nome che non sarebbe sfigurato nella famiglia Holmes. Già, perché loro quanto a nomi… Come si chiamava il fratello di Sherlock? Mycroft, nientemeno. E se l’avessi chiamato Hercules? Hercules mi parve un ottimo nome per un omino così. Trovargli un cognome era più difficile. Non so assolutamente perché scelsi Poirot, se fu una folgorazione o se lo lessi su qualche giornale. Comunque mi parve buono, anche se non si legava bene con Hercules. E se fosse stato Hercule? Hercule Poirot… perfetto, grazie a Dio, era fatta.

Agatha Christie.

 

 

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Gli uccelli stinfali. Titolo originale: The Stymphalean Birds. Pubblicato la prima volta, con il titolo The Vulture Women, su «This Week» il 17 settembre 1939 negli Stati Uniti, poi, con il titolo Birds of III Omen, su «The Strand» nell’aprile 1940 in Inghilterra.Traduzione di Grazia Maria Griffini.

Trama.

Il signor Harold Waring è un promettente uomo politico in vacanza in Herzslovakia, nell’Europa orientale, affacciata sul lago Stempka. Durante il suo soggiorno fa la conoscenza della signora Rice e della figlia, la signora Elsie Clayton. Nell’hotel in cui si trova il signor Waring alloggiano inoltre due anziane donne polacche, che, a causa del loro naso pronunciato, vengono associate a degli uccelli rapaci. Parlando con le due donne il signor Waring scopre che la signora Clayton è spesso maltrattata dal marito, Philip Clayton, e che la sua vita è particolarmente dura. Una sera Elsie si rifugia terrorizzata nella camera del signor Waring: il marito, infatti, è appena arrivato in hotel e ha intenzione di ucciderla. Poco dopo, mentre i due stanno parlando, irrompe il signor Clayton, con in mano una chiave inglese. Vedendo i due assieme si infuria e rivela che una delle due donne polacche alloggiate nell’hotel gli aveva confidato che la moglie lo tradiva. Subito scoppia una lotta furibonda che si conclude nella camera della signora Clayton, che, in preda al panico, colpisce il marito con un fermacarte e lo tramortisce. Neutralizzato il marito, Elsie consiglia al signor Waring di tornare nella sua stanza immediatamente per evitare di essere coinvolto nella faccenda. Poco dopo, però, la signora Rice avvisa il signor Waring che Philip è morto. Subito Harold inizia a preoccuparsi per le conseguenze dell’avvenimento e teme che la sua carriera politica possa essere compromessa. La signora Rice propone però di corrompere la polizia locale affinché il fatto passi come un semplice incidente e il signor Waring accetta. Poiché le due donne non hanno denaro sufficiente per attuare lo stratagemma, l’uomo si propone di telegrafare per farsi dare il denaro necessario.

Il giorno dopo il signor Waring, vede la polizia, chiamata dalla signora Rice, arrivare all’hotel ed entrare nella stanza della ragazza. Quando, infine, le autorità lasciano il posto, la signora Rice annuncia la buona riuscita del piano. In giornata, tuttavia, le due donne polacche fermano la signora Rice per conversare con lei. Il signor Waring assiste alla scena e dopo che le due signore se ne sono andate domanda all’amica cosa le abbiano detto. La signora Rice, preoccupata, riferisce che le due sono al corrente di quanto accaduto e che hanno intenzione di ricattarla per tenere il segreto. Per salvare le sue nuove conoscenti, il signor Waring propone nuovamente di telegrafare per ricevere altro denaro. Sempre in giornata, però, arriva in Hertzslovakia anche Hercule Poirot, al quale il signor Waring racconta tutta la vicenda. Poirot, dunque, decide di accettare il caso e poco tempo dopo informa il signor Waring che le due malfattrici sono state arrestate. Lo stupore del signor Waring sta però nello scoprire che in realtà le due criminali non sono le due donne polacche, ma bensì la signora Rice e la figlia. La signora Rice, infatti, travestita da uomo, aveva finto di simulare il litigio con Elsie. Dicendo, poi, che il signor Clayton era morto, aveva convinto il signor Waring a darle i soldi che sarebbero stati necessari per corrompere la polizia. In realtà, però, i poliziotti venuti il giorno successivo erano stati chiamati soltanto per una qualche banalità, come la perdita di un qualche oggetto, e le due donne avevano intascato i soldi. Infine, sfruttando l’avversione che il signor Waring provava nei confronti delle due polacche, la signora Rice aveva inventato anche la storia del ricatto, per sottrargli altro denaro. Poirot, accortosi della vera situazione, come il suo mitico omonimo, che aveva spaventato gli uccelli stinfali con delle nacchere di bronzo, aveva usato i tasti metallici del telegrafo per segnalare alla polizia il raggiro.

 

Gli uccelli stinfali

 

Harold Waring le notò la prima volta mentre percorrevano il sentiero che saliva dal lago. Lui era seduto fuori dall’albergo, sulla terrazza. La giornata era bella, il lago azzurro, e splendeva il sole. Harold stava fumando la pipa e provava la sensazione che il mondo intero fosse dopotutto un posto gradevole.

   La sua carriera politica stava progredendo in modo soddisfacente. Essere sottosegretario a trent’anni era un successo di cui poteva andare giustamente orgoglioso. Gli avevano riferito che il primo ministro aveva detto di lui: “Il giovane Waring farà strada”. Harold ne era rimasto, com’è comprensibile, esaltato. La vita gli si presentava sotto gli auspici più rosei. Era giovane, di bell’aspetto, in ottime condizioni e completamente libero da legami sentimentali.

   Aveva deciso di concedersi una vacanza in Herzoslovakia per uscire dalle solite strade battute e prendersi un vero riposo da tutto e da tutti. L’albergo sul lago Stempka, per quanto piccolo, era comodo e non troppo affollato. Le poche persone che vi alloggiavano erano in gran parte forestieri. Fino a quel giorno gli unici altri inglesi erano una donna anziana, la signora Rice, e sua figlia, sposata – la signora Clayton. A Harold erano simpatiche entrambe. Elsie Clayton era graziosa, anche se un po’ all’antica. Si truccava pochissimo, o forse per niente, era gentile e piuttosto timida. La signora Rice era quella che si dice “una donna di carattere”. Era alta, con una voce profonda e modi autoritari; però aveva il senso dell’umorismo ed era una simpatica compagnia. Era evidente che viveva in funzione della figlia.

   Harold aveva passato parecchie ore piacevoli in compagnia di madre e figlia, però le due donne non avevano fatto il minimo tentativo di monopolizzarlo e i rapporti tra loro erano rimasti amichevoli senza diventare impegnativi.

   Gli altri ospiti dell’albergo non avevano suscitato l’interesse di Harold. Di solito si trattava di escursionisti o di gruppi turistici che arrivavano in pullman, si fermavano una notte o due e ripartivano. Non aveva quasi notato nessun altro… fino a quel pomeriggio. Loro venivano su dal lago percorrendo il sentiero molto lentamente e, per un caso, nello stesso momento in cui richiamarono l’attenzione di Harold, una nuvola passò sopra il sole nascondendolo. Il giovanotto si sentì cogliere da un leggero brivido. Poi le fissò con attenzione: non c’era qualcosa di singolarmente curioso in quelle due donne? Avevano il naso lungo a becco, come uccelli, e le loro facce, molto simili, possedevano una strana fissità. Portavano sulle spalle lunghi mantelli sciolti che si gonfiavano al vento, allargandosi come le ali di due grandi volatili. Harold pensò tra sé: “Sono simili a uccelli…”. E aggiunse quasi inconsciamente: “Uccelli del malaugurio”.

   Le due donne salirono direttamente sulla terrazza e gli passarono vicino. Non erano giovani – più vicine ai cinquanta che ai quarant’anni – e si somigliavano al punto che non si poteva evitare di prenderle per sorelle. La loro espressione era severa. Quando passaronoaccanto a Harold gli occhi di tutte e due si soffermarono su di lui per un minuto. Uno sguardo incuriosito, che lo misurava, quasi inumano.

   L’impressione di malessere che Harold provava aumentò. Diede un’occhiata attenta alla mano di una delle due sorelle, lunga e simile a un artiglio… Per quanto il sole fosse tornato a splendere, rabbrividì di nuovo e pensò: “Che creature orribili. Ricordano due uccelli da preda…”.

   A distrarlo da quelle fantasie fu la signora Rice, che usciva in quel momento dall’albergo. Harold scattò in piedi e le andò a prendere una sedia. La signora si sedette con qualche parola di ringraziamento e, come al solito, cominciò a sferruzzare vigorosamente.

   «Avete visto quelle due donne che sono appena entrate in albergo?» chiese Harold.

   «Con un mantello addosso? Sì, mi sono passate vicino.»

   «Creature singolari, non vi sembra?»

   «Sì, sono abbastanza curiose. Arrivate appena ieri, credo. Si somigliano molto… magari sono gemelle.»

   Harold disse: «Può darsi che io abbia una fantasia troppo accesa, eppure ho avuto la netta sensazione che quelle donne emanassero un fluido sinistro, cattivo».

   «Curioso! Bisogna che le osservi meglio e vi saprò dire se sono d’accordo con voi!» Poi aggiunse: «Potremmo sapere dal concierge chi sono. Inglesi non direi…».

   «Oh, no.»

   La signora Rice lanciò uno sguardo all’orologio da polso e disse: «È l’ora del tè. Vi dispiacerebbe andare a suonare il campanello, signor Waring?».

   «Niente affatto, signora Rice.»

   Fece quello che gli era stato chiesto e poi, mentre riprendeva il suo posto, domandò: «Dov’è vostra figlia questo pomeriggio?».

   «Elsie? Siamo andate insieme a fare una passeggiata. Per un po’ abbiamo costeggiato il lago, poi siamo tornate dalla pineta. È stato proprio un giro incantevole!»

   Un cameriere uscì e prese le ordinazioni per il tè. La signora Rice proseguì, mentre i suoi ferri da calza si muovevano con vigore: «Elsie ha ricevuto una lettera da suo marito. Forse non scenderà per il tè».

   «Suo marito?» Harold rimase sorpreso. «Sapete che avevo sempre pensato che fosse vedova?»

   La signora Rice gli lanciò un’occhiata scrutatrice. Disse asciutta: «Oh, no. Elsie non è vedova». Poi aggiunse con enfasi: «Sfortunatamente!».

   Harold trasalì. La signora Rice annuì e, con aria cupa, continuò: «L’alcol è responsabile di molta infelicità, signor Waring».

   «Beve?»

   «Sì. E ha un pessimo carattere. È morbosamente geloso ed è così violento!» Sospirò. «Il nostro è un mondo difficile, signor Waring. Io vivo per Elsie, è la mia unica figlia… e mi è così difficile sopportare la pena di saperla tanto infelice!»

   Harold rispose, sinceramente commosso: «È una creatura così dolce».

   «Un po’ troppo, forse.»

   «Volete dire…»

   La signora Rice disse lentamente: «Una creatura felice è più arrogante. La dolcezza di Elsie proviene, forse, da un senso di sconfitta. La sua è stata una vita troppo difficile!».

  Harold chiese con un po’ di esitazione: «Come… come mai ha sposato quell’uomo?».

   La signora Rice rispose: «Philip Clayton era un giovane parecchio attraente. Aveva… e ha ancora… un grande fascino, un discreto patrimonio… e niente e nessuno ci avevano fatto sospettare quale fosse il suo vero carattere. Io ero vedova da molti anni. Due donne che vivono sole non sono le persone più adatte a giudicare il carattere di un uomo».

   Harold mormorò pensieroso: «Certo, è vero».

   Si sentì travolgere da un’ondata di indignazione e di compassione. Elsie Clayton poteva avere, al massimo, venticinque anni. Gli tornarono in mente la limpida espressione amichevole dei suoi occhi azzurri, la piega morbida delle labbra. Si accorse, di colpo, che il suo interesse per lei andava un po’ oltre la pura e semplice amicizia. E lei era legata a un bruto…

  Quella sera Harold raggiunse madre e figlia dopo cena. Elsie Clayton portava un abito dalla linea morbida, di un rosa pallido. Lui notò che aveva gli occhi rossi. Doveva aver pianto.

   La signora Rice disse in tono vivace: «Ho scoperto chi sono le vostre due arpie, signor Waring. Due signore polacche… di ottima famiglia, dice il concierge». Harold puntò lo sguardo verso l’estremità opposta della sala, dov’erano sedute le due dame polacche. Elsie chiese con aria piena di interesse: «Quelle due donne là in fondo? Con i capelli tinti con l’henné? Certo che hanno un aspetto… come dire?… orribile… ma non saprei spiegare il perché».

   Harold esclamò trionfante: «Proprio ciò che pensavo anch’io».La signora Rice disse, con una risata: «Secondo me siete assurdi, tutti e due. Non si può dire come sono fatte le persone solo guardandole!».

   Elsie scoppiò a ridere e disse: «Suppongo che non sia possibile. Nonostante ciò, io trovo che sembrino due avvoltoi».

   «Che strappano gli occhi ai morti!» aggiunse Harold.

   «Oh, no!» gridò Elsie.

   Harold si affrettò a scusarsi: «Mi spiace».

   La signora Rice disse con un sorriso: «Comunque ci sono poche probabilità di incontrarle sulla nostra strada!».

   Elsie disse: «Non abbiamo nessun segreto colpevole, noi!».

  «Può darsi che sia il signor Waring ad averlo» disse la signora Rice, ammiccando.

   Harold rise, buttando indietro la testa. E disse: «Neanche il più piccolo segreto. La mia vita è un libro aperto». E gli balenò un pensiero nella mente: “Che stupide le persone che lasciano la retta via! Una coscienza pulita, ecco cosa occorre nella vita. Con quella puoi affrontare il mondo intero e dire di andare al diavolo a chiunque prova a cacciare il naso nei fatti tuoi!”.

   All’improvviso si sentì pieno di vita… fortissimo… completamente arbitro del proprio destino!

   Harold Waring, come molti altri inglesi, non aveva la minima predisposizione per le lingue straniere. Il suo francese era incerto e con un accento chiaramente britannico. Quanto al tedesco e all’italiano, ignorava sia l’una che l’altra lingua.

   Fino a quel momento, quegli svantaggi linguistici non gli avevano dato nessuna preoccupazione. In quasi ogni albergo d’Europa in cui era stato aveva scoperto che tutti parlavano l’inglese; e allora perché angustiarsi?

   Ma in quella località sperduta e fuori dal mondo, dove l’idioma locale era una specie di slovacco e perfino il conciergeparlava solo il tedesco, qualche volta Harold sentiva un po’ di amaro in bocca quando una delle due signore sue amiche gli faceva da interprete. La signora Rice, alla quale piacevano le lingue straniere, era perfino in grado di parlare un po’ di slovacco.

   Harold prese la decisione di mettersi a imparare il tedesco. Non solo, ma di comprare addirittura qualchelibro di testo e di trascorrere un paio d’ore ogni mattina ad apprendere quella lingua. La mattinata era bella e, dopo aver scritto qualche lettera, Harold guardò l’orologio da polso e si accorse che c’era ancora il tempo per fare una passeggiatina prima di pranzo. Scese verso il lago e poi entrò nella pineta. Stava camminando da cinque minuti, forse, non di più, quando gli giunse alle orecchie un suono inconfondibile. Lì nelle vicinanze, non molto distante, doveva esserci una donna che singhiozzava disperatamente.

   Harold si fermò per un minuto, poi si avviò in direzione di quel suono. La donna era Elsie Clayton, seduta su un tronco abbattuto con il viso nascosto fra le mani e le spalle squassate dalla violenza del dolore che la affliggeva.

   Harold esitò un attimo, poi le si avvicinò. Disse con gentilezza: «Signora Clayton… Elsie?».

   Questa sussultò e sollevò gli occhi verso di lui. Harold si mise a sedere vicino a lei, poi disse, con un tono pieno della più profonda simpatia e comprensione: «Posso fare qualcosa per esservi utile? Qualsiasi cosa?».

   Lei scosse la testa.

   «No… no… siete molto gentile. Ma nessuno può fare niente per me.»

   Harold chiese con una certa accortezza: «Si tratta di… vostro marito?».

   Lei annuì. Si asciugò gli occhi, tirò fuori il portacipria e lottò per riprendere l’autocontrollo. Disse con voce tremante: «Non volevo che la mamma si preoccupasse. È così agitata quando mi vede infelice. Così sono venuta qui nella pineta a sfogarmi con un bel pianto. È stupido, lo so. Piangere non serve. Ma… qualche volta… insomma, si ha l’impressione che la vita sia insopportabile».

   Harold disse: «Mi dispiace moltissimo».

   Lei gli lanciò un’occhiata colma di gratitudine e poi si affrettò a soggiungere: «È tutta colpa mia, naturalmente. Ho sposato Philip di mia spontanea volontà. Le cose… le cose sono andate male, non posso prendermela con nessuno, ma solo con me stessa».

   Harold disse: «Siete molto coraggiosa a parlarmene con tanta consapevolezza».

   Elsie scosse la testa.

   «No, non lo sono. Non ho nessun coraggio, io. Sono una terribile vigliacca. In parte i miei guai con Philip nascono da questo. Mi terrorizza… quando si abbandona a uno dei suoi scatti di collera.»

   Harold disse commosso: «Dovreste lasciarlo!».

   «Non oso. Lui… lui non me lo permetterebbe.»

   «Figuriamoci! E non pensate al divorzio?»

   Lei scosse lentamente la testa.

   «Non ne ho gli elementi!» Raddrizzò le spalle. «No, devo tirare avanti. Passo parecchio tempo con la mamma, sapete. A Philip non importa. Specialmente quando andiamo in qualche posto quieto e isolato come questo.» Poi aggiunse, colorandosi lievemente in volto: «Vedete, una parte dei nostri guai nasce dal fatto che è gelosissimo. Se… se faccio appena il gesto di parlare con un altro uomo, sono scenate orribili».

   L’indignazione di Harold crebbe. Aveva sentito molte donne lamentarsi della gelosia del marito, e pur avendo manifestato la sua comprensione, nel suo intimo erasempre rimasto dell’opinione che il marito dovesse avere ampi motivi che lo giustificavano. Ma Elsie Clayton non era una di quelle donne. Non gli aveva mai lanciato neanche un’occhiata un po’ invitante. Elsie si staccò da lui con un leggero brivido e sollevò lo sguardo verso il cielo.

   «Il sole se n’è andato. È diventato proprio freddo. Faremmo meglio a rientrare all’albergo. Dev’essere quasi l’ora di pranzo.»

   Si alzarono e presero la direzione dell’albergo. Camminavano forse da un minuto quando raggiunsero una figura che andava nella loro stessa direzione. La riconobbero dall’ampio mantello svolazzante che indossava. Era una delle sorelle polacche. Mentre la oltrepassavano, Harold abbozzò un inchino. La donna non rispose, però i suoi occhi si soffermarono sulla coppia e furono percorsi da un’espressione vagamente sospettosa, che fece avvampare di collera Harold. Si domandò se la donna lo aveva visto seduto vicino a Elsie su quel tronco. In tal caso, probabilmente pensava…

   A guardarla si sarebbe proprio detto che lo pensasse… Un’ondata di indignazione lo travolse! Che mentalità intrigante e pettegola avevano certe donne!

   Strano che il sole se ne fosse andato e che avessero rabbrividito tutti e due… chissà, forse era proprio successo nel medesimo momento in cui quella donna li stava osservando…

   Senza capirne bene la ragione, Harold fu pervaso dall’inquietudine.

  Quella sera Harold si ritirò nella sua camera poco dopo le dieci. La posta era arrivata e aveva ricevuto un discreto numero di lettere dalla Gran Bretagna: qualcuna richiedeva una risposta immediata.

   Si infilò pigiama e vestaglia e sedette alla scrivania per sbrigare la corrispondenza. Aveva scritto tre lettere e stava cominciando la quarta quando la porta si spalancò di colpo ed Elsie Clayton entrò vacillando nella camera.

   Harold balzò in piedi, sbalordito. Elsie aveva richiuso la porta dietro di sé e ora si era fermata vicino al cassettone a cui si stava aggrappando. Il respiro le usciva a singulti dalla bocca e aveva il volto pallido come la cera. Sembrava spaventata a morte.

   Mormorò ansimante, con la voce rotta: «È mio marito! È arrivato senza avvertire. Credo… credo che mi ucciderà. È pazzo… completamente pazzo. Sono venuta da voi. Fate… fate in modo che non mi trovi».

   Mosse uno o due passi in avanti, vacillando al punto di dare l’impressione che stesse per cadere. Harold allungò un braccio per sorreggerla. Mentre eseguiva quel gesto, la porta si spalancò e sulla soglia apparve un uomo. Era di media statura, con folte sopracciglia e capelli scuri, lisci. Stringeva in mano una grossa chiave inglese. La sua voce si levò acuta, fremente di rabbia. Si era messo quasi a gridare: «Dunque quella polacca aveva ragione! Te la intendi con questo bel tipo, eh?».

   Elsie gridò: «No, no, Philip. Non è vero. Ti sbagli!». Harold respinse la ragazza dietro alle sue spalle mentre Philip Clayton avanzava minaccioso verso di loro, gridando: «Sbagliarmi? Io? E ti trovo nella sua camera? Sei un demonio, ti ucciderò».

   Con un rapido movimento laterale, scansò il braccio di Harold. Elsie, gridando, si spostò dall’altra parte mentre Harold si girò con prontezza per parare l’attacco.

   Ma Philip Clayton aveva un solo desiderio in mente: agguantare la moglie. Si voltò di scatto su se stesso, di nuovo. Elsie, terrorizzata, si precipitò fuori dalla camera. Philip Clayton la rincorse e Harold, senza un attimo di esitazione, lo seguì.

   Elsie era rientrata come una freccia nella sua camera, che si trovava in fondo al corridoio. Harold sentì il rumore della chiave che tentava di girare nella toppa, ma troppo tardi. Prima che ci riuscisse Philip Clayton aveva agguantato la maniglia, spalancando la porta, ed era sparito nella stanza. Harold udì un urlo terrorizzato di Elsie. Senza aspettare un attimo, anche Harold si precipitò dentro.

   Elsie, che non poteva più sfuggirgli, si trovava contro le tende della finestra e, mentre Harold entrava, Philip Clayton la aggredì, brandendo la chiave inglese. Lei proruppe in un urlo di terrore. Poi, afferrato un massiccio fermacarte dalla scrivania che aveva vicino, glielo scaraventò addosso.

   Clayton crollò di schianto. Elsie si mise a gridare. Harold rimase impietrito nel vano della porta. La ragazza si lasciò cadere in ginocchio accanto al maritoimmobile sul pavimento, dov’era caduto.

  Fuori, nel corridoio, si sentì scattare la serratura di un’altra porta. Elsie guizzò in piedi e si precipitò verso Harold.

   «Vi prego… per piacere…» Aveva la voce bassa, ansante. «Tornate in camera vostra. Verranno… e vi troveranno qui.»

   Harold fece segno che aveva capito la situazione in un lampo. Per il momento Philip Clayton era fuori combattimento. Però non c’era da escludere che qualcuno avesse sentito l’urlo di Elsie. Se lui, Harold, fosse stato visto nella camera della donna, si sarebbe trovato in una situazione imbarazzante. Potevano nascere molti equivoci. Per il bene di tutti e due, non dovevano scoppiare scandali.

   Cercando di fare il minimo rumore possibile, percorse rapido il corridoio e rientrò nella sua camera. L’aveva appena raggiunta quando udì una porta che si apriva.

   Restò seduto nella sua camera una buona mezz’ora ad aspettare. Non osava uscire. Presto o tardi, ne era sicuro, Elsie sarebbe arrivata.

   Sentì bussare piano alla porta. Balzò in piedi e corse ad aprire.

    Ma non fu Elsie a entrare. Era la signora Rice, e Harold rimase sconvolto nel vedere com’era ridotta. Sembrava invecchiata all’improvviso. Aveva i capelli grigi spettinati e il volto segnato da occhiaie profonde.

   Si affrettò a offrirle una sedia. Lei vi si lasciò cadere con il fiato corto. Harold esclamò: «Sembrate agitata, signora Rice. Posso offrirvi qualcosa?».

  Lei scosse la testa.

   «No. Non pensate a me. Sto bene, credetemi. È solo lo shock. Signor Waring, è accaduta una cosa terribile.»

   Harold chiese: «Clayton è ferito seriamente?».

   Lei restò con il fiato sospeso.

   «Peggio. È morto…»

 

   La stanza gli vorticò intorno. Gli sembrò che una doccia di acqua ghiacciata gli scorresse lungo la spina dorsale. Per alcuni attimi non fu in grado di pronunciare nemmeno una parola, poi ripeté con voce spenta: «Morto?».

   La signora Rice annuì e, con una voce che aveva il tono affranto di chi è completamente esausto, disse: «L’angolo del fermacarte di marmo l’ha preso in pieno alla tempia e, cadendo indietro, ha urtato con la testa contro il parafuoco di metallo. Non so che cosa lo abbia ucciso… di certo è morto. Ho visto la morte abbastanza spesso per saperlo».

   Un disastro… ecco la parola che suonava insistentemente nel cervello di Harold. “Disastro”, “disastro”, “disastro”…

   Disse con veemenza: «È stata una disgrazia… c’ero, e ho visto…».

   La signora Rice ribatté secca: «Naturale che è stata una disgrazia. Questo lo so anch’io! Ma… ma sarà quello che penseranno anche gli altri? Io… detto in tutta franchezza, sono spaventata, Harold… questa non è la Gran Bretagna…».

  Harold affermò lentamente: «Posso confermare la versione dei fatti di Elsie».

   La signora Rice rispose: «Certo, ed Elsie può confermare la vostra. Ma… ma è tutto qui!».

   Il cervello di Harold, perspicace e cauto per natura, comprese benissimo il suo punto di vista. Ripassò mentalmente la sequenza degli avvenimenti e constatò in pieno la fragilità della loro posizione.

   Lui ed Elsie avevano trascorso parecchio tempo in reciproca compagnia. Poi c’era il fatto che erano stati visti insieme nella pineta da una delle due polacche in circostanze abbastanza compromettenti. Le signore polacche, a quanto pareva, non parlavano l’inglese, però era possibile che lo capissero – almeno un po’. La donna, forse, poteva conoscere il significato di parole come “gelosia” e “marito” se, per un caso, aveva udito senza essere vista la loro conversazione. Comunque, era evidente che a suscitare la gelosia di Clayton doveva essere stato qualcosa che lei gli aveva raccontato. E adesso… la sua morte. Quando Clayton era morto, lui, Harold, si trovava nella camera da letto di Elsie Clayton. Niente stava a dimostrare che non aveva assalito deliberatamente Philip Clayton con quel fermacarte. E niente dimostrava che il marito geloso, in realtà, non li aveva affatto trovati insieme. C’erano solo la sua parola e quella di Elsie. Sarebbe stato sufficiente?

   Una paura agghiacciante lo attanagliò. Non immaginava – no, non riusciva affatto a immaginare – che lui o Elsie potessero correre il rischio di vedersi condannare a morte per un delitto che non avevano commesso. Certo, in qualsiasi caso, potevano essere accusati soltanto di omicidio colposo. (Esisteva l’omicidio colposo in quei paesi stranieri?) Ma, anche se fossero stati prosciolti dall’accusa, ci sarebbe sempre stata un’inchiesta – e tutti i giornali ne avrebbero parlato. Un uomo e una donna inglesi incriminati – marito geloso – promettente uomo politico. Sì, significava la fine della sua carriera politica. Non sarebbe mai sopravvissuto a uno scandalo del genere.

   Impulsivamente disse: «Non possiamo far sparire il cadavere in qualche modo? Nasconderlo in qualche posto?». L’occhiata stupita e sprezzante della signora Rice lo fece arrossire. La donna disse in tono incisivo: «Mio caro Harold, questo non è un romanzo poliziesco! Sarebbe una pura follia tentare qualcosa di simile».

   «Suppongo di sì.» Gli sfuggì un gemito. «Cosa possiamo fare? Mio Dio, cosa possiamo fare?»

   La signora Rice scosse la testa, disperata. Poi aggrottò le sopracciglia mentre il suo cervello si metteva faticosamente a lavorare. Harold chiese: «Non si può fare proprio niente? Niente, per evitare questa terribile sciagura?».

   Ecco, l’aveva detto… era una sciagura! Terribile… imprevista… schiacciante.

   Si fissarono. La Rice disse con voce roca: «Elsie… la mia bambina. Farei qualsiasi cosa… Morirà, se sarà costretta ad attraversare un’esperienza simile». E aggiunse: «Anche voi, la vostra carriera… tutto…». Harold riuscì a balbettare: «Non badate a me». Ma non era proprio quello che pensava.

  La signora Rice continuò con amarezza: «È tutto così sbagliato… così falso dal principio alla fine! Non c’è stato veramente qualcosa fra voi. Posso ben dirlo, io!».

   Harold, aggrappandosi a quella pagliuzza, suggerì: «Perlomeno potrete dichiararlo… che tutto è stato sempre molto corretto».

   La signora Rice disse, amara: «Sì, se mi crederanno. Ma lo sapete anche voi com’è questa gente!».

   Harold dovette ammetterlo tristemente. Nessuno sul continente avrebbe mai creduto che non ci fosse una relazione colpevole fra lui ed Elsie, e tutto ciò che avrebbe detto la signora Rice avrebbe ottenuto solo lo scopo di farla giudicare una madre che mentiva spudoratamente per amore della figlia.

   Harold disse cupo: «Sì, non siamo in Gran Bretagna…».

   «Ah!» La signora Rice alzò la testa.

   «Questo è vero… Non è la Gran Bretagna. Mi chiedo, però, se non si potrebbe fare qualcosa…»

   «Sì?» Harold la guardò con interesse.

   La signora Rice disse brusca: «Quanto denaro avete con voi?».

   «Non molto.» E aggiunse: «Potrei telegrafare per farmelo mandare, naturalmente».

   La signora Rice disse con aria tetra: «Forse ce ne vorrà parecchio. Però penso che ne valga la pena».

   Harold si sentì risalire un po’ dal fondo di quell’abisso di disperazione. «Cosa pensate di fare?» disse.

   La signora Rice parlò con tono deciso: «Noi, in privato, non abbiamo la minima possibilità di nascondere lamorte di Philip però credo che sia possibile mettere a tacere l’accadutoufficialmente!».

   «Lo credete davvero?» Harold era speranzoso ma un po’ incredulo.

   «Sì, tanto per cominciare il direttore dell’albergo si metterà dalla nostra parte. Preferirà far passare sotto silenzio quello che è successo. Secondo me, in questi strani piccoli paesi balcanici dev’essere facile corrompere chiunque… e con ogni probabilità i poliziotti sono più corrotti di tutti gli altri!»

   Harold disse lentamente: «Non so. Credo che abbiate ragione».

   La signora Rice proseguì: «Per fortuna credo che in albergo nessuno abbia sentito nulla».

   «Chi occupa la camera vicina a quella di Elsie, dalla parte opposta della vostra?»

   «Le due signore polacche. Non hanno sentito niente. Sarebbero uscite in corridoio, in caso contrario. Philip è arrivato tardi, lo ha visto soltanto il portiere di notte. Lo sapete, Harold? Credo che sia possibile mettere a tacere tutta questa storia… e ottenere per Philip un certificato di morte dovuta a cause naturali! È solo questione di comprare il silenzio di chi sta abbastanza in alto… magari il capo della polizia!»

   Harold sorrise lievemente e disse: «Un po’ come in un’operetta, vero? Non so, ma penso che, dopotutto, non ci resti che provare».

   La signora Rice tornò a essere la persona energica di sempre. Fu convocato il direttore. Harold rimase nellasua camera e si tenne alla larga da tutto. Aveva concordato con la signora Rice che la storia più convincente da raccontare fosse quella di un litigio fra marito e moglie. La giovinezza e la grazia di Elsie avrebbero ottenuto maggiore comprensione e simpatia.

   La mattina dopo arrivarono vari funzionari di polizia, che furono mandati di sopra, nella camera della signora Rice. Se ne andarono a mezzogiorno. Harold aveva telegrafato per chiedere il denaro ma, all’infuori di questo, non aveva preso parte alle trattative – e, del resto, non gli sarebbe stato comunque possibile perché nessuna di quelle autorità parlava l’inglese.

   A mezzogiorno la signora Rice si presentò nella sua camera. Aveva un’aria pallida e stanca, ma bastava il sollievo che le si leggeva in faccia a raccontare com’erano andate le cose. Disse semplicemente: «Ha funzionato!».

   «Oh, grazie a Dio! Siete stata davvero magnifica! Sembra incredibile!»

   La signora Rice disse con aria meditabonda: «È andato tutto così liscio che viene quasi da pensare che sia la prassi normale in queste cose. Si può dire che hanno allungato subito la mano, praticamente. È piuttosto disgustoso, a dire la verità!».

   Harold osservò asciutto: «Non mi pare questo il momento di discutere sulla corruzione dei servizi pubblici. Quanto?»

   «La tariffa è piuttosto alta.»

   E gli lesse un elenco di persone:

  Il capo della polizia

      Il commissario

      L’agente

      Il dottore

      Il direttore dell’albergo

      Il portiere di notte

 

   Harold si limitò semplicemente a commentare: «Il portiere di notte non vorrà molto, vero? Suppongo che si tratti, più che altro, di una mancia un po’ grossa».

   La signora Rice spiegò: «Il direttore ha posto la condizione che la morte non dovesse assolutamente risultare avvenuta nel suo albergo. La versione ufficiale sarà quella che Philip ha avuto un attacco di cuore in treno. È uscito in corridoio per prendere un po’ d’aria… sapete anche voi come capita spesso che vengano lasciati gli sportelli aperti… ed è caduto sui binari. Incredibile quello che può fare la polizia, se ci mette un po’ di buona volontà!».

   «Bene» disse Harold. «Grazie a Dio la nostrapolizia non è affatto così!» E se ne andò a pranzo, sentendosi di un umore quanto mai britannico, e superiore.

  

   Di solito, dopo il pranzo, Harold raggiungeva la signora Rice e la figlia per il caffè. Decise che era meglio non modificare le sue abitudini.

   Era la prima volta che vedeva Elsie dalla sera precedente. La giovane signora appariva molto pallida ed evidentemente era ancora sotto shock, tentava però di comportarsi come al solito, dicendo le consuete banalità sul tempo e sul panorama. Commentarono l’arrivo dell’ospite appena giunto all’albergo cercando di scoprire di che nazionalità fosse.

   Harold era convinto che un paio di baffi come quelli non potessero che essere francesi… Elsie era sicura che fosse tedesco, e la signora Rice lo giudicava spagnolo.

   Sulla terrazza c’erano soltanto loro, oltre alle signore polacche, che sedevano all’estremità più lontana e lavoravano entrambe all’uncinetto.

   Come sempre quando le vedeva, Harold provò un leggero brivido di apprensione. L’espressione fissa, quei nasi adunchi, quelle lunghe mani che parevano artigli… Un fattorino dell’albergo si avvicinò e disse alla signora Rice che qualcuno chiedeva di lei. La signora si alzò e lo seguì. All’entrata dell’albergo, gli altri videro che si incontrava con un funzionario di polizia in alta uniforme.

   Elsie restò col fiato sospeso.

   «Non pensate… che sia andato male qualcosa?»

   Harold si affrettò a rassicurarla. «No, no, niente del genere.» Ma provò anche lui un attimo di terrore. Poi disse: «Vostra madre è stata magnifica!».

   «Lo so. La mamma è una gran lottatrice. Non si lascia abbattere dalla sconfitta.» Elsie rabbrividì. «Ma è tutto così orribile, non vi pare?»

   «Su, su, non dovete continuare a pensarci. Ormai è passato, finito.»

   Elsie disse a voce bassa: «Non riesco a dimenticarlo… che sono stata ioa ucciderlo».

   Harold rispose con un sussurro concitato: «Cercate didimenticare! È stata una disgrazia. Lo sapete benissimo!».

   Il viso di Elsie si rasserenò un po’. Harold aggiunse: «E poi, a ogni modo, ormai è finita. Quello che è stato, è stato. Non pensateci più».

   La signora Rice tornò. Dall’espressione sul suo volto videro che tutto andava per il meglio. «Mi ha fatto prendere uno spavento!» disse quasi allegramente. «Ma era solo una formalità per certi documenti. Tutto bene, ragazzi miei. Siamo fuori dai guai. Forse sull’onda dell’entusiasmo potremmo anche concederci un liquorino.»

   Il liquorino venne ordinato e arrivò. Levarono i bicchieri. La signora Rice disse: «Al futuro!».

   Harold sorrise a Elsie e disse: «Alla vostra felicità!». Lei ricambiò il sorriso e disse, sollevando il bicchierino: «E a voi… al vostro successo! Sono sicura che diventerete un uomo importante».

   Dopo lo spavento provato, la reazione li faceva sentire esagitati, un po’ storditi. La paura si stava allontanando! Tutto andava bene…

   In fondo alla terrazza, le due donne che somigliavano a uccelli rapaci si alzarono, piegarono accuratamente il lavoro e attraversarono la terrazza lastricata di pietra.

   Con un piccolo inchino vennero a sedersi vicino alla signora Rice. Una di loro cominciò a parlare. L’altra posò gli occhi su Elsie e Harold e un lieve sorriso le apparve sulle labbra. Non era un sorriso simpatico, pensò Harold…

  Guardò in direzione della signora Rice. La donna stava ascoltando ciò che diceva la polacca e, anche se non riusciva a capire una parola, la sua espressione era abbastanza eloquente. Vi erano ricomparse l’angoscia e la disperazione. Ascoltava e, di tanto in tanto, diceva qualcosa.

   Poco dopo le due sorelle, dopo un inchino rigido, appena abbozzato, rientrarono in albergo. Harold si sporse verso la signora Rice e chiese con voce roca: «Cosa c’è?».

   La signora Rice gli rispose con il tono sommesso e desolato di chi è senza speranza.

       «Quelle donne hanno intenzione di ricattarci. Hanno sentito tutto ieri sera. E adesso il fatto che abbiamo cercato di mettere a tacere ogni cosa fa apparire l’intera storia sotto una luce mille volte peggiore…»

 

   Harold Waring era giù, vicino al lago. Stava camminando nervosamente da un’ora nel tentativo di calmare con il moto l’angoscia sconvolgente da cui era stato assalito.

   Arrivò, infine, nel punto in cui aveva notato per la prima volta le due sinistre creature che tenevano nelle grinfie malvagie la propria vita e quella di Elsie. A voce alta, disse: «Che Dio le maledica! Quella maledetta coppia di arpie diaboliche! Vampiri, sono!».

   Un colpetto di tosse lo fece voltare di scatto: si trovò di fronte allo sconosciuto dai folti baffi, che era uscito in quel momento dall’ombra degli alberi.

  Harold, lì per lì, non seppe cosa dire. Quell’ometto doveva aver sentito, senza essere visto, ciò che gli era appena uscito dalle labbra.

   Un po’ imbarazzato, Harold disse, anche se la cosa poteva apparire un po’ buffa: «Oh… ehm… buongiorno».

   In un inglese perfetto, l’altro replicò: «Ma temo che per voi non sia una buona giornata, vero?».

   «Be’… io… ecco…» Harold si trovò di nuovo in difficoltà. Il piccolo uomo disse: «Vi trovate in un pasticcio, monsieur? O sbaglio? Posso esservi di aiuto?».

   «Oh, no, grazie, grazie! Stavo soltanto scaricando un po’ i nervi!»

   L’altro disse gentilmente: «Eppure credo che potrei aiutarvi, sapete? Sbaglio o no, se collego i vostri guai alle due signore che poco fa erano sedute sulla terrazza?».

   Harold lo fissò sbalordito.

   «Sapete qualcosa di loro?» E aggiunse: «A proposito, ma voi chi siete?».

   Come se confessasse le sue origini regali, il piccolo uomo disse pieno di modestia: «Sono Hercule Poirot. Perché non venite con me a fare una passeggiata nella pineta? Così potrete raccontarmi la vostra storia? Come vi dicevo, credo di potervi essere d’aiuto».

   Ancora oggi, Harold non riesce a capire cosa lo spinse a raccontare tutto l’accaduto per filo e per segno a un uomo con il quale aveva parlato solo pochi minuti. Forse fu per l’eccessiva tensione ma, a ogni modo, questo avvenne: raccontò tutto a Hercule Poirot.

  Egli ascoltò in silenzio. Un paio di volte annuì gravemente. Quando Harold tacque, l’altro disse con voce sognante: «Gli uccelli stinfali con il becco di ferro, che si nutrono di carne umana e vivono vicino al lago Stinfalio… Sì, tutto combacia…».

   «Vi chiedo scusa» disse Harold fissandolo sbalordito.

   Forse l’ometto era pazzo, pensò!

   Hercule Poirot sorrise: «Sto riflettendo… Ho un mio modo particolare di osservare i fatti, capite? Dunque, torniamo alla vostra faccenda. Siete in una posizione molto spiacevole».

   Harold disse spazientito: «Non c’è bisogno che veniate voi a dirmelo!».

   Hercule Poirot continuò: «Il ricatto è una cosa seria. Queste arpie vi costringeranno a pagare… a pagare… a pagare ancora! Se tenterete di sfidarle, cosa credete che succederà?».

   Harold disse amaramente: «Verrà fuori tutta la storia. La mia carriera sarà rovinata e una disgraziata creatura che non ha mai fatto male a nessuno avrà una vita infernale, e Dio solo sa come andrà a finire!».

   «Di conseguenza,» disse Hercule Poirot «bisogna fare qualcosa!»

   Harold rispose con voce atona: «Cosa?».

   Hercule Poirot si appoggiò indietro, socchiudendo gli occhi. Poi disse (e di nuovo un dubbio sulla sua sanità mentale sfiorò la mente di Harold): «È il momento di ricorrere alle nacchere di bronzo».

   Harold disse: «Siete completamente impazzito?».

   L’altro scosse la testa e rispose: «Mais non! Io cerco soltanto di seguire l’esempio del mio grande predecessore, Ercole. Abbiate qualche ora di pazienza, amico mio. Domani vi avrò liberato da chi vi sta perseguitando».

 

   Il giorno dopo, quando Harold Waring scese dalla sua camera, trovò Hercule Poirot seduto da solo sulla terrazza. Sia pure controvoglia, Harold era rimasto impressionato dalle promesse di Hercule Poirot.

   Gli si avvicinò e domandò ansiosamente: «Quindi?».

   Hercule Poirot gli rivolse un sorriso raggiante.

   «Tutto bene.»

   «Cosa volete dire?»

   «Tutto è stato sistemato in modo soddisfacente.»

   «Ma cos’è successo

   Hercule Poirot rispose con aria sognante: «Mi sono servito delle nacchere di bronzo. Oppure, usando un linguaggio moderno, ho fatto ronzare i fili di metallo… Per farla breve, ho adoperato il telegrafo! I vostri uccelli stinfali, monsieur, sono stati portati dove non potranno esercitare la loro genialità per un certo tempo».

   «Erano ricercate dalla polizia? Sono state arrestate?»

   «Precisamente.»

   Harold trasse un lungo sospiro di sollievo.

   «Che meraviglia! Non ci avevo mai pensato, a questo!»

   Si alzò.

  «Bisogna che vada a cercare la signora Rice per dirglielo.»

  «Lo sanno.»

   «Oh, bene!» Harold tornò a sedersi. «Ditemi soltanto che cosa…»

   Ma si interruppe.

   Sul sentiero che veniva dal lago stavano arrivando due figure con il mantello svolazzante e un profilo da uccello.

   Allora esclamò: «Mi pareva di avervi sentito dire che erano state condotte via!».

   Hercule Poirot seguì il suo sguardo.

   «Oh, quelle signore? Loro sono innocue: si tratta di due dame polacche, di buona famiglia, come vi ha detto il portiere. Forse non avranno un aspetto piacevole, ma è tutto.»

   «Ma non capisco

   «No, non capite! Sono le altresignore, quelle ricercate dalla polizia: quella signora Rice, sempre piena di risorse, e la lacrimosa signora Clayton! Sono loro i due famosi uccelli da preda. Quelle vivono di ricatti, mon cher

   Harold ebbe la sensazione che il mondo intero gli girasse vorticosamente intorno. Disse con voce fievole:

   «Ma l’uomo… l’uomo che è stato ucciso?».

   «Nessuno è stato ucciso! Non c’è stato nessun uomo!»

   «Ma l’ho vistoio.»

   «Oh, no. La signora Rice, alta, con la voce profonda, è molto abile nella personificazione delle figure maschili. È stata lei a recitare la parte del marito senza la parrucca grigia e convenientemente truccata per quella parte.»

   Poirot si sporse in avanti e batté un colpetto sul ginocchio di Harold.

  «Non dovete essere così credulone nella vita, amico mio. Non è facile corrompere con il denaro la polizia di un Paese… e, probabilmente, questa non è stata affatto corrotta… ma diventa impossibile quando c’è di mezzo un delitto! Quelle donne hanno sfruttato la scarsa conoscenza delle lingue straniere del tipico turista inglese. Visto che parla francese e tedesco, è sempre questa signora Rice a intervistare il direttore e a prendere in mano la situazione. La polizia arriva e va nella suacamera, sì! Ma cosa succede lì dentro, in realtà? Voinon lo sapete. Magari lei racconta di aver smarrito una spilla o qualcosa del genere. Una scusa per fare in modo che la polizia venga, così voi potete vederla. Per il resto, cosa accade effettivamente? Voi telegrafate chiedendo i soldi, un bel po’ di soldi, e li consegnate alla signora Rice, che è incaricata di tutte le trattative! Ecco! Però quegli uccelli da preda sono avidi. Hanno scoperto che sentite un’irragionevole avversione per quelle due sfortunate signore polacche. Le signore in questione vengono e sostengono una conversazione perfettamente innocente con la signora Rice e questa non sa resistere alla tentazione di ripetere il giochetto. Sa che non potete capire quello che viene detto.

   «Così voi sarete costretto a telegrafare chiedendo altri soldi e la signora Rice fingerà di darli alle due polacche.»

   Harold sospirò profondamente. E disse: «Ed Elsie… Elsie?». Hercule Poirot distolse gli occhi.

   «Ha recitato molto bene la sua parte. Fa sempre così. Un’abilissima, piccola attrice. Tutto è così puro… così innocente. Non fa leva sul sesso, ma sul sentimento cavalleresco» rispose Hercule Poirot. Poi aggiunse, con aria sognante: «E questo ha sempre successo con un inglese».

   Harold Waring trasse un lungo sospiro e disse asciutto: «Voglio mettermi a imparare tutte le lingue europee che esistono! Nessuno potrà prendermi in giro una seconda volta!».

 

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