Tra narrazione simbolica e limiti della potenza: quando la realtà impone una tregua.

«Gli Usa si arrendono all’Iran e alla realtà»
Dallo stretto di Hormuz al confronto con Teheran, il conflitto rivela le crepe della strategia occidentale e riporta al centro la forza dei rapporti di potenza reali.
Il Simplicissimus
La richiesta di tregua da parte degli Stati Uniti segna un passaggio politico e simbolico rilevante nel confronto con l’Iran: non soltanto l’arresto delle operazioni militari, ma l’emergere di un limite strategico difficilmente occultabile. Il mancato controllo dello stretto di Hormuz, l’assenza di risultati decisivi sul piano operativo e la crescente instabilità regionale hanno trasformato l’iniziativa militare in una prova di realtà. In questo quadro, le condizioni poste da Teheran per l’avvio di negoziati indicano un riequilibrio dei rapporti di forza e aprono interrogativi più ampi sul ruolo americano in Medio Oriente, sulla tenuta delle alleanze e sulla distanza crescente tra racconto mediatico e dinamica effettiva degli eventi. (N.R.)
E alla fine è arrivata la sconfitta. Ma non solo quella, la consapevolezza della sconfitta che nel nostro mondo dominato da azioni e interazioni simboliche, poco aduso alla realtà e alla concretezza delle cose, è forse ancora peggiore. Nonostante i media occidentali si sforzino di far credere il contrario, gli Usa hanno dovuto chiedere una tregua all’Iran perché si sono resi conto di non poter liberare lo stretto di Hormuz. Fallito miseramente il tentativo di impadronirsi di qualche bidone di uranio arricchito iraniano nei pressi di Isfahan, cioè andata in fumo la vittoria simbolica che Trump cercava per sganciarsi dalla guerra, sconfitto l’esercito sionista in Libano, tanto che Hezbollah è persino penetrato in Israele, colpita la grande nave portaelicotteri di classe Tripoli, che avrebbe dovuto essere la spina dorsale di uno sbarco americano nel porto di Chabatar, distrutti solo ieri almeno quattro importanti impianti petroliferi del Golfo, il duo dei folli, Trump e Netanyahu, o meglio i loro collaboratori, si sono decisi a chiedere una tregua di due settimane. L’Iran ha accettato di non compiere rappresaglie missilistiche, solo a condizione che cessino i bombardamenti sul proprio territorio e che, nelle trattative che seguiranno, venga riconosciuto da Washington il ruolo dell’Iran nella regolamentazione del passaggio attraverso lo stretto di Hormuz, il diritto di procedere all’arricchimento dell’uranio per scopi civili, l’abolizione delle sanzioni e un risarcimento dei danni. In ogni caso ecco il decalogo che il governo di Teheran ha diffuso per una pace duratura e che sarà alla base delle trattative:
- Garanzia che l’Iran non verrà più attaccato
2. Fine permanente della guerra, non solo un cessate il fuoco
3. Fine degli attacchi israeliani in Libano
4. Revoca di tutte le sanzioni statunitensi contro l’Iran
5. Fine di tutti i combattimenti regionali contro gli alleati dell’Iran
6. In cambio, l’Iran aprirebbe lo stretto di Hormuz
7. L’Iran imporrebbe una tassa di Hormuz di 2 milioni di dollari per nave
8. L’Iran dividerebbe queste tasse con l’Oman
9. L’Iran fornirebbe regole per il passaggio sicuro attraverso Hormuz
10. L’Iran utilizzerebbe le tasse di Hormuz per la ricostruzione invece che per le riparazioni di guerra.
Sta ora agli americani, agli israeliani e all’Occidente complessivo ragionare su che cosa fare, sempre che ci sia qualcuno in grado di farlo, cosa tutt’altro che scontata.
Persino Bloomberg, il megafono attraverso cui l’élite globalista media i suoi interessi e le sue strategie, scrive che “È probabilmente l’Iran ad aver ottenuto la vittoria strategica più significativa. Tutto lascia presagire un aumento della capacità di Teheran di controllare lo Stretto… La quasi totale chiusura di Hormuz dall’inizio di marzo si è rivelata un’arma asimmetrica eccezionalmente efficace nella lotta dell’Iran contro due delle forze militari più potenti al mondo”. Vabbè lasciamo pure che facciano salire un po’ d’incenso di cui hanno estremo bisogno, anzi è una specie di droga senza la quale vanno in crisi di astinenza. In effetti Trump, il ricco sbruffone abituato a vincere sempre nei suoi affari, non senza l’aiutino della mafia, come narra Alon Ben David, un commentatore militare israeliano, è stato sconvolto dal fatto che l’esibizione di potenza non abbia piegato gli iraniani: decine di navi e centinaia di aerei avrebbero dovuto sortire il solito effetto, la resa oppure il cambio di regime, la rivoluzione colorata. Ma non è accaduto e adesso Trump non sa più che fare a parte delirare ogni giorno perché la stessa capacità di interpretazione del mondo gli è andata in fumo, così come è accaduto per molti europei nel conflitto ucraino.
Ieri era addirittura arrivato a chiedere ai suoi consiglieri se non fosse il caso di usare le armi nucleari e si erano diffuse notizie allarmanti. Poi evidentemente qualcuno gli deve aver fatto cambiare idea, magari sventolandogli il XXV emendamento della costituzione americana che permette il trasferimento del potere al vicepresidente, nel caso specifico, Vance, che ha condotto tutte le trattative per la tregua. Ma non pensiamo che sia scoppiata la pace perché se per Trump il problema è come trasformare una palese e umiliante sconfitta in una vittoria, per Netanyahu questa è una vera e propria tragedia, specie nel momento in cui le sue truppe le stanno prendendo da Hezbollah: farà ogni cosa perché gli Usa non si sfilino in qualche modo dal conflitto. Anzi lo sta già facendo avendo violato la tregua stamattina. Il mondo intero la vuole finire, ma lui no e purtroppo ha un terreno fin troppo fertile per continuare a coltivare l’idea della guerra. Di certo non è finita qui.
