Golia reale, Davide virtuale. Oggi per Golia è arrivato il kairòs la pienezza del tempo che apre nuove vie sciogliendo tutta la vecchia consistenza tradizionale della realtà per costruire la discarica definitiva delle nostre vite

 

Golia reale, Davide virtuale

 

Nel racconto biblico, la frombola di Davide, un ragazzo, colpì e uccise Golia, il gigante arrogante che sfidava e insolentiva la stirpe d’Israele. La realtà, sfortunatamente, è molto diversa dal racconto fondativo del popolo che si proclamava eletto. Nella storia e nella quotidianità vince Golia e nelle occasioni in cui è sconfitto, mai la battaglia è combattuta in campo aperto. Tutti i Davide della storia hanno avuto bisogno di astuzia, circostanze favorevoli e grande intelligenza per sgominare i giganti nemici. Il nostro tempo non sfugge alla regola: il potere è tutto di Golia, sue le carte, le regole del gioco, il terreno di lotta. La differenza, il quid pluris, l’eccedenza inusitata del dominio di Golia sta nel fatto che egli presidia e amministra il reale, mentre Davide è confinato – sempre più spesso autoconfinato – nel virtuale.

Possedere il reale significa essere sempre alcuni passi avanti rispetto a chi annaspa nel virtuale. Nuovi domini avanzano, mentre i più ancora non si sono resi conto dei passaggi precedenti. È stato arduo far capire l’esistenza di una spietata dittatura finanziaria (il finanzcapitalismo) e già lo stesso Iperpotere che ha privatizzato il mondo espropriandoci della dimensione pubblica e comunitaria ha instaurato nuove dominazioni: quella per via tecnologica e sanitaria e la padronanza della narrazione pubblica, su cui incombono censure, divieti e linguaggi obbligati. Per farlo ha “resettato”, ossia cancellato la cultura popolare e monopolizzato quella accademica, chiuso la mente individuale e collettiva. Possiede tutti i mezzi, determina tutti i fini, usando le popolazioni come pedine intercambiabili di una scacchiera mortale di cui sono le vittime. Ha diffuso ignoranza, indifferenza, superficialità, assenza di consapevolezza. Innanzitutto, ha operato la scissione del reale gettandoci nella dimensione del virtuale.

Un potentissimo alleato è oggi il coronavirus, che ci allontana, determinando per paura il “distanziamento sociale”. Lontani, solitari, non possiamo che rifugiarci negli apparati. Il virtuale diventa l’assurda ancora di salvezza per chi non è più in grado di sopportare il mondo-giungla al di là della finestra. Così non comunichiamo più, non esprimiamo dubbi, non coltiviamo lo scetticismo che salva. I padroni universali lo sanno, per questo cancellano la realtà. Se i fatti non corrispondono alle attese, niente di meglio che abolirli. In cambio, ci forniscono – guadagnandoci sopra – una libertà finta fatta di luci accecanti, quella delle reti sociali, della virtualità e della grande rete.

Dicono che lì, nell’universo virtuale, viga la massima libertà, in particolare quella d’espressione. Sappiamo che non è vero, ma il punto è un altro: perché ci sia libertà di espressione, occorre prima che esista l’espressione. Il mondo virtuale, le reti sociali, sono state concepite per reprimere l’espressione, ossia per inibire la capacità umana di trarre pensieri da se stessi – fuori dalla trappola della soggettività – e incanalarli attraverso codici comuni, vincoli certi, comunità di cuori e anime in grado di intraprendere azioni comuni. Le reti sociali sono lo straordinario strumento di Golia per trasformare l’espressione umana in succedaneo, parodia sinistra della realtà. A quel fine, in primo luogo si sono premurati di lusingare la soggettività più smisurata, sino al solipsismo, trasformando gli “utenti” in narcisi malaticci tesi ad alimentare la loro vanità, incitati a postare messaggi a getto continuo, stridenti, inani e vaniloquenti. Meglio ancora se ai messaggi si accompagna un diario sterile e superfluo fatto di immagini della propria vita, dal cibo ai luoghi visitati (fondali, location di milioni di “Io” vani quanto ipertrofici).

Ci hanno addestrato a virtualizzare la realtà, o addirittura a inventare esistenze alternative fatte di nickname e universi paralleli in cui stentiamo a riconoscere l’invenzione dalla verità della nostra vita, sottoposta a una sorta di photoshop virtuale, il “ritocchino” attraverso il quale diventiamo giovani, belli e felici, ma per finta, sino al momento della disconnessione. Un momento che tendiamo sempre più a rimandare, per non uscire dal sogno e dalla contabilità dei pollici alzati. In secondo luogo, le reti si sono preoccupate di dotare gli utenti – le ex persone divenute profili o account – di un canale di scarico delle passioni, specie se vili o triviali, affinché tutte le forze, i desideri e le ribellioni siano convogliate nella tastiera, e gli scatti di collera, le volontà di cambiare il mondo non si trasformino mai in azione concreta e sfumino in fretta come le bollicine della gassosa.

Il sistema ci ha fornito un risibile diritto al capriccio vacuo, inane. Le reti sociali abbiano lo scopo di farla finita con l’espressione fertile, concreta, come la pornografia ha la funzione di scacciare il desiderio fecondo, generando una dipendenza, un trasferimento delle pulsioni nell’immagine, con il bisogno di alzare continuamente l’asticella. Le reti sociali, le loro finte “comunità”, l’amicizia data e ritirata a sconosciuti con un clic, condividono con la pornografia la missione di combattere i vincoli sicuri, le unioni impegnative.

Esse sono innanzitutto un efficace metodo di controllo sociale, al di là dell’evidente capacità di sorveglianza generale. Evidente, in realtà, solo a chi si soffermi a riflettere, l’attività che tendono ad allontanare attraverso il sovraccarico di immagini, emozioni immediate e il fiume di parole attentamente vagliate, profilate, permesse o vietate dagli algoritmi “ideologici” dei padroni. Risulta umoristico che urlino a favore della “libertà di espressione” utenti nascosti dietro grotteschi pseudonimi, avatar di chi ha rinunciato alla sua identità reale – il segno distintivo di ciò che si è – in cambio del diritto di spararle grosse nella speranza di ottenere il “mi piace “e vedere le proprie sciocchezze condivise dalla comunità virtuale, in una sorta di rigurgito a circuito chiuso. Nell’iscriverci ai media sociali con nomi falsi o soprannomi bizzarri, diventiamo automaticamente tutto ciò che il sistema vuole: ciarlatani amanti del baccano, confusionari, offensori anonimi, frustrati avidi di protagonismo, esibizionisti della nostra vita privata e intima, attivisti della performance.

Capitan Fracassa (Wikipedia)
Progetto di Panopticon, 1791

È la vittoria avvilente del pop estremo di Andy Warhol: ognuno rivendica, se non un quarto d’ora, un minuto di celebrità virtuale, generazione di Capitan Fracassa asserragliati dietro lo schermo. Intanto, il sistema tace e prende nota: studia chi siamo, che cosa pensiamo, che cosa vorremmo essere e su queste basi ci profila, prevede e determina consumi e comportamenti individuali di massa, fabbrica una post umanità virtuale da cattedre remote ma non per questo meno reali, prospera e domina, padrone delle nostre vite graziosamente offerte in regalo. Il Panopticon postmoderno con la differenza che i prigionieri sono felici delle catene, sino a chiamarle diritti, comodità, progresso.

Ci hanno trasformati in poseur soddisfatti che si credono speciali, gente che mente innanzitutto a se stessa, in una partita a tennis infinita, scambi e rimbalzi tra gente finta e vite ritoccate come le foto in bacheca. Conta l’immagine – ciò che vogliamo far credere di noi – basata sul look e la menzogna narcisistica (e consolatoria). In fondo, anche Donald Trump, cacciato a vita dalle reti sociali, è stato vittima prima di se stesso e solo dopo del sistema, costruendo un’immagine di sé caricaturale e grottesca, la stessa che mostrano milioni di signori Nessuno afflitti da mania di protagonismo, eterni adolescenti in preda a desideri volgari, impegnati a esprimere soggettività farsesche, senza accorgersi di essere il gregge perfetto, la cui “libera espressione” è il vaniloquio in 140 caratteri di Twitter, l’intimità  esposta al pubblico di Facebook, l’esibizionismo fotografico di Instagram. 

Pigmalione, la spiegazione dal mito

Intanto, i loro finti mentori, i Pigmalioni della rete, padroni delle tecnologie che permettono la comunicazione istantanea globale, tessono la loro tela, economica, di ingegneria sociale e riconfigurazione dell’umanità, a cominciare da me e da te. Il volto filantropico cela l’oscura attività di estrazione di dati dalla nostra condotta ed esperienza. Chiamiamola con il suo nome: si tratta di una rapina con maschera sorridente, l’appropriazione della nostra soggettività, da vendere sul mercato commerciale e su quello- più tenebroso- della riconfigurazione antropologica. Siamo ancora liberi se qualcuno sa tutto di noi? Siamo liberi se la nostra condotta di domani, di stasera è perfettamente prevista – e quindi facilmente predeterminata – da qualcuno che, mettendo a frutto scienza e tecnologia, psicologia e sociologia, conosce le idee di ciascuno di noi, preferenze e idiosincrasie, abitudini, propensioni, vizi e tutto ciò che ci fa esseri umani unici, persone?

Sanno assai bene ciò che sto per scrivere nelle prossime righe, nulla sfugge di ciò che sono e faccio. È già grave che tutto ciò garantisca la vendita di prodotti ed eviti a Sua Maestà il Mercato rischi e perdite. La tragedia è che la conoscenza delle mie condotte future – basata sulla completa registrazione, tracciatura e analisi di dati e metadati che mi riguardano – va ben oltre l’estrazione e l’appropriazione, ma diventa una perfetta configurazione della mia esperienza e della mia vita. Non è un caso che si parli così poco di libero arbitrio,(P.I.) cioè dell’autonomia etica e spirituale dell’uomo nell’atto di compiere scelte. Milioni di esseri diversamente uguali, equivalenti, con valenza zero, eterodiretti più che in qualsiasi altra epoca, ma persuasi di agire in autonomia, addirittura di esercitare al massimo grado la libertà.

Non dovrebbe stupirci troppo la mercantilizzazione della nostra esistenza e neppure il successo della capacità di predizione, giunta ormai alla perfezione. Si tratta del passaggio finale di una mercantilizzazione integrale dell’umano di durata secolare. La novità è il punto a cui è giunto il processo, il limite oltrepassato che conduce a un’altra forma di vita, post-antropologica (domani diventerà transumana e postumana) e a un nuovo format, l’ultimo di mille, del Fregoli capitalista. Dal piano della virtualità si transita a quello della quotidianità che non possiamo più definire reale in quanto il fantasma intelligente si è impadronito della sostanza. Gli apparati che possediamo – dei quali siamo noi a essere diventati le protesi – virtualizzano quello che una volta era il mondo reale, in attesa della tappa successiva, Internet delle cose, i cosiddetti oggetti intelligenti (smart), che portano nel mondo digitale gli apparecchi della nostra esperienza quotidiana. Le grandi aziende di estrazione dei dati di comportamento, Google, Apple, Facebook, Twitter – è già un errore chiamarli al plurale – prosperano in completa assenza di regolamentazione, una terra di nessuno (o “cosa loro”) che difendono con i denti, tra lobby, avvocati strapagati e l’obiettiva difficoltà degli Stati di stanarli dalla loro extraterritorialità. 

Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817 (Wikipedia)

Non ci poteva essere una migliore possibilità di questa epidemia virale per il passo avanti definitivo, e il più svelto è ancora una volta il Golia collettivo. Per Golia è arrivato il kairòs, la pienezza del tempo che apre nuove vie, sciogliendo tutta la vecchia consistenza tradizionale della realtà per costruire la discarica definitiva delle nostre vite. Gli ingegneri, i cibernetici, gli esperti di intelligenza artificiale, i costruttori di algoritmi danno per risolti tutti i problemi insondabili della vita umana, configurando un’esistenza – non possiamo più chiamarla vita – svuotata della profondità, gravità e tragicità che caratterizzava l’uomo di ieri, divenuto antiquato, colui che guarda dal basso il “dislivello prometeico” della tecnica padrona e privatizzata.

Il soggetto – o materiale umano – che stanno costruendo è fatto della stessa natura del vento elettronico che lo aziona e lo guida. Il nuovo ordine tecnologico trascinerà alla distruzione la convivenza umana, facendo con l’uomo ciò che la trapassata modernità industriale fece con l’ambiente culturale, antropologico e con lo stesso paesaggio pazientemente intagliato dalla civiltà umana (le ciminiere per William Blake erano “oscuri mulini satanici”). La profonda gravità della vecchia condizione umana non potrà essere trafitta senza un rantolo di sofferenza che i più sensibili riescono a udire. Occorrono orecchie per sentire e occhi per vedere, ma prima o poi la realtà inappellabile si farà valere di fronte al vuoto fantasmatico- benché rutilante – del nulla tecnologico.

William Blake, The Ancient of Days (1794), che raffigura l’atto della creazione tramite un compasso (Wikipedia)

C’è un’unica via d’uscita: il ritorno al reale. Davide può dichiarare guerra a Golia e vincerla solo se si libera del fardello della virtualità, recupera il sapore e il sudore della vita reale. Basta amici “virtuali”, raccattati sulle reti sociali mentre la solitudine non ci abbandona, basta con i dispositivi artificiali che sostituiscono la vita, il contatto, l’amicizia e la lotta. Basta con l’immagine – adesso anche tridimensionale, per ingannarci meglio- al posto della realtà, basta con la rappresentazione.

Dobbiamo riappropriarci di noi stessi, solo antidoto all’irrealismo della nostra società, in cui la virtualizzazione dell’esistenza si è sostituita alla visione reale e naturale della vita di cui i più anziani ricordano con nostalgia i brandelli.

Gustave Thibon

Il ritorno al reale fu l’intuizione e la proposta di Gustave Thibon, singolare filosofo contadino autodidatta, può essere, a partire dai singoli, la svolta decisiva. Il pensiero di Thibon, come ogni grande pensiero cristiano, riscopre la dimensione creaturale dell’esistenza – riconoscersi creatura e contemplare la creazione – che riconnette alla vita concreta attraverso l’amore per il reale. A patto di disconnettersi dall’artificiale – scimmia di Dio – e riconnettersi agli odori e al gusto della vita. Golia ci ha derubato anche dei cinque sensi: nel mondo virtuale, bastano gli occhi per guardare le immagini e le dita per attivare il fatidico clic.

Non siamo folli, né luddisti in ritardo di due secoli: non gettiamo via strumenti straordinari, frutto del genio dell’uomo. Ci basta – scusate se è poco – rimetterli al loro posto: meccanismi, mezzi per migliorare la vita, non per rubarla, espropriarla o addirittura sostituirla. Per tornare al reale e respingere il virtuale, la fionda di Davide è un piccolo gesto consapevole: cliccare su “arresta il sistema”.

Roberto Pecchioli

 

Copertina: Michelangelo Merisi da Caravaggio Davide con la testa di Golia (1607)

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